17 agosto 2015, Cultura

Qui c’è l’Italia degli eretici e dei dogmatici

di Wlodek Goldkorn

Giurista e romanziere Franco Cordero è anche un grande bibliofilo.

Il caimano, l’appellativo che da anni accompagna le gesta di Silvio Berlusconi, è un’invenzione di Franco Cordero, giurista, romanziere, editorialista, storico delle eresie e, soprattutto, un uomo che ama i libri. Chi entra nel suo studio, tre stanze in una palazzina a due passi dal Viminale, rimane colpito da una certa, appena accennata e ironica eleganza.

Si sa, i luoghi assomigliano alle persone che li abitano o vi lavorano, ma lo studio di Cordero è davvero come i testi di Cordero. Le pareti sono coperte di libri «in doppia fila». La domanda sulla loro quantità, ripetuta con insistenza, con altrettanta insistenza viene schivata; non si chiede il valore dell’argenteria di una casa. Le poltroncine sono anni Cinquanta; sui tavoli poggiano tagliacarte.

Le librerie sono illuminate da lampade funzionali, appena visibili. Il padrone di casa, 86enne, occhi vivaci e ridenti, durante le due ore della conversazione rimane sempre in piedi.

I libri e le stanze sono divisi per argomenti, come la produzione di Cordero. Nella stanza in cui scrive ci sono soprattutto romanzi e collezioni di riviste; in un’altra, materia giuridica («ma molti volumi e riviste li ho trasferiti a casa»); nella terza: teologia e «un po’ di filosofia». Si comincia con la Giurisprudenza; non a caso. Cordero divenne una celebrità quando, nel 1970, da professore di Filosofia del diritto alla Cattolica di Milano, fu allontanato per un libro,

Gli inosservanti, giudicato eterodosso.

Eccoci dunque davanti a file di volumi cinquecenteschi dai dorsi bianchi. Sono all’altezza del torace, in modo da poter essere tirati fuori senza chinarsi. Ecco il Disquisitionum magicarum libri sex di Martin Del Rio, un gesuita (anche Cordero è stato educato da gesuiti), secondo Voltaire l’incarnazione dell’intolleranza chiesastica. Per molti fu Del Rio il principale istigatore della caccia alle streghe. E la caccia alle streghe, la persecuzione degli eretici, attraversano quasi tutti i testi (compresi i commenti giornalistici) di Cordero.

Poi, il padrone di casa mostra un libro che spiega il metodo. È il Corpus iuris, sei tomi giganteschi, in un’edizione del primo Seicento. Cordero lo apre, mostra una pagina: «La glossa mangia il testo, lo divora », dice. Spiega Cordero: «È un’opera creativa quella che i glossatori svolgono, ma lo fanno con discrezione: ciascuno ha l’aria di ripetere cose già dette. Invece si tratta di una struttura aperta, passibile di addizioni infinite. Le polizie del pensiero qui hanno il loro daffare».

Cordero sorride e fa due affermazioni che meglio di ogni altra cosa narrano il suo rapporto con la parola stampata. «Non vado alle aste. Non ho mai visto il libro come feticcio. Sono però un bibliofilo. Provo un piacere fisico nel visitare certi libri», dice. E chiosa: «La filia (l’amore) tocca le viscere». Questo è però solo l’antipasto dell’epifania: «Il libro è veicolo di innumerevoli messaggi, suggerimenti, allusioni. A un certo punto viene il sospetto che il libro sia un frammento di un testo universale nel quale siamo inscritti tutti noi».

Il mondo è tutto scritto, e per questo l’eleganza è necessaria, altrimenti saremmo, siamo, alla barbarie. Nei romanzi di Cordero, L’armatura, Opus, Toson d’oro, si procede per suggestioni e digressioni, con trame complesse ma al contempo con una struttura filologica senza sbavature. Guardando la sua biblioteca viene fuori quanto l’origine di tutto questo non sia letteraria, bensì, giuridica e filosofica.

Cordero mostra i sei volumi delle opere di Andrea Alciato, «Fondatore di una giurisprudenza colta di uno stile umanisticamente ricco (mos gallicus), insegnato alle università francesi». Poi mostra altri volumi di autori umanisti e giuristi: Hotman, Doneau e via citando. Alla domanda se questi sono i maestri, capovolge il discorso: «Sono l’opposto della figura volgare del giurista, associata all’epiteto “bartolista”, da Bartolo da Sassoferrato, trecentesco luminare del diritto. I suoi epigoni valevano molto meno. In Italia fioriva una giurisprudenza fatta di loquela, utile dal punto di vista pratico, perché in quel profluvio di parole, saltava sempre fuori qualcosa di favorevole al “litigator” (parte in causa), ma priva di una struttura logica». Si ferma e dice: «Io avevo eletto a livre de chevet

Die Reine Rechtslehre (La dottrina pura di diritto), di Hans Kelsen»: e siamo all’eleganza fatta filosofia del diritto; il contrario della brutalità di Carl Schmitt, l’avversario di Kelsen. Aggiunge un altro titolo di un libro che gli è caro, Der Prozess al Rechtslage (Il processo come situazione giuridica) di James Goldschmidt, ebreo tedesco fuggito oltre Oceano.

Nella stanza dove è custodita la narrativa, Cordero si lascia andare a un’altra confessione: «Avevo 13 anni quando ho perso mia madre. Ho messo allora le mani sui suoi libri. Da Salgari sono passato a Croce». Su uno scaffale c’è l’edizione completa di La Critica. «Ma il libro che mi cambiò la vita perché è stato terapeutico è La figlia del capitano di Pushkin». Quel romanzo finisce con il racconto di un processo penale dove l’imputato per ragioni di stile sceglie di essere condannato a morte; salvo la grazia della zarina.

La visita prosegue con il Dictionnaire historique et critique di Bayle, padre di tutti gli enciclopedisti: «Mi è servito per un capitolo del libro su Savonarola » (cinque volumi sul predicatore venuto da Ferrara a Firenze). E così si arriva a considerazioni su eretici e dogmatici: «I custodi dell’ortodossia sono rozzi dialetticamente e quindi costretti alla menzogna, alla frode e al sotterfugio, valgono poco spiritualmente».

Cordero, autore di Opus romanzo, dove il protagonista, un gesuita, dubita nell’esistenza di Dio ma non perde la fede nella Redenzione, rifiuta la domanda sulla sua di fede. Preferisce mostrare i suoi tesori in materia religiosa: e siamo ad edizioni rare di Riccardo di San Vittore e di Robert Holcot.

Intravisti, filosofi, agitatori e critici: Spinoza, Lenin, Muratori e Giannone, la visita termina con Stendhal. Sono 39 volumi pubblicati da Le Divan. Alla domanda su chi raccontasse meglio il carattere degli italiani, Stendhal o Leopardi, cui ha dedicato un lunghissimo commento in un volume del 2011, risponde: «Tutti e due colgono aspetti autentici. Stendhal però è trascinato da una sua mitologia dell’italiano macchina volitiva ». E così, senza volerlo, il discorso torna alla mitologia del caimano.

(“La Repubblica”, 18 giugno 2015)

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