28 ottobre 2010, Cultura

Se cancellare la Shoah può diventare un reato

di Mario Pirani

Perseguire per legge il negazionismo, quella corrente pseudo storica che sostiene l’inesistenza della Shoah o, al massimo la riduce a una persecuzione secondaria, l’esito inevitabile delle malattie e degli stenti cui furono sottoposte durante la guerra le popolazioni ebraiche dell’Europa orientale? L’interrogativo si ripropone ogni tanto anche da noi – l’ultima volta ad iniziativa del presidente della Comunità ebraica di Roma – e puntualmente divide gli storici, scettici sull’ uso di misure legislative per combattere una degenerazione, sia pure palese, della loro disciplina, dai politici di varie tendenze, propensi invece a emanare decretazioni che testimonino la loro buona coscienza, anche senza veruno effetto pratico. Pur non appartenendo né all’una né all’altra confraternita debbo dire che la penso come uno dei massimi storiogafi del fenomeno (Michael R. Marrus, L’Olocausto nella storia, Il Mulino 1994) che esclude volutamente dalla sua indagine sulle varie correnti di analisi del Genocidio «qualsiasi discorso sui cosiddetti revisionisti, quei balordi malevoli che sostengono che l’Olocausto non sia mai avvenuto. Purtroppo questa non è più una corrente insignificante e vi sono segni che coloro che fabbricano queste fantasticherie siano impegnati in un’impresa contro gli ebrei di ampiezza molto maggiore. Ma mentre è importante che la loro azione venga capita, non vedo per quale ragione persone come quelle dovrebbero determinare la direzione del dibattito degli storici: sarebbe come se i discorsi dei teorici della “piattezza” della terra condizionassero il corso degli studi degli astronomi». Dunque, se l’attuale “impresa antiebraica”, che va sotto il nome di negazionismo, è politica, anche la risposta deve porsi sulla stesso terreno. Da questo punto di vista l’arma della legge può essere giustificata laddove si dimostra efficace, altrimenti si trasforma in un placebo consolatorio della voluta assenza di una battaglia coerente sul piano politico più generale. Così sono apprezzabili le leggi tedesche dell’85 e del ’94 perché traggono linfa da quel grande dibattito sulla Storia – l’ Historikerstreit – su cui le giovani generazioni e l’ intellettualità della Repubblica federale s’ impegnarono a fondo, come nessun altro in Europa e che indusse il presidente del Bundestag, Philipp Jenninger a pronunciare il 19 novembre 1988 un grande e contestato discorso di rievocazione della “notte dei cristalli”. Il discorso culminò in questo passaggio: «Sul problema della colpa e della rimozione ciascuno deve rispondere per se stesso. C’ è un aspetto però contro il quale tutti dobbiamo ribellarci ed è il dubitare della verità storica, è lo sbagliare i conti sul numero delle vittime e il negare i fatti. Questi sforzi non solo portano tendenzialmente a rinnegare le vittime ma sono anche inutili. Perché qualunque cosa accada in futuro e qualunque cosa finisca dimenticata, l’ umanità fino alla fine dei tempi si ricorderà di Auschwitz come di una parte della nostra storia, della storia tedesca. Perciò è anche inutile la richiesta di “chiudere finalmente con il passato”. Il nostro passato non avrà mai pace né mai passerà. E ciò indipendentemente dal fatto che le giovani generazioni non ne abbiano colpa». È questa salda consapevolezza culturale e politica che ha reso le classi dirigenti tedesche, cristiano democratiche o socialdemocratiche, liberali o verdi a dimostrarsi del tutto vaccinate dalla tentazione di risolvere l’altalena bipolare, accettando l’appoggio dei gruppi di estrema destra, postnazisti, xenofobi, antisemiti e anti islamici. Diversa appare, di contro, la sorte dei partiti conservatori austriaci, scandinavi, olandesi ed altri, proclivi alla alleanza con le nuove destre nazionaliste e fasciste, malgrado in tutti quei paesi figurino leggi antinegazioniste. Persino il futuro francese non si delinea in questo senso del tutto certo. E l’Italia? Come sempre il combinato disposto scelto da Berlusconi fra mantenere il potere ad ogni costo, lasciando mano libera alla Lega, da un lato, e raccattare, dall’altro, dopo la defezione di Fini, ogni rimasuglio dei gruppi di estrema destra, sta socchiudendo la porta della maggioranza, quasi senza farsene accorgere, ai miasmi peggiori dell’ estremismo razzista. Gesti minimi e ignobili parlano ogni giorno a chi vuol vedere: la “lectio” di Moffa si sposa con gli scritti contro “la cricca bancaria ebraica” del sito ufficiale de La Destra di Storace, rialleatasi col premier; il convegno con i più noti esponenti dell’antisemitismo, da Blondet a Sinagra e, come sempre a Moffa, svoltosi ingiuriosamente nella Biblioteca del Senato, intitolata a Giovanni Spadolini, va all’unisono con lo scambio di messaggini su Facebook del professore di Teramo con il direttore di Rai Uno, Minzolini cui si rivolge, come a tutti quelli che “gli hanno chiesto l’amicizia” dopo la concione accademica, ringraziandolo «per avere prontamente risposto ad analoga richiesta, esprimendogli con l’occasione stima per il suo coraggio civile e la sua onestà professionale». Vien proprio da dire: Dio li fa e Berlusconi li accoppia. È evidente che una legge anti-negazionismo non avrebbe in questa atmosfera effetto alcuno, come, del resto la condanna inserita dal 1967 nel codice penale, per chi giustifichi il terrorismo. Assai più importante sarebbe battersi per ottenere una disposizione amministrativa ferrea che vieti d’impartire un insegnamento negazionista o, comunque, razzista, dalle elementari all’università, sotto la responsabilità diretta del ministro e delle autorità scolastiche di ogni ordine e grado. Per la Gelmini sarebbe un sicuro titolo di merito.

(articolo tratto da “La Repubblica” del 21 ottobre 2010, pag.48)

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