28 dicembre 2013, Cultura

Scissione

di James Joyce

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Con sollecitudine quasi materna lo spronava a lasciare libero sfogo alla sua natura; era per lui come il confessore. Le disse anche di aver partecipato per un certo tempo alle riunioni di un partito socialista irlandese dove, in una soffitta illuminata da una lampada a olio, inefficiente, si sentiva isolato in mezzo a una ventina di operai moderati. Quando il partito si scisse in tre sezioni, ciascuna con il proprio capo e la propria soffitta, diradò le sue presenze. Le discussioni degli operai, disse, erano troppe timorose e l’interesse che mostravano sulla questione delle paghe era eccessivo. Trovava che avevano l’aria di vecchi realisti e che mal tolleravano l’esattezza del suo ragionamento, che altro non era se non il prodotto di un agio al di là della loro portata. Probabilmente, nessuna rivoluzione sociale,     osservò, avrebbe colpito Dublino per qualche secolo.

(“Sillabario”, “La Repubblica”, 21 novembre 2013, p.40)

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