23 febbraio 2011, Cultura

Omoparentalità: Le statistiche non dicono tutto

di Xavier Lacroix

Membro del Comité consultatif national d’éthique- Francia

Oggi, quando in un dibattito sopraggiunge la questione di ciò che da un po’ di tempo viene chiamata l’”Omoparentalità”, si può essere certi di ascoltare un argomento presentato come inconfutabile secondo il quale delle inchieste(Soprattutto negli Stati Uniti) dimostrerebbero che i bambini allevati da coppie dello stesso sesso non hanno più problemi psicologici rispetto a quelli che sono allevati da coppie di sessi differenti.

L’argomento è statistico, si presenta come scientifico, indiscutibile e non si mancherà di tirarne la conclusione che la società non può più continuare a riservare l’adozione o le procreazioni medicalmente assistite alle coppie composte da un uomo e una donna. Questa nuova forma di “Argomento di autorità” ha di che sorprendere. Pur se nessuno -O quasi- ha avuto l’occasione di leggere le suddette inchieste, l’argomento lascia pertanto senza parole. Tuttavia, quelli che hanno potuto accedervi sono generalmente dell’avviso -Nella migliore delle ipotesi- che non se ne può tirare nessuna conclusione.

Tralasciamo il fatto che queste inchieste, la stragrande maggioranza delle quali è stata commissionata dalle associazioni gay, contiene pregiudizi sorprendenti. Ho pubblicato molte volte, specialmente nel mio libro “La confusione dei generi” (Bayard culture, 2005), un’analisi critica che si affianca a quella di altri autori come Caroline Eliacheff o Pierre Levy Soussan. Ma soprattutto chiunque sa che queste inchieste, quantitative, riposano su dei questionari standard che non permettono di indentificare che alcune funzioni ben determinate: cognitive, adattative, pragmatiche.

Gli oggetti di ricerca sono definiti in funzione di ciò che si vuole dimostrare. E il carattere massiccio della conclusione ( sempre “nessuna differenza”) lascia un po’ storditi: a troppo voler dimostrare…Ma soprattutto, che si potrebbe concludere da una somma di inchieste che dimostrasse che i bambini che non hanno mai ascoltato Mozart non hanno più problemi psicologici degli altri?

 C’è una scelta sorprendente nell’opzione che consiste a privilegiare tali inchieste, lontane e quantomeno aleatorie, in rapporto a ciò che apprendiamo con l’esperienza diretta e che la psicologia più rigorosa ci insegna da più di un secolo. Vale a dire tutto ciò che il bambino deve alla differenza sessuale tra i suoi genitori, tutto ciò che succede tra un piccolo ragazzo e suo padre-uomo- maschio, sua madre-donna-femmina, e così per la piccola ragazzina. L’esperienza clinica ha largamente analizzato ciò che accade quando il posto dell’uno o dell’altra è rimasto vuoto, quando il gioco della differenza, per identificazioni e differenziazioni, non è possibile. Degli autori come Christian Flavigny, Christiane Olivier, Jean-Pierre Winter, Didier Dumas e molti altri potrebbero essere qui evocati. Ancora è necessario che si lasci il tempo ai ragazzi di parlare, di dire le loro mancanze e le loro carenze, fino al tempo dell’adolescenza. Detto altrimenti, che si passi da una psicologia superficiale e utilitaria a quella che si chiama la “psicologia del profondo”, attenta alla struttura psichica, alle funzioni, ai ruoli.

DIFFERENZA SESSUALE

In verità, il dibattito non può essere tranciato con una somma di “costatazioni”, un insieme di dati di fatto. La questione determinante è antropologica ed etica; detto altrimenti, essa porta su una scelta, una scelta collettiva: decidiamo o no di accordare alla differenza sessuale, e più particolarmente alla differenza tra paternità e maternità, una importanza, un posto riconosciuto e istituito?

Dire che alcuni bambini allevati da coppie omosessuali si trovano in condizioni migliori rispetto ad altri bambini allevati da coppie eterosessuali, significa incrociare due serie di fattori eterogenee, confondendo i dati accidentali e i dati strutturali. In un caso, le difficoltà vengono dagli accidenti dell’esistenza, da dati contingenti davanti ai quali la società non ha responsabilità istituzionale. Per i dati strutturali (e strutturanti), accade diversamente: quest’ultimi sono delle realtà a priori, un solco antropologico, una maniera di articolare natura e cultura davanti ai quali la società come tale ha una funzione specifica.

Si profila allora un ulteriore dibattito: delle scelte collettive, sociali, comuni sono legittime in questo campo -o siamo rinviati alla sola autonomia individuale? La filosofia liberale che domina attualmente tende a privilegiare la seconda ipotesi. Ma esiste anche un’altra concezione del diritto, che resta sempre attuale, secondo la quale la legge ha per funzione di stabilire alcuni beni umani fondamentali, tra i quali una certa struttura familiare. Si riscontra che quella di cui siamo eredi è allo stesso tempo il frutto di più millenni e la più vicina ai dati corporali. Che il bambino sia nato da due corpi, che a sua volta essi rinviino a due lignaggi e fondino la cellula sociale in seno alla quale egli crescerà fa parte del nostro patrimonio comune, da non svendere sull’altare di scenari complicati che alcuni adulti vorrebbero imporre ai bambini.

(Articolo pubblicato da Le Monde il 10-2-2011)

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