2 febbraio 2015, Cultura - Recensioni

Pensare come Pollock

di Massimò Donà

Filosofia rarefatta, vertiginosa nei propositi e nello “stile”, quella di Vincenzo Vitiello; filosofo napoletano che, anche in questo nuovo lavoro, “L’immagine infranta. Linguaggio e mondo da Vico a Pollock” (Bompiani, pp. 233, euro 20), continua provvidenzialmente a provocarci. A venire messa in questione è questa volta la vicenda del “moderno”; ma non solo. Più in generale, infatti, viene qui interrogata la pretesa di dire il mondo e la vita, ma soprattutto di dirceli restituendone con forza la reale ricchezza e l’irrisolvibile enigmaticità. D’altro canto, questo hanno sempre tentato di fare gli umani con la filosofia, ma anche con il teatro, la pittura, la musica, la poesia. Per secoli si sarebbe cercato di abbracciare le cose tutte, di decifrarle appellandosi a un sapere finalmente capace di rispecchiarne fedelmente la “figura”; sì da rendere conto anche di ciò che, delle medesime, non si sarebbe mai lasciato “tradurre” e tanto meno conformare alle regole di una lingua comune.

Vitiello ripercorre così un originalissimo itinerario che lo conduce da Vico a Pollock, passando attraverso la scrittura di Cervantes e di Goethe, ma confrontandosi, di volta in volta, con Nietzsche, Wittgenstein, Husserl e Heidegger, oppure con Benjamin e Kafka.

Nella seconda parte del lavoro, poi, il filosofo napoletano dialoga con alcuni tra i più grandi protagonisti della pittura novecentesca, tra cui Kandinsky, Klee, Fontana, Beuys. Per consegnarsi, da ultimo, alle profetiche testimonianze di Celan, Burri e Pollock, riconosciuti sì come lucidi testimoni di un epocale fallimento, ma operanti già, ai suoi occhi, come profeti di un’ancora possibile lingua nuova. Forse la stessa che già Hofmannsthal aveva disperatamente cercato di ricavare dal cuore delle “cose mute”.

(“L’Espresso”, 19 dicembre 2014)

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