23 marzo 2015, Cultura - Recensioni

Perchè abbiamo bisogno dell’arte di scomparire

di Andrea Bajani

Il nuovo saggio del filosofo Pierre Zaoui, ma anche il film di Panahi trionfatore a Berlino, rilanciano il valore del “non esserci”. Contro gli eccessi dell’era social.

Quando i bambini non vogliono sentire risposta, fanno per gioco un gesto che gli hanno insegnato gli adulti. Si coprono con le mani le orecchie, a volte chiudono anche gli occhi, e poi dicono “bla bla bla” a getto continuo. Ovvero, innalzano un muro di parole tra sé e il mondo che li circonda, una fortezza inespugnabile collaudata da generazioni prima di loro. Finché continueranno a blaterare niente li potrà raggiungere, nulla li potrà scalfire. Ingenuamente, si proteggono gli occhi e le orecchie, pensando che il mondo potrebbe entrare anche da lì.

Crescendo poi si rendono conto che se ne può fare anche a meno, e che quella specie di gioco è una strategia che più o meno usano tutti. Basta non smettere mai di parlare, per non ascoltare. Non è necessario tapparsi le orecchie. Si può saltare fuori dalla trincea e incamminarsi nel mondo senza troppe paure: il caricatore di parole che svuoteremo sarà il miglior fuoco di copertura.

L’importante è non lasciare mai il grilletto: dire, dichiarare, chiacchierare, twittare, chattare, affermare, scherzare, sminuire, ingigantire, commentare. Ogni indecisione può essere fatale: appostato dietro un mirino, da qualche parte, c’è sempre pronto qualcuno che potrebbe cominciare a parlare.

Eppure poi quando capita di fare cilecca, di restare lì impalati senza munizioni verbali, ci si accorge che succede una cosa soltanto: il mondo comincia la controffensiva, e così facendo ci si spalanca davanti. E se i primi attimi di silenzio possono portare smarrimento – il terrore di sparire – quello che poi ne consegue è una specie di sollievo, e un’insperata e rifocillante pienezza. Questo è uno dei pensieri a cui induce, tra l’altro, la lettura di L’arte di scomparire. Vivere con discrezione, del filosofo francese Pierre Zaoui (in uscita da il Saggiatore, nella traduzione di Alice Guareschi).

Sottrarsi al ronzio della propria logorrea assicura un angolo dove trovare ristoro e mette in una condizione privilegiata per iniziare a osservare. Scomparire – sottrarsi alla compulsività delle parole – rende in qualche modo disponibili: «La prospettiva si allarga e il mondo appare meravigliosamente molteplice, decentrato, percorso da mille linee di fuga. [..] La vostra posizione discreta, inosservata, trasparente vi apre a un’esperienza nuova: l’abbandono dei fantasmi di onnipotenza, dell’essere indispensabili, dell’essere responsabili di tutti e di ciascuno. Farsi improvvisamente discreti significa rinunciare per un momento a qualsiasi volontà di potenza».

È solo grazie alla concavità scavata dalla propria scomparsa che il mondo trova il suo spazio per mostrarsi. Il contrario è il tempo che viviamo: il mondo crivellato di discorsi, milioni di persone stroncate da un’indigestione di parole. È un tempo in cui non a caso si cercano radure, in cui le zone franche in cui sparire già si offrono a pacchetti convenienti, nuovo business e cura dello spirito, con nuovi guru che somministrano la terapia del silenzio e lo yoga metropolitano, la settimana di meditazione in mezzo ai boschi, il trekking con gli sherpa in alta quota, l’orto da coltivare nei fine settimana. Perché questo è il tempo di Norman Bombardini, il bulimico e indimenticabile personaggio di La scopa del sistema di David Foster Wallace, che sogna di ridurre, con la propria crescente obesità, il rapporto tra l’Io e il Mondo. Fino a quando non avrà eliminato il mondo occupandone tutto lo spazio con il proprio corpo non troverà pace. Quando e se mai ce la farà, non potrà che soccombere.

Ed è proprio nel tempo grottesco e disperato di Norman Bombardini, nell’epoca della logorrea d’assalto, che la scomparsa – o la discrezione – si offre come scialuppa di salvataggio. Che cosa dice il freschissimo Orso d’oro a Berlino, il meraviglioso Taxi di Jafar Panahi, se non che soltanto sottraendosi si può lasciar venire a sé il mondo, e dunque finalmente entrarci? Finiti gli umilianti e vergognosi arresti domiciliari impostigli dal regime, il regista iraniano avrebbe potuto uscire e chiedere attenzione, prendere un megafono e dire “Io”. Avrebbe potuto tentare di rioccupare lo spazio che gli era stato scippato, applicare il metodo Bombardini. La sua strategia è invece diametralmente opposta: si fa tassista per le strade di Teheran.

L’autore di Off Side e di quel capolavoro che è Questo non è un film si mette la cintura e, reso invisibile dal suo ruolo vicario, lascia che il mondo salga a bordo e si dispieghi dentro l’abitacolo registrato da piccole telecamere piazzate dentro l’auto. Il risultato è irresistibile e prima di tutto, però, politico. Il suo è un gesto semplice: scomparire tacendo, opporre la discrezione alla violenza di un potere coercitivo, dare valore a quella posizione marginale. Significa rivendicare la funzione politica, e in qualche modo di resistenza, dell’ascolto. Il tempo in cui tutti vogliono parlare e nessuno vuole più ascoltare è un tempo sfiatato che annulla ogni dialettica, che soffoca l’idea stessa di scuola, che piccona la democrazia nel momento stesso in cui pretende di esserne l’espressione più diretta.

Scomparire sotto il cappello di chauffeur, come fa Jafar Panahi, opporre discrezione, è la risposta al metodo Bombardini, a una logorrea alla lunga soltanto autodistruttiva. Essere discreti è politico, dunque, ed è anche una virtù morale, come ricorda Pierre Zaoui. Ma prima di tutto, dice il filosofo francese, procura un piacere e una qualche forma di conforto. «Imparare a rendersi impercettibili e godere dello scomparire» procura il conforto di ascoltare qualcuno, il piacere di imparare invece che di voler sempre insegnare tutto a tutti. È fonte persino di una specie di sollievo estetico, è il recupero di uno stile, è una radura di silenzio dentro l’affollato parolaio.

È il conforto di una domanda invece di mille risposte dette tutte insieme. Perché imparare ad articolare una domanda significa imparare a fare spazio, predisporsi una concavità, accettare che lo spazio vuoto sia una disponibilità e non un buco da otturare. Scomparire per un attimo, offrire agli altri il piacere che si prova ad abitare lo spazio offerto da qualcuno che dopo aver parlato tanto, con o senza le mani sulle orecchie, finalmente tace.

(“La Repubblica”, 26 febbraio 2015)

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