8 febbraio 2020, Cultura

Per George Steiner

di Franco Buffoni

Per ricordare George Steiner, recentemente scomparso, pubblichiamo un estratto di Maestri e amici. Da Dante a Seamus Heaney di Franco Buffoni, appena uscito per Vydia editore*

Non sono molti i libri di saggistica in grado di uscire rafforzati dalla prova del tempo. Dopo Babele di George Steiner, apparso in Inghilterra nel 1975 e tradotto in italiano nel 1984, è uno di questi. Steiner ha raggiunto notorietà internazionale anche come romanziere (suo Il correttore, 1990) e ha suscitato molto scalpore con altri saggi, come Vere presenze e Le Antigoni. Ma rileggendo Dopo Babele ci si convince che è con questo fondamentale testo che Steiner è destinato ha lasciare una traccia nel Novecento. E per due motivi, il primo concernente gli specialisti (linguistica, traduttologia, estetica), l’altro un ben più eterogeno pubblico di lettori colti. Sintetizzo il primo ricordando come, fino agli anni settanta, il campo degli studi sulla traduzione fosse dominio incontrastato della linguistica teorica. Che, per la sua stessa natura, non può considerare la traduzione se non processo di ricodifica, ovvero di sostituzione degli elementi della lingua di partenza in quelli della lingua di arrivo. Steiner ebbe il coraggio di andare controcorrente affermando che gli strumenti della linguistica erano totalmente inadeguati alla restituzione della complessità di un testo letterario, mancando ad essi totalmente la possibilità di scandagliare la stratificazione delle lingue storiche.

Ma Steiner andò anche oltre nella sua provocazione. Tradurre poesia non solo non poteva ridursi al trasferimento delle parole di una lingua in quelle equivalenti di un’altra lingua: doveva presupporre da parte del traduttore la volontà di rivivere l’atto creativo che aveva ispirato l’originale. Prima di essere un esercizio formale, la traduzione era un’esperienza esistenziale.

Steiner prende le mosse da una domanda apparentemente senza risposta (“Perché gli esseri umani devono parlare migliaia di lingue differenti e reciprocamente incomprensibili?”) per dare alcune impressionanti definizioni. Anzitutto di che cosa sia la “storia”: “Un atto linguistico, un uso selettivo del proprio passato”. Quale realtà sostanziale avrebbe infatti la storia al di fuori del linguaggio, al di fuori della nostra “fede interpretativa” in documenti essenzialmente linguistici? (Anche i monumenti, per altro, vanno “letti”, interpretati). Il silenzio non conosce storia.

Un altro punto steineriano fondamentale è che non si traduce soltanto da una lingua ad un’altra, ma all’interno della stessa lingua: solo che qui la barriera o la distanza tra lingua di partenza e lingua di arrivo, tra fonte e ricevente, è il tempo. (“Gentile” non vuole dire “gentile”, “onesta” non vuole dire “onesta”, “pare” non vuole dire “pare”, e su “donna mia” è meglio sorvolare). Ma ancor più, noi compiamo un atto di interpretazione – e quindi di “traduzione” – persino leggendo un romanzo contemporaneo nella nostra lingua-madre; persino banalmente conversando. (Le comunicazioni vanno sempre interpretate; esistono quelle di mero contenuto – “Sono le otto” – e quelle di relazione: “Ti sto dicendo che sono le otto per dirti che sei in ritardo e io ho l’autorità per fartelo notare”).

Steiner orienta infine la risposta al quesito capitale sul perché della babele linguistica sostenendo che tale quesito è assai semplicemente quello della individuazione umana: “Ogni lingua offre una sua particolare interpretazione della vita”. Se ci trovassimo tutti all’interno di un’unica “pelle linguistica” o con pochissime lingue a disposizione, “l’inevitabilità della nostra dipendenza umana dalla morte” risulterebbe ancora più opprimente. Ricchezza di idiomi come fonte di vita, dunque, non di caos. Particolarmente illuminante a riguardo l’evocazione del paradigma darwiniano. Così come la proliferazione delle forme di vita migliora le specie, selezionando le più adatte, “la forza costruttiva delle lingue nella concettualizzazione del mondo ha avuto un ruolo cruciale”.

Steiner ci parla di “miracolosa capacità delle grammatiche” a generare realtà alternative (di lingua in lingua, di civiltà in civiltà, di epoca in epoca). Pensiamo alla grandezza delle frasi ipotetiche e soprattutto ai tempi del futuro (modo indicativo, tempo futuro) che ha permesso alla nostra specie di sperare, o meglio, di inventarsi e reinventarsi la speranza in ogni tribù, in ogni villaggio con suoni sempre diversi, proiettandosi ben aldilà dell’estinzione del singolo individuo.

Non credo pertanto di poter essere smentito (o almeno non dai linguisti intelligenti) se affermo che gli strumenti della linguistica costituiscono la base essenziale per affrontare la decodificazione di un testo di tipo tecnico, ma sono totalmente inadeguati alla restituzione della complessità del codice della poesia e della prosa letteraria.

Convincimenti di questo tipo, oggi (quasi) unanimemente accettati, erano scandalosamente inattuali quando in un manuale – per altri aspetti meritorio – come Les problèmes théoriques de la traduction (1963) lo strutturalista George Mounin bellamente sosteneva che, prima di allora, nessuna teorizzazione seria in campo traduttologico fosse mai stata tentata. Come ricorda Gianfranco Folena nella premessa (1991) alla ristampa di Volgarizzare e tradurre (1973), una bella smentita è venuta a Mounin da Antoine Berman con L’épreuve de l’étranger (1984), che scava a fondo nella problematica traduttoria del romanticismo tedesco mostrandone la straordinaria ricchezza e attualità.

Ebbene, Berman non avrebbe avuto tale impatto e tale possibilità di ascolto (e probabilmente anche di scrittura) se nel 1975 – con Dopo Babele – George Steiner non avesse formalizzato la prima grande ribellione internazionale ai dogmatismi della linguistica teorica. (“Internazionale”, perché non da meno potrebbero dirsi la portata di certi studi – e di certe ribellioni – di Gianfranco Folena, allora come oggi purtroppo circoscritti alla sola Italia). E, senza Dopo Babele, non sarebbero pensabili capitali opere successive come Sprachbewegung (Il movimento del linguaggio, 1982) di Friedmar Apel. Va altresì ricordato che l’epoca di scrittura di Dopo Babele copre l’intero decennio precedente la sua apparizione, potendosi risalire almeno sino al 1966, anno in cui Steiner pubblica il Penguin Book of Modern Verse Translation (successivamente riedito col titolo di Poem into Poem): il decennio più duro per chi pretendeva di riportare istanze di “dottrina del gusto” (così Kant chiamava la filosofia estetica) in ambito traduttologico. Persino il grande Jakobson – grazie all’astuzia e al cinismo di certi suoi invadenti seguaci – pareva stare in toto “dall’altra parte”. Steiner stesso non manca di rilevare nella prefazione alla seconda edizione – datata 1991 – come a quel tempo venisse “sempre più emarginato, o anzi, isolato dalla comunità accademica”.

Se riprendo i miei vecchi appunti di studente, lettore di straforo di After Babel , mi sorprendo nel constatare come mi sia risultato poi salutare essermi ribellato all’ideologia ridicolmente “scientifica” allora imperante in campo umanistico. (Erano gli anni in cui Giorgio Melchiori esaltava – postfacendoli per Einaudi – studi in cui attraverso “gli strumenti della semantica strutturale greimasiana” si dimostrava “la persistenza di un modello non deliberatamente adottato” dall’autore, “ma che si riafferma ogni volta a sua” – dell’autore – “insaputa”, grazie all’altro “strumento critico che viene privilegiato: la tipologia culturale del Lotman”). Steiner sanamente afferma: “Non esistono teorie della letteratura; non esiste una teoria della critica. Queste formule alla moda sono soltanto un bluff arrogante, un’appropriazione indebita, di una trasparenza patetica, dovuta all’invidia per il successo e il progresso della scienza e della tecnologia.” Quando nel 1986, a Cambridge, finalmente conobbi Steiner di persona, gli chiesi quale formula mi suggerisse per evitare la dizione “comitato scientifico” con riferimento al semestrale “Testo a fronte”, allora in fase di studio. Mi rispose che accettava volentieri di entrare a farne parte, come un “chierico nel chiostro”.

Dunque, i miei appunti di allora. Frastornante era per me il fatto che Steiner si chiedesse per iscritto: “Perché gli esseri umani devono parlare migliaia di lingue differenti e reciprocamente incomprensibili?” E ancora più rivelatrice mi apparve la risposta: “Nella misura in cui ogni singolo parlante usa un idioletto, il problema di Babele è assi semplicemente quello della individuazione umana. In maggiore o minore misura ogni lingua offre una sua particolare interpretazione della vita. Muoversi tra le lingue, tradurre, significa sperimentare la tensione quasi sconcertante dello spirito umano verso la libertà”. Nell’Italia degli anni di piombo mi parve di sognare.

Un’altra definizione che trovo forsennatamente sottolineata è quella di “storia”. Per Steiner essa non è che “un atto linguistico, un uso selettivo del tempo passato”. La maggior parte del passato, “nei termini in cui ne abbiamo esperienza”, ribadisce Steiner, “è un costrutto verbale”. Per concludere: “Quale realtà sostanziale ha la storia al di fuori del linguaggio, al di fuori della nostra fede interpretativa in documenti essenzialmente linguistici (il silenzio non conosce storia)?”

Un punto capitale su cui mi soffermai meno nelle mie personali riflessioni di lettura di allora concerne il concetto che ogni atto di comunicazione umana equivale a una traduzione: “Quando leggiamo o udiamo una qualche espressione linguistica del passato, sia essa tratta del Levitico o dal best-seller dell’anno scorso, noi traduciamo”. Ma venivo dalla partecipazione attiva (ero tra i ragazzi al bureau) al I Congresso Internazionale di Semiotica organizzato da Umberto Eco al Palazzo della Provincia in via Corridoni a Milano; avevo potuto ascoltare la relazione del vecchio Jakobson. Quindi il fatto che si dovesse applicare il modello della traduzione (lingua di partenza-lingua di arrivo: alias fonte-ricevente) a qualsiasi atto di comunicazione mi pareva ovvio, normalissimo. Ciò su cui nuovamente Steiner mi parve geniale fu nella sottolineatura del fattore-tempo: “Questo stesso modello agisce anche all’interno di una singola lingua, solo che qui la barriera, o la distanza tra fonte e ricevente, è il tempo”. E la barriera-tempo poteva risultare non meno ostica della barriera linguistica. La traduzione diacronica all’interno della propria lingua madre, dunque, non era meno “traduzione” dell’altra, di quella canonica. Ma persino ogni nostra conversazione era traduzione, ogni nostra comunicazione. E qui prendevo il volo e mi segnavo Watzlavick e la scuola di Palo Alto e la differenza tra comunicazioni di “contenuto” e comunicazioni di “relazione”.

L’altro capitale nodo steineriano per uno studente di allora era legato al concetto di interpretazione: “Qualsiasi lettura completa di un testo tratto dal proprio passato linguistico e letterario è un atto multiplo di interpretazione. Nella grande maggioranza dei casi, tale atto non viene consapevolmente riconosciuto”. Più scontata mi pareva già allora la constatazione dell’impossibilità per un traduttore a riprodurre la perfetta equivalenza col testo di partenza (da qui la teoria fortiniana dei “compensi”). Steiner parlava di “smania della parità”, descrivendo il rischio che si corre di danneggiare una traduzione per il desiderio di “tradurre troppo”, laddove meno ostilmente, da traduttore, avrei preferito leggere “desiderio di lealtà”.

Inutile che mi chieda quanto devo a questo libro: certi debiti andrebbero contestualizzati per fasce di età: a vent’anni con chi ti dice che – certo – gli avvenimenti di Babele sono stati un disastro, ma al tempo stesso un “disastro” è anche una pioggia di stelle sull’umanità, si crea qualcosa di più di un mero debito intellettuale.

Molto interessante anche il fatto che nella sua successiva prefazione Steiner rivendichi il fondamentale ruolo del comparatista in ambito accademico, malgrado il “disprezzo vendicativo” della “parrocchia”, che “si restringe con ogni nuova attribuzione di cattedra”. Un comparatista che – allora come oggi – vivacemente propone una poetica globale del tradurre, capace di mettere in relazione dinamica (non di miscelare) gli studi di retorica (ai quali inevitabilmente si approda disquisendo di intertestualità) con quelli di storia e critica della letteratura, di linguistica e di filosofia estetica. Steiner inoltre sintetizza “senza pentimenti” le quattro fondamentali sue questioni ancora oggi “quasi deliberatamente travisate” o comunque ancora percepite come “minacciose”. La prima (“La traduzione fra lingue diverse è una applicazione particolare di una configurazione e di un modello fondamentali del discorso umano, persino quando questo discorso avviene in un’unica lingua”) viene fondamentalmente ribadita: “Invito il lettore a considerare i dilemmi di traduzione inadeguata suscitati dalle differenze radicali tra i costumi linguistici, enunciati o inespressi, delle donne e degli uomini”. E per essere più convincente e mettere a tacere i mandarini dell’accademia, Steiner precisa: “Su questo punto non sono la socio-linguistica, la psico-linguistica e nemmeno l’antropologia a illuminarci meglio, bensì gli scandagli intuitivi dei poeti”. Su questo punto – non dubito – qualcuno continuerà a non capire.

La seconda questione può configurarsi in un riacutizzarsi della diatriba con Chomsky per via dell’incapacità delle grammatiche trasformazionali generative a fornire “esempi convincenti di ‘universali’ nelle lingue naturali”. Il punto di Steiner è notoriamente l’inverso: la ricchezza della moltiplicazione dei linguaggi produce “vita”, oltre ad essere un prodotto della vita: “Oggi le grammatiche generative si sono trincerate in un formalismo quasi assoluto, in un’astrazione analitica e mete-matematicamente algoritmica così esacerbata da non avere quasi più niente in comune con i reali ‘mondi del discorso’ e con le differenze creative che li distinguono”.

La terza questione, più che una “questione” è la manifestazione di un proposito. Steiner annuncia che meriterebbe maggiore insistenza il problema della “appropriazione” di un testo tramite una traduzione tanto ben riuscita da risultare “trasfigurazione”: “quando la densità e la luminosità intrinseche della traduzione eclissano quelle della fonte”. E qui parte il secondo nuovo attacco: alla critica decostruttivista, che rischia di “derubricare” a meri pretesti da saccheggiare i testi da tradurre.

La quarta questione, che forse è anche l’unica, perché – volendo – ingloba tutte le altre è quella “darwiniana”. E qui confesso di essere impallidito leggendo la quarta di copertina dell’edizione garzantiana, laddove si afferma: “Dunque Dopo Babele, oltre a tracciare una poetica generale della traduzione, si interroga sulla natura stessa del linguaggio, e sull’impossibilità delle teorie darwiniane di render conto della molteplicità dei linguaggi umani”. Probabilmente il redattore si è fermato a p. 13, laddove Steiner ricorda come il paradigma darwiniano si fondi sui “vantaggi” dell’evoluzione (la proliferazione delle forme di vita “migliora” le specie, selezionando le forme più adatte), mentre “nessun vantaggio è legato alla apparentemente anarchica molteplicità delle lingue”. Se la sua lettura fosse continuata, a p. 14 avrebbe letto: “Ma a un secondo livello i modelli darwiniani offrono un suggerimento fecondo”. Perché “la forza costruttiva della lingua nella concettualizzazione del mondo ha avuto un ruolo cruciale nella sopravvivenza dell’uomo di fronte a costrizioni biologiche ineluttabili”. “E’ questa miracolosa (mantengo l’aggettivo) capacità delle grammatiche a generare realtà alternative, frasi ipotetiche e, soprattutto, i tempi del futuro che ha permesso alla nostra specie di sperare, di proiettarsi ben aldilà dell’estinzione dell’individuo”. Vale dunque la pena sottolineare l’ultimo capoverso steineriano di p. 15: “Forse è colpa mia. Per quanto possa giudicare, il punto di vista ‘darwiniano’ della necessità psichica della profusione delle varie lingue umane non è stato recepito né discusso. E’ un punto centrale in Dopo Babele“.

*(www.leparoleelecose.it/?p=37665)

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