2 aprile 2020, Cultura - In evidenza

Quale Karl Polanyi?

di Michele Cangiani

Negli ultimi anni, è potentemente ripresa a livello scientifico la discussione sull’eredità di Karl Polanyi. Ma la maggior parte dei suoi interpreti contemporanei elude la questione, fondamentale per lui, delle caratteristiche più generali che distinguono la società contemporanea. È da qui, però, che bisognerebbe ripartire.

Tempo di crisi

A un giornalista, che nel settembre 2007 gli chiedeva quale candidato preferisse per la presidenza degli Stati Uniti, Alan Greenspan, Presidente della Federal Reserve fino all’anno precedente, rispose che non importava molto: «Il mondo è governato dalle forze di mercato»[1]. Con quali risultati? Era in vista la crisi, che tuttora non si può dire superata. Teoria e pratica neoliberali restano in auge, benché dannose per l’ambiente umano e naturale e persino controproducenti rispetto al loro scopo “economico”. Continua, infatti, ad essere stentata e precaria la ripresa dell’accumulazione capitalistica, anche perché la svalutazione globale della forza lavoro e l’aumento della quota di reddito assorbita dalle rendite, finanziarie ma non solo, hanno un vantaggio immediato, ma poi un effetto deflattivo. Inoltre, la “crescita” sempre auspicata si scontra con quei «limiti dello sviluppo»[2], che non sono più una previsione, ma una realtà.

C’è chi parla di crisi ‘sistemica’ e chi ricorre a Karl Marx (Il Capitale, L. III) per spiegarla. Ben più assiduo riferimento viene fatto all’opera di Karl Polanyi, la fortuna del quale ha continuato a crescere nel tempo della nostra sfortuna, a partire dalla crisi degli anni 1970 e soprattutto con il successivo affermarsi della globalizzazione neoliberista.

La sensazione che i tentativi di superare le difficoltà in cui la nostra società si trova siano poco efficaci o addirittura controproducenti porta alla questione cruciale, rappresentabile con una metafora cibernetica: se correggendo la mira l’errore aumenta, è il sistema di puntamento che va modificato. Ma come? In The Great Transformation (1944)[3], Polanyi sostiene che la crisi del capitalismo liberale (ottocentesco, «vittoriano») era inevitabile e definitiva. Trovandosi in un’impasse, la società ha dovuto trasformare le proprie istituzioni. Il capitalismo si è salvato, quasi sempre a scapito della democrazia. La soluzione alternativa sarebbe stata il socialismo, cioè, per Polanyi, la piena realizzazione della democrazia. Ludwig Mises e Friedrich Hayek, suoi avversari della Scuola austriaca di economia neoclassica, contribuivano già a delineare i tratti di quello che sarà chiamato neoliberismo.

Appena finita la Seconda guerra mondiale, Polanyi torna a interrogarsi sul futuro. L’alternativa si ripresenta. Il socialismo rimane, per lui, la via verso la realizzazione di una società «veramente democratica», in cui «il problema dell’economia si risolverebbe mediante l’intervento programmato degli stessi produttori e consumatori». Egli sa, tuttavia, che probabilmente verrà seguita la via opposta, propugnata da coloro che «credono nelle élites e nelle aristocrazie, nel managerialismo e nella grande impresa» e ritengono che «la società nel suo complesso debba essere adattata sempre più intimamente al sistema economico, che vorrebbero conservare immutato»[4]. In seguito, l’impegno politico, che aveva sempre animato il suo lavoro di giornalista e d’insegnante ad allievi adulti, specialmente operai, resta alla base delle sue ricerche sulle economie antiche e primitive, svolte presso la Columbia University di New York. Nell’Introduzione di un’opera incompiuta sul metodo della teoria economica e sull’economia antica, pubblicata dopo la sua morte, egli tiene ad avvertire il lettore che studiare le diverse forme sociali dell’economia, anche lontanissime nella storia, mettendo in questione la scienza economica, gli sembra necessario «per accrescere la nostra libertà di adattamento creativo e in tal modo aumentare le nostre possibilità di sopravvivenza»[5]. Il motivo di fondo, più o meno consapevole, dell’attuale interesse per Polanyi dev’essere la sensazione che la nostra società, nella quale il sistema economico è determinante, rischi una deriva entropica a causa dell’incapacità di gestire il proprio rapporto con l’ambiente umano e naturale.

Quanto più grave è la crisi, tanto più necessaria è la conoscenza: e tanto più si accende la lotta nel campo dell’ideologia. È dunque comprensibile che convivano o si scontrino modi differenti d’intendere e applicare il pensiero di Polanyi, anche perché esso spazia in vari campi, è complesso e talvolta non abbastanza esplicito. Un’ulteriore difficoltà è che il significato dei suoi scritti dipende dal loro contesto: non solo quello costituito dal loro insieme, ma anche quello di un’esperienza intellettuale e politica vissuta dall’autore in diversi paesi, in situazioni storiche ormai lontane.

Questione di metodo

Nel 1958, sei anni prima della sua morte, Polanyi scriveva a un’amica: «L’opposizione che le mie idee hanno finalmente suscitato è un buon segno». Trade and Market in the Early Empires[6], il volume del 1957 che riuniva saggi suoi e di colleghi e allievi della Columbia University, aveva riaperto la “controversia sul metodo” delle scienze economico-sociali.

Polanyi contesta la possibilità di applicare alle società precedenti categorie e leggi della scienza economica neoclassica. Esse, egli afferma, non sono valide in generale, ma rispecchiano – superficialmente – il modo in cui la società di mercato riproduce e rappresenta se stessa. Proiettate su altre società, ne danno un’immagine fallace. E anche riguardo alla nostra società, esse ostacolano la comprensione delle sue caratteristiche fondamentali, quindi della sua specificità storica e della sua dinamica. Polanyi riprende, così, la «critica dell’economia politica», assumendo, come Marx, il difficile compito della nostra epoca: la visione da fuori della scatola sociale dentro la quale ci troviamo.

Lo studio dell’antropologia e della storia antica serve anche ad assolvere quel compito. L’analisi di sistemi economici tanto diversi consente di mettere in questione il nostro, passando per la critica della scienza economica convenzionale e la riformulazione del concetto stesso di economia.

Secondo Polanyi, la definizione «sostanziale» dell’economia, quel che di essa si può dire in generale, è che essa è il modo in cui gli individui umani si procurano i mezzi materiali per soddisfare i propri bisogni, interagendo con l’ambiente naturale e sociale. Egli contrappone questa definizione a quella «formale» adottata dall’economia neoclassica, che postula la razionalità “economizzante” e la “scarsità” come attinenti all’agire economico in sé. Per Polanyi, invece, occorre distinguere il significato generale, generalissimo, che la razionalità e la scarsità hanno in riferimento alla condizione umana dopo la cacciata dall’Eden, dalla loro determinazione come istituzioni di un particolare modo storico di produzione: il capitalismo. Esse connotano, allora, una data forma sociale, in cui si tratta di produrre il massimo con il minimo, dato che il profitto è lo scopo; in cui ogni reddito deriva dalla vendita sul mercato, della propria forza lavoro se non altro; in cui, quindi, il denaro – scarso in sé, poiché vale secondo la sua quantità – è diventato il medium universale.

La definizione «formale» trasfigura questa realtà storica in false generalizzazioni, che impediscono di conoscerla come tale. L’individuo umano bisognoso e razionale viene messo direttamente in rapporto con le risorse di cui dispone, prescindendo dalle determinazioni storico-istituzionali di tale rapporto. Polanyi contrappone a questo metodo individualistico ed «economicistico» quello «sociale», riconducendolo esplicitamente alla «critica» di Marx: si tratta di comprendere il modo in cui l’economia è storicamente organizzata, cioè istituita socialmente, di volta in volta in modo specifico. Questo, egli scrive, è il problema, inevitabilmente comparativo, del «posto dell’economia nella società». Ed è seguendo questo metodo che egli elabora il concetto di “società di mercato” – cioè di “società di mercato capitalistica”, come precisa Ron Stanfield, suo precoce e attendibile interprete[7].

Le brillanti ricerche di Marshall Sahlins sull’«economia dell’età della pietra» fanno esplicitamente riferimento a Polanyi, che egli incontrò in occasione del proprio dottorato presso la Columbia University. Sahlins dimostra – prendendo qualche distanza dalla precedente formazione alla scuola evoluzionista di Leslie White – che la scarsità dei mezzi non esiste nelle società di cacciatori e raccoglitori, poiché i bisogni che implicano un’attività lavorativa sono culturalmente limitati, in un ambiente relativamente ricco di risorse. Al contrario che in quelle «originarie società dell’abbondanza», è nella nostra che non solo la scarsità, ma anche la fame divengono istituzionali[8].

Antropologi e archeologi furono i primi a dividersi riguardo al metodo di Polanyi, riproposto in un articolo del 1961[9] da George Dalton, suo allievo alla Columbia. Dalton spiega bene la cesura, la differenza di specie e non di grado, fra la nostra società e quelle studiate dagli antropologi. Non si possono quindi tradurre i processi economici primitivi in «equivalenti funzionali» dei nostri; in generale, non sono applicabili ad essi le categorie della scienza economica, che rispecchiano la nostra specie di economia. In seguito, Dalton estende al marxismo la sua critica «sostantivista», disapprovando l’uso di concetti come rapporti di produzione, surplus, sfruttamento, sovrastruttura ecc. nell’analisi antropologica[10] – concetti appartenenti, in effetti, alla teoria della società capitalistica. Egli, d’altra parte, non critica il formalismo neoclassico, lasciando supporre che esso sia valido per lo studio della società contemporanea e anche per quelle “in via di sviluppo”, nella misura in cui adottino istituzioni “di mercato”.

Il rapporto fra Polanyi e Marx, con particolare riferimento all’antropologia economica, viene analizzato in modo rigoroso e approfondito in un saggio di Rhoda Halperin. Ella sostiene che il «sostantivismo» di Polanyi non può essere dissociato dal pensiero di Marx – come, a suo avviso, Dalton vorrebbe – e anzi una lettura parallela consente una migliore comprensione di entrambi[11].

Il dibattito sull’opera di Polanyi ha coinvolto storici e antropologi marxisti. Qui è possibile solo accennare alla decisiva riformulazione del materialismo storico compiuta, grazie all’influenza di Polanyi, da Maurice Godelier, formatosi in precedenza nell’ambito del marxismo e dello strutturalismo di Claude Lévi-Strauss e Louis Althusser. Quel che resta, secondo Godelier, della “determinazione in ultima istanza” da parte dell’economia è che, nelle forme premoderne di società, sono sempre le istituzioni sociali di volta in volta dominanti – la parentela, la gerarchia politica, la tradizione religiosa – quelle che espletano la funzione economica (definita in modo «sostantivo») e motivano l’attività economica degli individui. Istituzioni specificamente economiche non esistevano o erano irrilevanti per la riproduzione della società. Solo nella nostra la funzione economica è istituita “economicamente”, cioè è svolta da una struttura autonomamente economica e, quindi, dominante[12]. Si può dire che questa soluzione salvi Marx dall’economicismo e dal determinismo marxista; inoltre, essa avvalora l’insistenza di Polanyi nel sottolineare la specificità della società di mercato capitalistica rispetto ad ogni altra.

La questione di tale specificità – quindi del grado in cui le caratteristiche della nostra società vengono determinate – è fondamentale in tutta la discussione che, fino ai nostri giorni e nei vari campi delle scienze sociali, fa riferimento all’opera di Polanyi. Per esempio, posizioni contrapposte sono rappresentate, riguardo alla storia antica, dagli studi di Moses Finley sulla Grecia, che seguono il metodo di Polanyi, e da quelli di Paul Veyne, che interpreta l’economia di Roma antica attenendosi alla definizione “formale” dell’economia quale condotta individuale «motivata dall’interesse», svolta impiegando razionalmente i mezzi disponibili. Per Veyne, insomma, l’economia sarebbe sempre l’economia: fra i tempi antichi e i nostri, la differenza sarebbe «solo di grado»[13].

Per Polanyi – come per Max Weber[14] e ovviamente per Marx – il generalizzarsi del mercato, parallelamente allo sviluppo della produzione capitalistica, costituisce una cesura storica. Nei primi decenni del XIX secolo, in alcune parti del mondo, il sistema di mercato capitalistico prende a determinare l’organizzazione dell’economia, scrive Polanyi, combinando esseri umani e risorse naturali «in unità industriali dirette da privati impegnati principalmente a comprare e vendere a fini di profitto»[15]. Si producono merci, e anche i mezzi di produzione – il lavoro e la terra – divengono merci. Si costituisce così «la nuova economia capitalistica»[16] e con essa una nuova società. «Non è questione di grado, ma di qualità», egli sottolinea: la cesura è netta – e «violenta» – rispetto alle società precedenti, in cui i mercati, occupando spazi «isolati», «non danno forma a un sistema economico»[17]. L’isolamento – ad esempio, nei ports of trade[18] – garantiva, anzi, che le pratiche di mercato rimanessero al loro posto, dato che erano, appunto, marginali rispetto all’organizzazione tradizionale della società, che avrebbero anche potuto compromettere.

Fernand Braudel – attenendosi, come Veyne, a una definizione generale dell’attività economica e del mercato nella «lunga durata» – sostiene che la concezione polanyiana del sistema di mercato come particolare modo storico di organizzare la produzione sia frutto di «un gusto teologico della definizione»[19]. Douglass North, a sua volta, contrappone al metodo di Polanyi quello della Nuova Storia Economica. Secondo North, non solo il comportamento economico segue norme costanti e motivi propri, ma le istituzioni premoderne – p. es. i ports of trade – e il loro evolversi si spiegano, fondamentalmente, in rapporto con la loro funzione di tenere relativamente bassi i “costi di transazione” e di aprire nuove possibilità di sviluppo economico[20]. Il sistema di mercato (con i suoi complementi, come il Codice civile) è insomma, per la Nuova Storia Economica, il punto d’arrivo della scala evolutiva delle istituzioni economiche, e quindi la chiave universale per comprenderle – non importa quanto remote esse siano.

Il metodo olistico di Polanyi consiste invece nel porre il problema delle diverse forme storiche di società e quindi del modo in cui, in ognuna, l’economia è organizzata. La comparazione a vasto raggio tra le diverse forme è intrinseca in tale metodo. La società in cui viviamo entra inevitabilmente nella comparazione, in quanto forma specifica, che va determinata come tale, al pari di qualsiasi altra. Il confronto, la cognizione della differenza, consentono di comprendere meglio le altre società, e anche la nostra, fuori dal quadro ideologico in cui essa si rappresenta.

È anche mediante la comparazione così intesa che La grande trasformazione fa risaltare le caratteristiche profonde della società capitalistica. Tale livello più generale dell’analisi è intrecciato, nel libro, con quello più specifico delle origini, dell’assetto istituzionale e del «crollo» della «civiltà del diciannovesimo secolo», cioè del capitalismo liberale. L’analisi più concreta – ad esempio la formazione storica del mercato del lavoro, sancita infine legislativamente in Gran Bretagna nel 1834, abolendo il sussidio concesso a tutte le famiglie che non raggiungessero un reddito minimo commisurato al numero dei loro componenti – conduce a concetti riguardanti in generale il capitalismo. Tali concetti – ad esempio, per richiamare un’espressione di Marx, il «lavoratore in forma così nuda»[21], liberato dai vincoli medioevali e anche dai mezzi materiali e sociali della propria sussistenza – consentono, a loro volta, di spiegare gli eventi storici concreti, definendone pienamente il significato. Ad esempio, la riforma del 1834 significa l’affermarsi di una società in cui – osserva Polanyi sulle orme di Max Weber – i motivi dell’agire economico diventano istituzionalmente «la fame e il guadagno». Si ha dunque una società in cui l’agire economico ha motivi che appaiono essenzialmente “economici”, e che è divisa non più in ceti, ma in classi: cioè, precisa Weber, in base al rispettivo rapporto che gli individui, quali liberi cittadini, hanno con l’attività economica. La divisione e il conflitto di classe rientrano, poi, nella spiegazione che Polanyi dà del fatto che, in media, almeno tre quarti di secolo passino prima che il lavoratore diventi libero anche nel senso di titolare del diritto di voto[22]. In effetti, come La grande trasformazione mette in rilievo, il potere delle classi lavoratrici, conquistato anche grazie all’allargamento del suffragio, contribuisce a determinare la crisi del capitalismo liberale e in particolare di uno dei suoi pilastri istituzionali, «lo Stato liberale».

Il posto dell’economia

L’economia è sempre socialmente istituita, organizzata. Si tratta di stabilire come: questo è, per Polanyi, il problema del «posto dell’economia». Egli sostiene che la particolarità della società di mercato capitalistica è che l’economia sia organizzata “economicamente”, cioè secondo norme e motivazioni specificamente economiche. Questo modo di essere istituita assegna all’economia un “posto” a sé, separato dalle altre sfere della vita sociale: una novità nella storia umana.

Max Weber parla in tal senso della moderna «razionalizzazione»: dell’economia in primo luogo, ma anche degli altri aspetti della vita sociale. Niklas Luhmann ha sviluppato il tema nella teoria della differenziazione del sistema sociale in sottosistemi relativamente autonomi, eventualmente autoreferenziali.

Quando il sistema di mercato si generalizza, parallelamente alla produzione capitalistica, l’economia diviene non solo «razionale», ma anche tendenzialmente autonoma. Secondo Polanyi, data l’importanza vitale della sfera produttiva, si realizza «una società “economica”» come mai in precedenza[23]. In effetti, le istituzioni fondamentali della società, quelle che la caratterizzano in modo non contingente, sono istituzioni peculiarmente “economiche”; esse determinano almeno in parte le altre sfere sociali e comunque le vincolano. Il sistema di mercato implica una società di mercato. Rispetto a tutte le società precedenti, la differenza appare radicale, una vera contrapposizione: «Non è più l’economia ad essere incorporata (embedded) in rapporti sociali – scrive Polanyi[24] – ma sono i rapporti sociali ad essere incorporati nel sistema economico».

Il senso di tale contrapposizione va colto al livello della comparazione antropologica. Bronislaw Malinowski – una delle fonti principali di Polanyi – osserva, a proposito degli indigeni delle isole Trobriand, che «norme tradizionali e giuridiche, concezioni magiche e mitologiche introducono un ordine sistematico nelle loro attività economiche e le organizzano socialmente»[25]. Walter Neale, allievo di Polanyi, dedica uno dei saggi che compongono Traffici e mercati… all’organizzazione dell’economia nella società indiana tradizionale. Egli spiega come la divisione del lavoro e la distribuzione del prodotto fossero organizzate mediante un complesso sistema di diritti, obblighi e divieti basato sulle caste, cioè su una tradizione religiosa, che includeva il principio della purezza come criterio gerarchico e la credenza nella metempsicosi come metodo di controllo sociale[26].

L’opposizione fra l’economia embedded in tutte le società precedenti e l’economia moderna, essenzialmente autonoma e autoreferenziale, disembedded, ha un ruolo centrale nel pensiero di Polanyi. Essa è parte integrante della sua critica della scienza economica convenzionale come di quella del materialismo storico, che sono a loro volta elementi significativi della sua teoria della società di mercato capitalistica. Su questa base teorica poggia, poi, il suo ideale politico del reinserimento nella società di un’economia non più fine a se stessa. Tale reinserimento sarebbe l’orizzonte verso il quale procedere per realizzare la libertà “positiva” dell’individuo moderno di collaborare liberamente, consapevolmente e responsabilmente al funzionamento delle istituzioni sociali, e anche al loro continuo rinnovamento. «Libertà socialista» Polanyi la definisce in un manoscritto del 1927[27].

La radicalità teorica e, corrispondentemente, politica del pensiero di Polanyi lo ha reso attraente nell’attuale epoca di crisi. D’altra parte, inevitabilmente, essa ha suscitato resistenze, manifestatesi non solo in critiche, come quelle sopra accennate di Braudel o North, ma anche in interpretazioni riduttive o “creative”.

Gran parte degli interpreti di Polanyi tendono a eludere la questione, fondamentale per lui, delle caratteristiche più generali che distinguono la società contemporanea. Ci si può azzardare a supporre che ciò accada perché si vuol evitare di mettere in questione il sistema di mercato capitalistico come tale. Questo è l’esito, sopra segnalato, dell’applicazione della teoria economica neoclassica da parte degli storici e degli antropologi “formalisti”[28]. Arrivano, tuttavia, allo stesso risultato anche gran parte di coloro che contestano l’adeguatezza della teoria neoclassica, sentendosi magari in dovere di far riferimento a Polanyi: adattandolo ai nostri tempi, in cui un cambiamento delle caratteristiche fondamentali dell’organizzazione sociale appare tanto irreale da rendere difficile, forse nevrotizzante, la mera visione di tali caratteristiche nella loro realtà. Occorre allora, per cominciare, levare di mezzo l’opposizione embedded/disembedded, nel significato che essa ha per Polanyi. Vi hanno provveduto sociologi, economisti neo-istituzionali, antropologi riformisti, neopolanyiani eclettici, adepti della solidarietà e del dono.

In un famoso articolo, Mark Granovetter[29] presenta la “Nuova sociologia economica” quale complemento necessario della teoria economica. Egli sostiene che l’agire economico, come non è totalmente determinato culturalmente nelle società premoderne, così, nella nostra, non è puro calcolo utilitario di individui atomizzati. Esso continua, dunque, ad essere embedded. La “scelta razionale” implica finalità e condizioni non strettamente economiche, motivi morali e sociali (p. es. il potere e il bisogno di approvazione sociale). Va tenuto conto di fattori quali la fiducia, la disonestà e il potere gerarchico. Vanno studiate le «reti sociali», utili, ad esempio, nella ricerca di un’occupazione; mentre l’iscrizione a un country club può procacciare affari.

La letteratura in questo campo è vasta[30] e non ha mancato di ispirare qualche economista, George Akerlof per esempio, che d’altronde già seguiva questa strada. Ovviamente, non si può vietare ai socio-economisti l’uso dell’aggettivo “embedded”, in ricerche del resto utili. Occorre, però, distinguere i diversi significati che esso assume a seconda del contesto analitico in cui viene impiegato. Il livello “micro” della sociologia economica o dell’economia neo-istituzionalista costituisce un determinato oggetto di ricerca, diverso da quello della comparazione a vasto raggio e a livello “macro” fra forme di organizzazione sociale. L’opposizione embedded/disembedded nel senso di Polanyi si colloca a questo secondo livello. Lo stesso Granovetter ha in seguito riconosciuto che, dato il tipo di questioni di cui egli si occupa, non sarebbe appropriato chiamare in causa Polanyi, come egli fa nell’articolo sopra citato[31]: nell’ultima parte del quale, d’altronde, in contraddizione con il riferimento a Polanyi nella prima parte, egli precisa che oggetto delle sue ricerche non sono «questioni generali riguardanti la natura della società moderna» (p. 506).

Il ripensamento di Granovetter non ha impedito la diffusione dell’attribuzione a Polanyi stesso dell’interpretazione “sociologica” del concetto di embeddedness, per cui l’economia sarebbe «sempre embedded», anche nella nostra società. Ci si appella al fatto che La grande trasformazione fa riferimento all’intervento pubblico: necessario per istituire il sistema di mercato e divenuto, in seguito a ciò, sempre più ampio e complesso. Inoltre, Polanyi afferma che un perfetto «mercato autoregolato» era «un’utopia», poiché la società non poteva non difendersi dalla riduzione a merci, potenzialmente catastrofica, delle «merci fittizie»: lavoro, terra e denaro. Si ha dunque un «doppio movimento»: l’estendersi del mercato viene contrastato da una reazione sociale che ottiene misure protettive. Insomma, l’economia non è mai stata disembedded, ma solo più o meno embedded, a fasi alterne.

Questa conclusione non regge. Secondo Polanyi, nella società di mercato economia e politica sono istituite come «sfere istituzionali» diverse, ma ciò non vuol dire che non interagiscano nella realtà concreta. Si pensi ad esempio all’imperialismo o al dominio della stessa classe in entrambe le sfere, benché formalmente separate, ognuna con la propria weberiana «razionalità». Il livello storico-concreto dell’analisi non solo non esclude quello più astratto, ma ne dipende. Le vicende storiche si spiegano mediante concetti più generali, che le rendono significative in quanto appartenenti a una data forma sociale. Il «doppio movimento» non esclude, dunque, che l’economia sia disembedded, ma ne è l’espressione, ed è condizionato dall’esigenza di riprodursi di tale forma sociale di economia: quindi del dominio di classe, della proprietà privata dei mezzi di produzione, della possibilità di ricavarne profitti e rendite. Esso dipende anche dalle alterne vicende – cioè dalla tendenza alla crisi – dell’accumulazione capitalistica. I successi del «contro-movimento» sono rimasti entro i limiti imposti da un’economia autonoma e dominante, cioè disembedded. Il rischio che tali limiti vengano superati provoca – secondo Polanyi, che visse il periodo rivoluzionario intorno alla Grande guerra, poi la Grande depressione e la diffusione del fascismo – una crisi dell’intero assetto istituzionale e una reazione antidemocratica, tanto più aspre quanto più gravi sono le difficoltà del sistema economico e più accesa la lotta di classe.

Il senso più profondo della concezione polanyiana della «utopia del mercato autoregolato» è che sia insostenibile un’organizzazione sociale la cui economia disembedded tenda a mantenere con il proprio ambiente umano e naturale un rapporto strumentale, autoreferenziale, quindi tendenzialmente distruttivo. Per questo, in questo senso e a questo livello egli auspica la reintegrazione dell’economia nella società. D’altra parte, in una conferenza del 1940 sull’argomento[32], egli denuncia «il dilemma in cui ci troviamo», fra l’esigenza di bloccare un sistema distruttivo e la difficoltà di farlo, poiché ne dipendiamo per la nostra sussistenza. Come se il «doppio movimento» fosse vincolato, preso in un «doppio legame».

Neoliberismo, ordoglobalismo

La divergenza teorica fra gli interpreti del pensiero di Polanyi corrisponde, ovviamente, a divergenti prospettive politiche. I sostenitori dell’idea dell’economia «sempre embedded»[33] confidano in un processo che la renda sempre più embedded, in direzione di una società più egualitaria e democratica, in cui l’intervento pubblico lasci il meno possibile in balia del mercato le «merci fittizie». Essi fanno riferimento al New Deal e al neo-corporativismo socialdemocratico del secondo dopoguerra e auspicano un congruo intervento dello stato. La «utopia del mercato autoregolato» viene, allora, riferita meramente al mito di un mercato tendenzialmente perfetto, in cui il meccanismo dei prezzi, lasciato a se stesso, risolverebbe ogni problema. Viene inoltre raccomandata la cura di quella specie di malattia ideologica o di deviazione etica che sarebbe il «fondamentalismo di mercato».

Anche il Mouvement Anti-Utilitariste en Sciences Sociales (MAUSS)[34], così come le analisi e le iniziative favorevoli all’economia “sociale e solidale”, specialmente in Francia e Canada, e l’idea della “decrescita felice” partita da Serge Latouche hanno trovato ispirazione e sostegno in Polanyi. L’opposizione all’economicismo e all’utilitarismo, il perorare l’economia del dono e della convivialità al posto di quella di mercato sono encomiabili, specialmente nel sostenere organizzazioni alternative alla forma vigente di società. Tali iniziative, tuttavia, restano marginali. La critica dell’utilitarismo, a sua volta, resta incompiuta, illusoria, finché esso venga meramente inteso come un modo sbagliato di pensare, invece che come espressione di una realtà sociale organizzata “economicamente”, sulla base dell’ineludibile vincolo della valorizzazione: come chiaramente sostiene Polanyi. Anche Louis Dumont, peraltro antropologo di prim’ordine, autore dell’introduzione all’edizione francese di The Great Transformation[35], mantiene la critica nel regno delle idee e delle convinzioni etiche – delle «nebulose religiose» – cercando in tale direzione una conferma in Polanyi.

Esiste, tuttavia, una corrente minoritaria, benché recentemente rafforzata dalla constatazione che l’erosione della democrazia e la mancanza o la debolezza di alternative riformiste accompagnano la globalizzazione neoliberista. Essa interpreta la teoria di Polanyi nel senso di una “critica dell’economia politica” da accostare, non da contrapporre a quella di Marx. Wolfgang Streek fa riferimento in questo senso a Polanyi in un saggio in cui constata il dileguarsi delle illusioni e delle forze riformiste, e i circoli viziosi delle politiche neoliberiste. Egli teme che la mercificazione accentuata delle «merci fittizie» conduca il capitalismo a una «decadenza progressiva»[36], ma non necessariamente al superamento di esso.

Polanyi continua ad ispirare un numero crescente di articoli e libri sul destino delle «merci fittizie» in epoca neoliberale e sui tentativi di «contro-movimento». È naturale, dato il degrado delle condizioni del lavoro in un mercato globale in cui la circolazione è libera per i capitali, ma non per i lavoratori, e su cui incombono la tendenza alla crisi e la disoccupazione tecnologica. Note, drammatiche e finora vane sono, poi, le preoccupazioni per il disastro ecologico e la «grande finanziarizzazione»[37]. La conoscenza è stata aggiunta come quarta «merce fittizia»[38].

Un’attenzione minore è stata finora dedicata alla concezione politica di Polanyi[39]. La sua analisi della crisi del capitalismo liberale, nel corso della quale emerse la «incompatibilità fra capitalismo e democrazia», viene richiamata da David Harvey[40], a proposito dell’attacco neoliberale alla democrazia. Anche Quinn Slobodian[41] fa riferimento a Polanyi nella sua ben documentata e argomentata storia “lunga” del neoliberismo, a partire dal primo dopoguerra, cioè dalla crisi del capitalismo liberale e dall’esigenza di bloccare l’alternativa socialista. Non si trattava di ridurre al minimo l’intervento dello stato, ma semmai di ampliarlo e di inquadrarlo entro istituzioni sovra-nazionali per renderlo il più possibile funzionale alla libertà di circolare e alla possibilità di valorizzarsi del capitale a livello globale, proteggendolo, inoltre, dai rischi della democrazia e della decolonizzazione. Slobodian non rileva la corrispondenza di questa sua visione della storia del Novecento con quella di Polanyi, poiché tende a identificare il pensiero di Polanyi con le interpretazioni che lo riducono, come abbiamo visto, alla critica del «fondamentalismo di mercato».

NOTE

[1] Cit. da Wolfgang Streek, Buying Time. The Delayed Crisis of Democratic Capitalism, Verso, London 2014, p. 85.

[2] D. H. Meadows et al., The Limits to Growth, Universe Books, New York 1972. (I limiti dello sviluppo, Mondadori, 1972).

[3] K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino 1974. Alfredo Salsano curò questa traduzione di un libro allora poco conosciuto nel mondo, ora tradotto in venti lingue. Salsano ha il merito di aver diffuso la conoscenza di Polanyi in Italia, pubblicandone le opere e ricostruendone intelligentemente il pensiero in diversi saggi. Cfr. p. es. A. Salsano, «La filosofia politica di Karl Polanyi», in AA. VV., Karl Polanyi, a cura di A. Salsano, Bruno Mondadori, Milano 2003.

[4] K. Polanyi, «La nostra obsoleta mentalità di mercato», in Id., L’obsoleta mentalità di mercato. Scritti 1922-1957, a cura di M. Cangiani, Asterios, Trieste 2019, p. 247.

[5] K. Polanyi, La sussistenza dell’uomo, a cura di H. W. Pearson, Einaudi, Torino 1983, p. 7.

[6] Traffici e mercati negli antichi imperi, Einaudi, Torino 1978.

[7] J. Ron Stanfield, «Institutional Economics and the Crises of Capitalism», Journal of Economic Issues, XI/2, 1977, pp. 449-460.

[8] M. Sahlins, L’economia dell’età della pietra, Bompiani, Milano 1980, in partic. p. 41. (Stone Age Economics, 1972).

[9] G. Dalton, «Economic Theory and Primitive Society», American Anthropologist, 63, 1961, pp. 1-25.

[10] G. Dalton, «Writings That Clarify Theoretical Disputes Over Karl Polanyi’s Work», Journal of Economic Issues, 24/1, 1990, pp. 249-261.

[11] R. H. Halperin, «Polanyi, Marx, and the Institutional Paradigm in Economic Anthropology», Research in Economic Anthropology, Vol. 6, 1984, pp. 245-272.

[12] Cfr. M. Godelier, «Economia», in Enciclopedia, vol. V, Einaudi, Torino 1978.

[13] Paul Veyne, Il pane e il circo, Il Mulino, Bologna 1984, p. 59. (Le pain et le cirque, 1976).

[14] Cfr. M. Weber, Storia economica, Donzelli Roma 1997, pp. 195-196.

[15] K. Polanyi, La sussistenza dell’uomo, cit., p. 32.

[16] La grande trasformazione, cit., p. 101.

[17] K. Polanyi, «Sulla fede nel determinismo economico», in Id., Una società umana, un’umanità sociale, a cura di M. Cangiani e C. Thomasberger, Jaca Book, Milano 2015, pp. 320 e 321.

[18] Porti franchi o “di tratta”; cfr. Traffici e mercati… e K. Polanyi, Il Dahomey e la tratta degli schiavi, Einaudi, Torino 1987.

[19] F. Braudel, I giuochi dello scambio, Einaudi, Torino 1981, p. 214.

[20] D. North, «Markets and Other Allocation Systems in History: The Challenge of Karl Polanyi», Journal of European Economic History, vol. VI, n. 4, 1977, pp. 703-716.

[21] K. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, Einaudi, Torino 1976, vol. I, p. 452.

[22] Thomas H. Marshall riprende la questione di tale distanza nel suo saggio del 1950, Citizenship and social class, citando il libro di Polanyi.

[23] «La nostra obsoleta mentalità di mercato», art. cit., p. 234.

[24] La grande trasformazione, cit., p. 74

[25] B. Malinowski, «The primitive economics of the Trobriand Islanders», The Economic Journal, XXXI, 1921, p. 7.

[26] W. C. Neale, «Reciprocità e ridistribuzione nel villaggio indiano», in Traffici e mercati…, cit., pp. 265-288.

[27] «Sulla libertà», in Una società umana, un’umanità sociale, cit., pp. 128-158.

[28] Cfr. p. es. S. Cook, «The Obsolete “Anti-Market” Mentality: a Critique of the Substantive Approach to Economic Anthropology», American Anthropologist, vol. 68, n. 2, 1966. Ripubblicato nel volume di consimile tendenza, Economic Anthropology: Readings in Theory and Analysis, a cura di E. E. LeClair Jr. e H. K. Schneider, Holt, Rinehart & Winston, New York 1968, pp. 208-228.

[29] M. Granovetter, «Economic Action and Social Structure: The Problem of Embeddedness», The American Journal of Sociology, vol. 91, n. 3, 1985, pp. 481-510.

[30] Un minimo riferimento: il volume curato da Sharon Zukin e Paul DiMaggio, Structures of Capital. The Social Organization of the Economy, Cambridge University Press, 1990. Inoltre, le opere di Viviana Zelizer.

[31] Cfr. G. Krippner et al., «Polanyi Symposium: a conversation on embeddedness», Socio-Economic Review, 2, 2004, pp. 114-115.

[32] K. Polanyi, «La tendenza verso una società integrata», in Id., Per un nuovo Occidente. Scritti 1919-1958, a cura di G. Resta e M. Catanzariti, Il Saggiatore, Milano 2013, pp. 271-277.

[33] Cfr. F. Block and M. Somers, The Power of Market Fundamentalism. Karl Polanyi’s Critique, Harvard University Press, Cambridge, Mass. 2014. Questo libro, composto in gran parte da saggi precedentemente pubblicati dai due autori, è diventato un immancabile riferimento. Esso rispecchia d’altronde il punto vista della maggioranza degli interpreti di Polanyi. Cfr. p. es. gli articoli dichiaratamente “post-polanyiani” di diversi autori nel numero speciale di Economy and Society, vol. 43, n. 4, 2014. Inoltre, il volume curato da Chris Hann e Keith Hart, Market and Society. The Great Transformation Today, Cambridge University Press, Cambridge 2009. E quello curato da I. Hillenkamp e J.-L. Laville, Socioéconomie et démocratie. L’actualité de Karl Polanyi, Érès, Toulouse 2014.

[34] Pubblica dal 1981 la Revue du MAUSS.

[35] L. Dumont, «Préface», in K. Polanyi, La Grande Transformation, Gallimard, Paris 1983.

[36] W. Streek, «How Will Capitalism End?», New Left Review, 87, May-June 2014, pp. 35-64.

[37] From the Great Transformation to the Great Financialization (Fernwood, Halifax 2013) è il titolo del libro di Kari Polanyi Levitt, importante per la ricostruzione del pensiero di suo padre e della sua rilevanza attuale. A partire dai propri studi sui problemi e le teorie dello sviluppo, ella, inoltre, analizza la crisi presente del sistema capitalistico mondiale: la finanziarizzazione, certo, ma anche «l’emergere del Sud globale». A quest’ultimo tema è dedicato anche il saggio di Samir Amin, che chiude il libro.

[38] Alla questione è dedicata, p. es., una parte del volume che trae origine dalla decima Karl Polanyi Conference, tenutasi a Istambul nel 2005: Ayşe Buğra and Kaan Ağartan, eds, Reading Karl Polanyi for the Twenty-First Century, Palgrave Macmillan, New York 2007. Il Karl Polanyi Institute of Political Economy di Montréal sta organizzando il quindicesimo Convegno internazionale. Il primo ebbe luogo a Budapest nel 1986, centenario della nascita di Polanyi.

[39] Per una ricostruzione, dalla sua genesi a Budapest fino a La grande trasformazione, cfr. M. Cangiani e C. Thomasberger, «Introduzione. Costruire la libertà», in K. Polanyi, Una società umana, un’umanità sociale, cit., pp. 19-52.

[40] D. Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore, Milano 2007.

[41] Q. Slobodian, Globalists. The End of Empire and the Birth of Neoliberalism, Harvard University Press, Cambridge, Mass. 2018.

(http://ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/ , 6 marzo 2020)

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