9 ottobre 2010, Cultura

Non vogliamo impadanirci

di Gian Luigi Beccaria

Carlo Levi, in una pagina del libro “Le mille patrie” (Donzelli, 2000) che raccoglie articoli suoi sparsi scrive: “L’Italia è un Paese misterioso. Aperta agli sguardi e alle invasioni, i secoli e le genti sono passati su di lei; civiltà, pensieri, religioni antiche l’hanno ispirata e commossa, e hanno lasciato successive stratificazioni, come i sedimenti che portano i grandi fiumi nel corso dei tempi. Oggi, ogni suo aspetto è composito, ogni sua pietra è piena di molteplici sensi, ogni parola del suo linguaggio è intrisa di religioni spente; è un intreccio indistricabile di storia fa vivi i gesti più meccanicamente quotidiani”.
L’Unità d’Italia finalmente e faticosamente raggiunta non ha cancellato questa molteplicità, l’ha rinsaldata in un vivido mosaico e ne ha esaltato i colori. Siamo diventati italiani senza rinnegare il nostro passato, le nostre tradizioni, le nostre diversità. La diversità e la poca rilevanza di ciascuna parte sarebbero rimaste tali se non ci fossimo confrontati e uniti.
Ancora Carlo Levi nel libro citato ricorda uno splendido saggio di Luigi Einaudi, là dove l’illustre statista si chiedeva cosa fosse il Piemonte: era, come dice la stessa parola, “una striscia irregolare di terreno, situata a piè dei monti”, “un paese così mal congegnato, da non aver neppure un titolo di quelli consueti dalle nostre parti”, non ducato, marchesato, contea, signoria, mai esistito un regno “piemontese”; il Piemonte – postilla Carlo Levi – “non diventò, secondo Einaudi, veramente tale se non fondendosi con l’Italia”. L’unità è appunto “colloquio”, partecipazione, continuità, tempi e paesi che si fondono in un tutto nel quale ognuno dà qualcosa, per costruire un tessuto che alla fine risulta “civile”.
Gli ambiti in cui si è realizzato un valore in grado di unire più di ogni cosa l’Italia non sono stati tanto le conquiste tecniche, il mercato, la politica ideale della democrazia moderna, il principio della tolleranza, entità importanti, ma moderne. E’ invece un valore culturale, la lingua e la letteratura, che più di tutti gli altri hanno unito, e hanno fatto l’Italia. E’ risaputo.
Ma cosa conta tutto questo, quando apro i giornali, ascolto la Tv! Come potrò, cittadino di una nazione che i maggiori pregi (e i maggiori difetti) della terra, “impadanirmi” in una Padania inesistente, impantanarmi tra le stupidaggini di Bossi§C., monumenti dell’ignoranza, accettazione e esaltazione dell’ignoranza (SPQR, gesti osceni, barbarie celtiche e ampolle).
Per colpa loro, già sto odiando il verde, il colore preferito, i miei prati e le mie colline. Non sopporterò più, tra un pò, la cadenza veneta, che amavo così tanto, Goldoni o la telefonata musicale del mio amico Zanzotto?

(articolo tratto da “Tuttolibri” de “La Stampa”, n.1735 del 9 ottobre 2010, p.V)

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