11 maggio 2010, Cultura

Se le bestie avessero l’anima

di Umberto Eco

Descartes, che seguiva Aristotele nel dichiarare che gli animali erano sforniti di linguaggio, ci dice che «le bestie non parlano come noi per il fatto che non hanno alcun pensiero, e non perché manchino loro gli organi». La posizione di Descartes conseguiva e dal suo meccanicismo e dal suo dualismo. Un corpo animale è una macchina, pura res extensa e non res cogitans. Gli animali avvertono gioia, timore o dolore, ma in modo non riflessivo, e cioè senza essere capaci di comprendere questa passione in modo razionale.

Nasce dalla posizione cartesiana una polemica che si sarebbe protratta a lungo, coinvolgendo Leibniz, Locke, Cudworth, More, Shaftesbury, Cordemoy, Fontenelle, Bayle, Buffon, Rousseau e altri, e dove spesso è difficile stabilire quale fosse veramente la posta in gioco. Si trattava di riconoscere un linguaggio agli animali, di riconoscere loro anche un’ anima, o di contrastare un meccanicismo che avrebbe potuto (e per esempio potrà con La Mettrie) trasformarsi in materialismo totale, sottraendo l’ anima anche agli umani?

Una posizione meccanicistica poteva evitare molti rovelli morali circa la crudeltà verso gli animali, dato che non si può parlare di crudeltà nei confronti di una macchina. In secondo luogo agiva una sorta di difesa nei confronti della cosiddetta «superstizione pitagorica», e cioè la questione della trasmigrazione delle anime. Se gli animali non hanno anima, non possono riceverne per trasmigrazione (bell’ argomento, che però non esclude che trasmigrazione possa esservi tra esseri umani).

In polemica con il meccanicismo dualistico, tra Seicento e Settecento, molti obiettano a Cartesio come la differenza tra uomini e bestie sia solo di grado, aprendo una prospettiva che è stata vista come proto-evoluzionista, secondo cui la vita sarebbe un continuum che evolve, senza interruzione e senza fisso discrimine tra res extensa e res cogitans, gradualmente, attraverso una complessità crescente. (…..)

I tre autori di cui volevo particolarmente occuparmi stasera, anche se non sono citati dai grandi che ho appena menzionato, sono certamente stati i primi a tratteggiare idee proto-evoluzioniste. Il primo è padre Pardies, un gesuita che nel 1672 scriveva un Discours de la connaissance des bête s. Pardies cita un fenomeno già osservato da Agostino: se noi tagliamo un verme in due vediamo che ciascuna delle due parti continua a vivere e a muoversi. Per alcuni questo avrebbe provato che un animo animale, se esiste, non è un principio unico, come accade per l’ animo umano, o che i movimenti del verme dipendono solo dall’ azione di quegli spiriti animali ammessi anche dai meccanicisti. Tuttavia Pardies (dopo avere dedicato alcune pagine gustose ai tormenti di questo animale diviso, ciascuna delle cui parti vorrebbe o dovrebbe dire «io», incapace di ritrovare l’ unità della propria anima – se l’ avesse) osserva che fenomeni del genere avvengono anche con gli uomini, come quando una testa appena decapitata continua per un poco a fare smorfie.

(…) Sicuramente gli esseri umani hanno la proprietà di comandare le proprie azioni ma ci sono molte azioni che essi compiono per istinto (come respirare, camminare e persino suonare uno strumento per abitudine acquisita). Gli animali non parlano ma, come gli esseri umani, hanno pensieri inconsci, e molti dei loro comportamenti non dipendono da decisioni volontarie e coscienti, lo stesso accade con gli animali. Non dimentichiamo che tra il 1694 e il 1698 apparirà La connaissance de soi-même di François Lamy, in cui si parlerà di “pensieri impercettibili”, pensieri “sordi”, confusi e indistinti, i quali impressionano il nostro cuore senza che esso, per mancanza di riflessione, se ne accorga. Senza voler andare a tutti costi a caccia di un pre-freudismo barocco, non sarà male tener presente che all’ epoca circolavano anche alcune idee di questo genere.

Se Pardies attribuiva agli animali pensieri inconsci, un protestante, David Boullier, nel suo Essai philosophique sur l’ ame des bêtes, pubblicato anonimo nel 1728, sosteneva addirittura che essi non solo erano dotati di intelligenza e volontà, ma anche capaci di concepire idee generali. Supponiamo, dice Boullier, di aver picchiato il nostro cane perché ha divorato una pernice invece di riportarcela; dopo questo incidente il cane si asterrà dal divorare la prossima preda, anche se le future pernici non saranno come la prima. Questo significa che il cane è capace di passare dalla singola percezione di una pernice all’ idea generale di pernice. E inoltre è capace di prevedere eventi futuri (come la punizione del padrone) ed evitarli attraverso una scelta libera e cosciente. (…)

Se anche negli esseri umani vi sono stadi di sviluppo,e l’ animo di un bambino è meno sviluppato di quello di un adulto, una gradualità di sviluppo si realizza non solo nell’ arco di una vita singola ma anche dalla più bassa alla più alta delle specie viventi. Pertanto (concediamo a un uomo della sua epoca una certa dose di “scorrettezza politica”) vi sono meno differenze tra una scimmia e un africano che tra un africano e “un bel esprit Européen”.

In questa gradualità di sviluppo accade che, mentre le nostre percezioni sono chiare, quelle degli animali sono confuse. Ciò che ci colpisce è che solo nel 1739 Baumgarten parlerà di cognitio sensitiva come una sorta di conoscenza primaria più confusa di quella razionale ma in ogni caso importante per la vita umana, tanto da spiegare persino la nostra esperienza estetica. Boullier cita solo autori francesi, ma proprio per questo è singolare che, per definire un tipo di percezione confusa, egli faccia l’ esempio di una esperienza estetica, e cioè il modo in cui in un accordo musicale noi avvertiamo la compresenza di diversi suoni senza tuttavia essere in grado di distinguerli uno per uno.

Sarà forse esagerato asserire che Boullier è stato il primo ad affermare che gli animali (incapaci di elaborare sillogismi e di concepire l’ idea di Dio) pensano però “esteticamente”, ma di lui certo colpisce questa bizzarra forma di “zoo-crocianesimo”.

Entra ora in scena Guillaume Hyacinthe Bougeant che nel 1739 aveva pubblicato un Amusement Philosophique sur les Langages des Bêtes (….) Bougeant dà come sottinteso che le bestie manifestino un comportamento intelligente, che si parlino tra loro, e che comunichino con noi. Ma se sono come noi, saranno riservati anche a loro un paradiso e un inferno? La risposta di Bougeant è abbastanza provocatoria: le bestie sono demoni, introdotti nei corpi animali così da recar seco il loro proprio inferno. I demoni, per poter soffrire in eterno del loro inferno terrestre, migrano continuamente da animale ad animale ogni volta che muore il corpo che li ospitava.

Questo spiega anche perché gli animali siano cattivi (i gatti sono inaffidabili, i leoni crudeli, gli insetti si divorano a vicenda) e perché siano condannati a soffrire della crudeltà umana.

L’ idea di Bougeant provocherà successive polemiche come quella di John Hildrop, che nel suo Free Thoughts upon the Brute-Creation (1742-3), sia pure tra il serio e il faceto criticherà l’ idea che gli animali siano demoni dicendo che essi semplicemente partecipano – in quanto dominati dall’ uomo – del peccato originale. Ma se hanno un’ anima e sono esistiti nel paradiso terrestre, essi dovrebbero essere degni di immortalità.

(…) Quanto il libretto di Bougeant sia stato preso sul serio ce lo dice l’ attenzione che gli dedica, sia pure per riconoscerne la natura di puro divertissement, l’ autore della voce “L’ Ame des bêtes”, l’ abate Yonne, sulla Encyclopedie. In verità l’ abate Yonne appare piuttosto come uno sciocco, a cui probabilmente Diderot e d’ Alembert avevano affidato una voce che per loro era poco importante, e grazie alla quale potevano imbonire la censura mostrando di porre molta attenzione a non mettere in questione i problemi attinenti alla religione (…).

Quanto al fatto che le bestie, pur avendo un’ anima, siano soggette a infinite sofferenze, e senza che lo abbiamo meritato, perché non possiedono le nozioni di bene e di male, Yonne se la cava annotando che merito e demerito valgono solo per agenti liberi. Non essendo agenti liberi, le bestie non mirano né a premi né a castighi e il loro dolore non è punizione per i loro demeriti, ma segnale naturale di comportamenti da evitare. È giusto allora che un pollo muoia perché l’ uomo sia nutrito? Evidentemente Yonne si trova di fronte al problema già risolto senza ipocrisie da Tommaso d’ Aquino, ma vi ritorna appunto da sciocco, perché cerca di porsi dal punto di vista del pollo: per l’ anima puramente sensitiva del pollo la morte, utile a un’ anima razionale come quella umana, è la sottrazione di un bene che non era dovuto, e il pollo dovrebbe essere felice di essere al servizio di chi ha una natura superiore alla sua. Insomma, i polli non avevano alcun diritto di venire al mondo e quindi non si lamentino se gli tiriamo il collo.

Richard Dean ( An Essay on the Future Life of Brutes, 1768), diceva che le sofferenze degli animali sono conseguenza del peccato umano ma che con la redenzione dell’ uomo l’ intera natura era stata redenta. Tuttavia, nella misura in cui la ragione umana eccede sulle facoltà dei bruti, così la beatitudine degli esseri umani eccederà su quella dei bruti nella vita dopo la morte.

Al contrario Humphry Primatt (A Dissertation on the Duty of Mercy and Sin of Cruelty to Brute Animals del 1776) sosteneva che “poiché non abbiamo alcuna autorità per dichiarare, e nessuna testimonianza dei Cieli per rendercene sicuri, che vi sia uno stato di ricompensa per le sofferenze dei bruti, e dovremo dunque supporre che non ve ne sia alcuno, da questa supposizione dovremmo pertanto razionalmente inferirne che la crudeltà vero un bruto rappresenti una offesa irreparabile». Mentre la sofferenza umana può essere compensata in uno stato futuro, quale speranza può arridere a un brutto che soffre?

Nel 1811 Giacomo Leopardi scrive una Dissertazione sopra l’ anima delle bestie dove si pone il problema di quale sorte ultraterrena attenda animali dotati di anima e ardisce pensare per le bestie a una sorta di felicità extraparadisiaca,a un limbo sul quale peraltro non si pronuncia. Nove anni dopo, nello Zibaldone, ardirà dire che nelle bestie è riscontrabile anche una certa inclinazione all’ infinito – e siamo negli anni in cui Leopardi stava mostrando che di infinito se ne intendeva.

A mo’ di conclusione, due citazioni moderne. Una proviene dal Journal di Jules Renard ( nomen omen ): «La nostra animaè immortale, perché? E perché non quella delle bestie? Quando le due fiammelle si spengono, che differenza c’ è ancora la tra la fiamma di una povera candelae quella di una bella lampada dal becco complicato, alta sul proprio stelo, e con l’ abatjour che si allarga come una gonna?».

La seconda proviene da À se tordre (1891) di Alphonse Allais: «Le bestie hanno un’ anima? E perché non dovrebbero averla? Ho incontrato nella mia vita una notevole quantità di uomini, tra cui qualche donna, bestie come un’ oca, e molti animali non molto più stupidi di tanti elettori».

Il testo è parte della lettura di Umberto Eco “Animal ex anima. L’anima degli animali”, che ha inaugurato la rassegna “Animalia” promossa dall’Università di Bologna.

(Articolo tratto da “La Repubblica” del 10 maggio 2010, pag. 30-31)

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