18 ottobre 2011, Cultura

Per una teologia che non consideri solo l’essere umano

Paris: katedra Notre - Dame; XIII w.; portal centralnydi Gianni Tadolini

«… una civetta ancora viva, inchiodata sulla porta di una casa: l’uccello sacro di Atena e di Neith, il simbolo tibetano del discepolo in ritiro spirituale, l’uccello che ha rappresentato ad ogni latitudine la saggezza divina, crocifisso da un contadino cattolico! Nel contemplare la povera creatura insanguinata ed agonizzante, accecata dal sole, divorata dalla sete, come non pensare al Cristo a cui si ispira questo boia? Il gesto criminale ed imbecille di quest’uomo non avrà altro risultato che quello di attirare la disgrazia su quella casa…» (Jean Prieur, 1986).

Ho appena terminato la lettura del libro Gesù, di Klaus Berger, teologo cattolico di fama internazionale: è una vera Summa cristologica in chiave splendidamente attuale. Ciò che rende particolarmente avvincente il testo è la capacità – che l’autore sicuramente possiede – di collocare Gesù di Nazareth di fronte ai problemi dell’uomo di oggi, in tutte le direzioni.
Mi ha colpito però che nelle quasi 700 pagine della trattazione non si arrivi ad affrontare il tema della relazione uomo-ambiente ed in particolare quello del rapporto etico tra l’uomo e le altre specie a lui simili: gli animali. Il tema non viene mai affrontato né nei termini della morale naturale, né in quelli della fede. Nella lettura del pregevole lavoro si coglie dunque un orientamento decisamente (oserei dire esageratamente) antropocentrico: ciò che conta è l’uomo, solo l’uomo; l’uomo è al centro dell’universo ed unicamente esso è nelle “preoccupazioni” di Dio; l’uomo è il senso della vita, signore del creato. Persino negli ampi tratti che riguardano la sofferenza sembra che esclusivamente l’uomo sia in grado di soffrire (…).

Io credo che durante la stesura del Gesù anche in Berger abbia agito inconsapevolmente una poderosa rimozione, quella tipica della cultura occidentale, quella che consente – solo per fare un esempio – che nella cattolicissima Spagna vengano sacrificati (è più appropriato dire torturati) 40.000 tori ogni a nno per il divertimento barbaro e la ferina eccitazione di migliaia di uomini, donne e bambini che alla domenica mattina hanno avuto pensieri di cristiana carità di fronte al Santissimo Sacramento e al pomeriggio si ritrovano nell’arena, godendo sadicamente alla vista di un mammifero a loro del tutto simile – almeno nei termini della storia filogenetica – che sanguina, rantola, preda di un dolore e di una paura indicibili, mentre tenta un disperato e inutile combattimento contro i suoi carnefici.
Chi scrive non è un romantico animalista, ma un ricercatore scientifico di 60 anni che per tutta la vita da adulto ha studiato il cervello dei mammiferi, umani e non umani, le loro emozioni, il loro sentire, la loro angoscia e la loro gioia. Ebbene, chi scrive può assicurare che ciò che esperisce un toro nell’arena, con le punte d’acciaio delle banderillas conficcate nella carne viva e un popolo di scalmanati urlanti che non aspettano altro che vedere scorrere il suo sangue, non è per nulla dissimile a quanto sentirebbe ognuno di noi, se un qualche Caligola o Nerone contemporanei gli riservasse lo stesso trattamento in un rinnovato Colosseo. Anzi, noi avremmo la possibilità di pregare e trovare un senso al nostro martirio, un toro no, per lui sono solo ore di tremenda e abissale angoscia.
Eppure noi cattolici raramente ci siamo posti il problema: l’enciclica “Sollicitudo rei socialis”, di Giovanni Paolo II (1988), che invita al «rispetto per gli esseri che costituiscono il mondo naturale» è giusto una fulgida eccezione, a mio avviso ben poco presa in considerazione.

UNA LUNGA STORIA DI FEROCIA

Mi si consenta ora di indicare, molto succintamente, le pietre miliari che segnano il percorso che ha portato a questa nostra weltanschauung così follemente antropocentrica: gli indicatori storici di questa cecità morale che ci ha fatto aguzzini inconsapevoli di milioni di vite senzienti.
La tradizione specista – quella che considera la supremazia morale e la superiorità ontologica della specie umana sulle altre creature – ha solide e antiche origini. Non è questa la sede per una disanima esaustiva del problema; basti ricordare che sia l’ebraismo che la grecità classica sono ampiamente punteggiati di elementi su questa linea: il libro del Genesi è specista, Aristotele è specista, Sant’Agostino è specista, l’Aquinate è specista, solo per citare qua e là qualche punto di riferimento.

Anche se occasionalmente troviamo dei “dissidenti” (ad esempio, sembra che lo fosse Pitagora e forse anche il profeta Isaia), lo specismo regna incontrastato in Occidente per molti secoli. Il cristianesimo, che coniuga la tradizione ebraica col pensiero greco, non può che avere – nei confronti degli animali – l’impronta trasmessagli dalle culture da cui deriva. In più, si incontrarono, ad un certo momento della storia, da un lato il mondo romano – così incline al connubio divertimento-sangue da considerare la sofferenza dell’animale come fonte di svago – e dall’altro lo spirito cristiano, impegnato a sottolineare ossessivamente il valore della persona umana, solo quella umana, fino alla configurazione di una grande apoteosi teo-antropocentrica (il Dio veramente uomo). Le specie non umane sono allora relegate in spazi angusti di considerazione, sempre soggette all’uomo che le utilizza a proprio uso e consumo.

A proposito dell’animale-gioco, lo storico inglese Hedward Hartpole Lecky (1838 – 1903) ci dice che sotto Caligola furono uccisi per divertimento 400 orsi in un solo giorno. Per l’inaugurazione del Colosseo vennero sacrificati a Roma 5.000 animali. Al tempo di Traiano, giochi atroci tra uomini e animali si protrassero addirittura per 123 giorni consecutivi. E salendo il corso dei secoli cristiani, non tenero con gli animali è il grande vescovo di Ippona, che considera «colmo della superstizione» astenersi dall’uccidere animali, né il Dottore Angelico che disserta a lungo sulla faccenda se l’animale debba essere soggetto all’uomo, concludendo che è lecito sopprimere gli animali «in forza dell’ordine stesso stabilito da Dio» (Summa Th. Gen. I e Gen. IX).

E arrivo rapidamente a Cartesio, che fu, per i poveri animali, causa di molti guai. (…). È probabile che, senza Cartesio, le cose sarebbero andate diversamente e forse il modo con cui lo stesso mondo scientifico ha considerato gli animali sarebbe stato in qualche modo diverso. Il filosofo francese – siamo intorno al 1600 – arriva ad esprimere nella Parte V della sua opera più importante, Discorso sul Metodo, una radicale separazione tra l’uomo e l’animale, sottolineando la “superiorità” dell’uomo – dotato di ragione ed anima immortale – e relegando l’animale al livello di un semplice automa (automata), persino incapace di provare dolore in quanto non in grado di esserne consapevole.
Il problema sta nel fatto che gran parte della scienza naturalistica, tra Cartesio e Darwin, sarà cartesiana. Così racconta un contemporaneo del filosofo francese: «Gli scienziati [intende quei giansenisti che a Port-Royal seguivano il pensiero di Cartesio] bastonavano i cani con la più assoluta indifferenza e si prendevano gioco di coloro che avevano compassione di queste creature, pensando che sentissero dolore. Dicevano che gli animali non sono altro che orologi, che i lamenti con cui reagiscono alle percosse sono solo il rumore di una piccola molla che è stata sollecitata. Essi immobilizzavano quei poveri animali su delle tavole di legno, inchiodando le loro zampe e li vivisezionavano per poter osservare la circolazione del sangue» (ho tratto il brano da uno studio di Leonora Rosenfield, del 1968).

Per fortuna, nella storia del pensiero occidentale, non esiste solo l’eredità cartesiana. Gli autori da citare sarebbero molti, ma certamente su tutti si eleva, per statura intellettuale e morale, l’inglese Jeremy Bentham (1748 – 1832), le cui tesi, ben più convincenti e sensate di quelle cartesiane, scavalcano ogni elucubrazione razionalista per porsi immediatamente su un piano pragmatico. A Bentham interessa solo poter rispondere ad una domanda: «gli animali possono soffrire?». E poiché la risposta è affermativa, nella sua Introduzione ai principi della morale e della legislazione (1789), egli pone le basi filosofico-giuridiche dei diritti degli animali.

Tuttavia l’impostazione cartesiana nelle scienze naturali resterà in Occidente di gran lunga quella prevalente, forse anche per il consenso che il filosofo (che aveva studiato con i gesuiti a La Flèche) trova in quella parte della gerarchia ecclesiastica che cominciava, in quegli anni, ad occuparsi di scienza: non si dimentichi che fu proprio il cardinal Pierre de Brulle, gesuita – grande protagonista della Francia religiosa dell’epoca e ben introdotto a corte – a spingere Cartesio verso lo studio del corpo umano e l’osservazione anatomica in vivo.
Ma i secoli scorrono: nasce Arthur Schopenhauer – anch’egli parlerà di un’etica per gli animali ed accuserà Kant di non aver voluto affrontare seriamente l’argomento -, nasce Darwin, nasce Henry Salt, la cui opera del 1892, I diritti animali considerati in relazione al progresso sociale, riscuoterà un ampio successo in Europa.

Intanto – siamo agli inizi del ’900 – Ivan Petrovic Pavlov inizia a considerare l’animale come soggetto sperimentale per eccellenza e, grazie ai suoi cani, riceve il Nobel per la medicina nel 1904. (…). Da Pavlov in poi, in Europa e negli Stati Uniti, ci si mette a fare esperimenti con tutti gli animali: la vivisezione – tremenda, cinica, impietosa – negli istituti universitari diventa frequentissima e viene accettata dalla morale comune. Nella quasi totalità del mondo scientifico, l’animale viene considerato un laboratorio vivente e sull’altare della scienza si immola, spesso tra atroci sofferenze e senza andare per il sottile, la vita di milioni di esseri senzienti. Persino in casa nostra un religioso cattolico, addirittura frate francescano, psicologo e scienziato accreditato presso la Santa Sede, consigliava agli studenti di medicina di tagliare le corde vocali ai cani ed ai gatti durante le esperienze scientifiche di vivisezione, affinché con le loro grida di dolore non disturbassero il lavoro dei ricercatori. Sto parlando di quella opaca figura del fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, padre Agostino Gemelli (1878-1959). La testimonianza è del medico e storico della medicina Giorgio Cosmacini ed è sicuramente attendibile, in quanto lo studioso né ebbe alcuna animosità nei confronti del frate, né manifesto mai particolare sensibilità verso le “creature mute”.
Io stesso ho trascorso molte ore nei laboratori a scrutare il cervello di poveri, piccoli mammiferi anestetizzati sull’apparecchiatura stereotassica. Forse è per questo che mi arrogo oggi il diritto di parlare, mosso da un santo senso di colpa che il Signore ha voluto concedermi nella fase discendente della parabola della mia vita terrena.

E NELLA CHIESA SOLO FULGIDE ECCEZIONI

Ma torniamo alla storia: e la Chiesa? La Chiesa taceva, incurante dei messaggi forti che erano arrivati da Francesco d’Assisi, Martino de Porres, Filippo Neri, Serafino di Sarov, da venerati eremiti come Sergio, il santo che visse nella foresta in compagnia di un orso. E – avvicinandoci nel tempo – come ha potuto la Chiesa non sentire la voce del cardinal Tommaso Maria Zigliara, quando dal pulpito della Minerva, a Roma, diceva: «Nel giorno del Giudizio gli animali che avranno ricevuto le vostre cure verranno a testimoniare a vostro favore», o dell’arcivescovo di Bordeaux, mons. Donnet, che in un’allocuzione del 1866 ricordava ai fedeli i doveri nei confronti delle creature inferiori, «doveri di accudimento ai quali all’uomo non è consentito di sottrarsi». E, solo qualche anno fa, chi non ricorda la splendida figura del romano parroco degli animali, mons. Mario Canciani, quando a San Giovanni dei Fiorentini pronunciava quella frase, così dura e veritiera: «nel dolore gli uomini hanno grida bestiali e le bestie grida umane»? E perché la voce del biblista Paolo De Benedetti deve restare confinata alle aule universitarie e al dibattito fra gli studenti delle facoltà teologiche dove insegna? Perché il Magistero non si impegna apertamente nella questione?

Il fatto è che la Chiesa non si è mai posta seriamente il problema etico della supremazia incondizionata dell’uomo sull’animale. Il Catechismo “ufficiale” ne fa un accenno nella II Sezione della III Parte, quella che commenta i Dieci Comandamenti, ma si pone in maniera decisamente specista, considerando il diritto dell’uomo di dominare sulle altre specie. Al paragrafo 2416 ricorda che gli animali sono creature di Dio, soggette alla sua «provvida cura» e cita l’attenzione agli animali che hanno mostrato San Francesco d’Assisi e San Filippo Neri. Nel paragrafo successivo mette in evidenza però la legittimità dell’uomo di “servirsi” degli animali, per il nutrimento, per gli indumenti, per il lavoro e lo svago. Viene fatto poi un accenno alle sperimentazioni mediche e scientifiche su animali, dichiarandone la liceità morale «se rimangono entro limiti ragionevoli e contribuiscono a curare o salvare vite umane». Non si pone per nulla il problema della sofferenza dell’animale, né del suo grado di evoluzione rispetto all’uomo, né della sua capacità di provare sentimenti e sensazioni vicini a quelli della specie umana.

Dobbiamo riconoscere che la Chiesa è rimasta indietro rispetto alla società civile (che peraltro non è andata poi così avanti): persino Giuseppe Garibaldi pensa alla tutela degli animali e fonda, nel 1871, la Regia Società Torinese Protettrice degli Animali. Vittorio Emanuele promulga una legge nel 1913 (Regio Decreto n. 611) per punire chi infligge sofferenze agli animali; l’Enpa, Ente Nazionale Protezione Animali, nasce in Italia nel 1938 (e ciò solo per citare i prodromi della moderna e variegata legislazione che arriverà a considerare l’animale soggetto di diritto a tutti gli effetti).

Ritengo che la teologia – così come si è impegnata, ad ampio raggio, nel confronto con la filosofia contemporanea – avrebbe dovuto considerare quel pensiero filosofico anti-specista che, a partire dalla pubblicazione (in cinque lingue) del corposo saggio di Peter Singer Animal Liberation (la prima edizione in lingua inglese è del 1975, la traduzione italiana del 2003), si sviluppa in mille rivoli sull’intero pianeta, dando origine alla complessa e variopinta galassia dei movimenti animalisti.
La teologia è dunque esageratamente in ritardo su questo tema. È ora di cominciare: fra i cattolici siamo in molti a credere, con Michel Damien (1978), che «Cristo sia morto anche per i cani» o, con il teologo Paolo De Benedetti (2007), «che l’animale, compagno di tante solitudini, di tante tristezze, in misura varia secondo la sua coscienza – affermo e ripeto coscienza – ci accompagnerà anche nell’altra vita, e non mi si chieda di spiegare il perché».

(“Adista documenti”, n.63 del 10 settembre 2011)

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