6 dicembre 2010, Cultura - Recensioni

Perchè non possiamo non dirci keynesiani

di Massimo Giannini

“Sono un liberale?” è una raccolta di scritti dell’economista che mostra come la vera “Terza via”, tra socialismo e capitalismo, fosse la sua.
È una sorta di manifesto del liberalismo rivoluzionario: “Dobbiamo inventare una saggezza nuova per una nuova era E nel frattempo dobbiamo apparire eterodossi, pericolosi, disobbedienti”.
Dava per scontato ciò che oggi non lo è più: il Welfare State, i poteri del Parlamento, il denaro statale per la disoccupazione, l’istruzione pubblica E il rifiuto quasi assoluto della guerra.

Siamo il Paese della politica invisibile: tra la bancarotta conclamata del centrodestra berlusconiano e l’amministrazione controllata del centrosinistra bersaniano. Siamo il Paese dell’etica flebile: tra vajasse da Transatlantico e Ruby Rubacuori. Siamo il Paese del pensiero debole: tra intellettuali in disarmo e «filosofi di corte». A caccia famelica di «modelli», e a corto di riferimenti per il futuro, non facciamo che rivolgere lo sguardo al passato, e cercare «lumi» nei pantheon del bel tempo che fu. Cosa penserebbero del nostro quotidiano tragicomico socio-politico Antonio Gramsci o Piero Gobetti? Cosa scriverebbero del patetico real-trash televisivo Gadda e Pasolini? E se guardiamo all’economia, e al suo rapporto con la politica, cosa direbbero Friedman e Keynes?

Almeno per il grande Sir John Maynard, ora abbiamo la risposta. Non sta nella previsione di ciò che direbbe, ma nell’interpretazione di ciò che ha già detto. Un esempio, celebrato: la tempesta perfetta che sconquassa i mercati da due anni a questa parte. Basta rileggere Le conseguenze economiche della pace (ri-edito da Adelphi nel 2007), scritto dal grande economista inglese nel 1919 dopo aver partecipato come delegato di Sua Maestà alla Conferenza di Versailles, per rendersi conto di quale capacità di visione si concentrasse in quel cervello straordinario. Ora, a questo esercizio ermeneutico si aggiunge un altro «titolo», non meno folgorante. «Sono un liberale?», nuova raccolta di saggi keynesiani, curati da Giorgio La Malfa e appena pubblicati sempre da Adelphi. Saggi brevi, ma scritti col nitore del classicista, più che dell’economista. E col rigore dello scienziato, più che del moderato.

Può sembrare un paradosso, ma già ai tempi di Keynes (i pamphlet risalgono al periodo 1919-1946) il liberalismo non godeva di buona salute. Soffriva, schiacciato tra due titani. Da una parte il capitalismo arrembante e arrogante, protetto sotto le gonne dei partiti conservatori: «Costoro – scrive Keynes nel 1924 in Sono un liberale? La fine del laissez-faire – non è governato dall’alto in modo che l’interesse privato e l’interesse sociale coincidano sempre, né governato dal basso in modo che essi coincidano all’atto pratico». E a Keynes non va giù la difesa assiomatica di quel principio, praticata da una business community già allora influentissima: «Proporre alla City un intervento sociale per il bene comune è come discutere con un vescovo di sessant’anni fa dell’”Origine della specie”…«.

Dall’altro lato c’è il Moloch del socialismo che Keynes, da vero borghese «reo confesso», non sposa innanzitutto per ragioni di classe. E poi perché il partito laburista è «fiancheggiato» da quello che lui stesso chiama «il Partito della catastrofe – giacobini, comunisti, bolscevichi o comunque li si voglia chiamare». Non che il colto e laico John non avverta il fascino della «fede» marxiana all’epoca incarnata dal leninismo sovietico. Ma in Un breve sguardo alla Russia, resoconto di un viaggio compiuto in quel «pianeta avverso» nel ’25, scrive: «Sono sicuro di una cosa – chiarisce a scanso di equivoci – se il comunismo avrà un certo successo lo otterrà non in quanto tecnica economica perfezionista, ma in qualità di religione». Ben scavato, vecchia talpa: cos’altro ha sancito, il crollo del Muro dell’89?

Tra questi due titani, Keynes vede la «Terza Via» liberale, con più di mezzo secolo d¿anticipo sul New Labour blairiano. Tra conservatori e laburisti, c’è «uno spazio per un terzo partito che non sia schierato in termini di classe e che, nel costruire il futuro, sia libero tanto dall’influenza dei reazionari quanto da quella dei catastrofisti, troppo impegnati a ostacolarsi a vicenda». Assunto incontestabile, per quel mondo. Con qualche forzatura, dalla quale non si sottrae Giorgio La Malfa nella sua stimolante prefazione, si potrebbe dire anche per «questo mondo». E magari per questa Italia, flagellata da un bipolarismo malato e improduttivo, che fa da brodo di coltura per nuove tentazioni terzaforziste, centriste, moderate, e sedicenti liberali. Lo spazio politico e culturale c’è, in effetti, e solo un cieco potrebbe non vederlo. Decenni di sottocultura economica corriva, e di pratica politica lasciva, hanno fatto strame del «liberalismo». Rivisitato nella versione sovra-nazionale dall’anti-statalismo selvaggio della scuola di Chicago (che Bush ha sintetizzato nelle formule più truci e del capitalismo compassionevole), e nella versione nazionale dal conservatorismo rivoluzionario e populista (che Berlusconi ha precipitato nella forme più demagogiche e privatistiche della «libertà di»). Oggi, dunque, di un sana cultura liberale si avverte drammaticamente la mancanza.

Ma troppo spesso, in questi tempi avari e a queste inospitali latitudini, il sincero liberalismo viene rinchiuso in una ridotta di flaccido «terzismo». Che non sceglie, non si schiera, se non per geometrie variabili e opportunismi volubili. E allora, rinfrancati dalla «Terza Via» di Keynes, ci accorgiamo di che altra pasta era fatta quell’intuizione. Intanto il vecchio John Maynard dava per scontato ciò che oggi, per assurdo, scontato non è più: vale a dire che siano ormai acquisiti, o introiettati come valori condivisi, la libertà civile e religiosa e il Welfare State, i poteri del Parlamento e l¿imposizione fiscale progressiva sui redditi e sulle ricchezze, il denaro statale per la disoccupazione e l’istruzione pubblica. E poi, soprattutto, Keyens è netto, nello scolpire con l’accetta la piattaforma politico-culturale del «nuovo» liberalismo. Il rifiuto quasi assoluto della guerra, «anche a costo di far passare la Gran Bretagna per un paese debole». Il conferimento di poteri di governo a corporazioni ed enti amministrativi semindipendenti, «senza tuttavia compromettere il principio democratico o la sovranità suprema del Parlamento». La questione dei salari, non più affidabili al semplice incontro tra domanda e offerta, ma ridefinito in un campo d’azione che tenga conto anche di ciò che è «equo e ragionevole». La questione delle regole in economia, precondizione per costruire «un regime che mira deliberatamante al controllo e alla direzione delle forze economiche nell’interesse della giustizia e della stabilità sociale». Persino la «questione sessuale», che va dal controllo delle nascite all’uso dei contraccettivi, dalla posizione economica della donna alla tutela della famiglia.

In questo c’è tutto il fascino, attualissimo e moderno, del manifesto keynesiano. Un liberalismo eretico, quasi rivoluzionario. «Dobbiamo inventare una saggezza nuova per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disobbedienti agli occhi dei nostri progenitori». Per questo continuiamo ad amare John Maynard. Per questo, parafrasando un altro liberale di cui si avverte qualche nostalgia, ancora oggi «non possiamo non dirci keynesiani».

(articolo tratto da “La Repubblica” del 26 novembre 2010)

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