25 febbraio 2011, Cultura - Recensioni

“Nemesi”, la voglia di espiare una colpa mai commessa

di Alberto Asor Rosa

Alle mie modeste considerazioni sull’ultimo romanzo di Philip Roth tradotto in Italia, che però è anche l’ultimo per ora nella sua abbondante produzione di titoli (Nemesi, traduz. di N. Gobetti, Einaudi, Torino, 2011, euro 19), devo premettere una doverosa confessione, che forse consentirà al lettore di calmierare al meglio il mio giudizio su di lui anche in questo caso: considero Philip Roth, senza ombra di dubbio e di gran lunga, il più grande narratore vivente. Un’altra osservazione di minore portata, ma non del tutto estranea anch’essa alla mia posizione, devo aggiungere: Roth è nato sette mesi e quattro giorni prima di me, anno domini 1933. Da tempo sono persuaso che i nati negli anni ’30, più esattamente quelli venuti alla luce da dieci a tre-quattro anni prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, – la quale ha comunque inciso profondamente sui nostri (anche se lontani fra loro) destini infantili, – siano stati, e ancora per qualche anno siano destinati a restare, i più acuti testimoni di quanto successivamente è accaduto: conservano infatti memoria di quel che il mondo era e forse avrebbe potuto essere, senza esserne stati tuttavia eccessivamente plasmati; contemplano smarriti le miserie in cui esso è complessivamente e più o meno da allora caduto; ogni qual volta possono corrono con il pensiero alla loro origine, a quel cono di luce che per un decennio, emergendo miracolosamente dalle tenebre più totali, ci era sembrato d’intravvedere (Roth, in ogni caso, lo fa continuamente); e quando ne tornano vorrebbero subito ritornarci. Il periodo di cui anche qui si parla è questo, simile per tutti, inconfondibile e irripetibile: tragedia e speranza, attesa ed orrore… per i bambini, appunto, prima e più che per chiunque altro, divenuti poi i protagonisti in vario modo, ma ancora poi, nonostante le loro targhe e prosopopee professorali e autoriali, rimasti soprattutto “quei” bambini. Da questa specola autobiografico-critica leggo da anni, stupito e ammirato, Roth.

Di lui tutti ormai dicono che è un grande narratore perché parla di questioni imprescindibili, delle questioni capitali, e cioè della vita e della morte, e del sesso, il quale sovente si pone come nesso e intermediario, e talvolta come lente deformante, fra le due. Io preciserei: la “sentenza” è senz’altro fondata, pur nella sua genericità: ma la caratteristica principale e inconfondibile di Roth è che la sua visione del mondo è perfettamente incarnata nelle sue narrazioni, ovvero nel racconto, nella fabula, frutto a sua volta di un’immaginazione creatrice così ricca e inesauribile da apparire davvero stupefacente. Non fuori, o sopra o sotto, ma dentro le sue “storie”, va sempre cercato il senso di quel che dice.

Questa sapiente mistura di elementi complessi si risolve talvolta in una formula in cui gli elementi “cogitativi”, le riflessioni sull¿essere e sul mondo, tendono a prevalere; altre volte in una formula in cui prevalgono gli elementi che definirei “fattuali”. Sono appena reduce anche dalla lettura di Controvita, apparso in Italia l’anno scorso, sempre da Einaudi (ma risalente al 1986), straordinario gioco di specchi sull’identità ebraica, osservata da quattro angolazioni diverse nelle sue innumerevoli potenzialità e nei suoi innumerevoli handicap, vissuta sempre da Roth nei suoi libri come eccezionale opportunità e smisurato inconveniente. In questo caso si tratta indubbiamente (pur mantenendosi come sempre mirabilmente l’equilibrio fra pensiero e narrazione) di un romanzo della serie “cogitativa”.

Nemesi, invece, è prevalentemente “fattuale”. Roth abbassa e restringe il suo orizzonte, semplifica le sue descrizioni e le sue psicologie, la natura e il dramma dei suoi personaggi. Nel quartiere ebraico di Newark, – il luogo, appunto, dell’”origine”, – dove vive gente normale e modesta come poche, nel luglio 1944 scoppia un’epidemia di poliomielite, che miete vittime e lascia terribili strascichi, com’è ovvio, soprattutto fra i bambini. “Nemesi” è parola greca di significato piuttosto ampio: vendetta, giustizia divina, sdegno, ripugnanza, biasimo, collera… Direi che ognuno di questi sensi va bene per un aspetto del libro. Protagonista ne è un giovane ventitreenne, Eugene Cantor, detto Bucky, forte, responsabile, coraggioso, esemplarmente attaccato alla sua professione, che è quella di istruttore atletico di giovanetti ebrei del suo quartiere. Non è andato soldato a combattere la guerra americana, perché soffre di un grave difetto alla vista. Ma si trova a combattere del tutto imprevistamente una guerra nella guerra, – l’epidemia di polio, – che è doppiamente ingiusta e terribile, perché assale soprattutto gli innocenti, è imprevedibile e inafferrabile e lo spinge a un certo punto a dubitare di Dio. Inoltre, Bucky scopre a un certo punto d’essere l’inconsapevole tramite del contagio fra i suoi ragazzi, prima di esserne lui stesso vittima. E a questo punto, – prova assoluta e disumana della sua serietà, – decide di punirsi della colpa non commessa, rinunciando per tutto il resto della sua vita a qualsiasi consolazione sentimentale o affettiva. Così “Nemesi” alla fine diventa per lui anche senso della colpa ed espiazione.
Singolarissimo è il modo con cui Roth risolve anche questa volta il nodo della narrazione. Il “narratore” emerge lentissimamente dal tessuto del racconto. Prima c’è un “noi” (p. 13), che in quel momento s’inserisce in maniera vistosamente ambigua e immotivata nel racconto.
Poi, più avanti, compare un “io” (p. 71), che prende anche un nome: quello di Arnie Mesnikoff, uno dei bambini del campo giochi di Newark, che hanno contratto la poliomielite.
Infine, solo ventisette anni più tardi (1971, p. 157), Arnie, adulto, segnato dalla poliomielite, ma non distrutto e annegato come lui dal morbo, viene finalmente in primo piano come testimone e, of course, narratore della vicenda di Bucky, il quale, reincontrato per caso, decide per la prima volta in vita sua di affidargliela per intero. La capacità di Roth, pirandelliano-shakespeariana, di giocare sui diversi punti di vista, s’impone ancora una volta con evidenza esemplare, struggente pietà e impietosa ferocia.

(“La Repubblica”, 1 febbraio 2011, pag.41)

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