22 maggio 2020, Cultura - Recensioni

Nadia Urbinati e il populismo

di Matteo Mameli e Lorenzo Del Savio*

Nel suo ultimo libro, “Io, il popolo: come il populismo trasforma la democrazia” (Il Mulino, 2020), Nadia Urbinati analizza il populismo contemporaneo facendo astrazione dalle dinamiche socio-economiche che negli ultimi decenni lo hanno condotto al successo. Mai come oggi però l’intento di giudicare la bontà delle idee e dei sistemi politici senza tener conto del loro impatto contestuale sembra destinato a fallire.

Nel suo ultimo libro — Io, il popolo: come il populismo trasforma la democrazia (Il Mulino, 2020) — Nadia Urbinati afferma che il populismo è una patologia delle democrazie moderne. Secondo questa prospettiva, il populismo è democratico ma solo in forma degradata. Mentre il fascismo abolisce la democrazia, il populismo la sfigura. In cosa consiste questo sfiguramento? Urbinati insiste sulle differenze tra i movimenti popolari di protesta e contestazione (che usano la retorica populista ma non incarnano le forme del potere populista) e i movimenti populisti (che invece aspirano al governo e, talvolta, lo ottengono). Urbinati insiste anche sulla distinzione tra populismo e democrazia diretta e argomenta che i partiti populisti tendono inevitabilmente ad avere leader “forti” e, nonostante il dichiarato anti-elitismo, a generare nuove élite. L’opera pone l’accento su come le esigenze di produzione e mantenimento del potere di questi capipopolo creino dinamiche che mal si sposano con le istanze democratiche interne ai movimenti e, più in generale, col ruolo che l’uguaglianza legale ha nelle democrazie non sfigurate. Alla tesi di alcuni secondo cui la democrazia sarebbe logicamente indipendente dal liberalismo — e secondo cui il populismo sarebbe una forma purificata della democrazia stessa — Urbinati contrappone invece l’idea che il populismo sia “un emendamento monarchico della democrazia rappresentativa”.

Tra i vari temi affrontati, vogliamo soffermarci su un punto a nostro avviso cruciale. La logica dei partiti populisti, dice Urbinati, è quella della pars pro parte e non quella della pars pro toto che caratterizza i partiti in una democrazia sana. Il populista crede che ci sia una parte della società più autentica, più genuina, o comunque più importante. Si tratta del popolo, non quello onnicomprensivo e indeterminato, ma quello “vero” e caratterizzato. Il popolo del populista è un popolo escludente, che si contrappone a quelli che il populista vede come corpi estranei: le “caste” e le burocrazie (nazionali e internazionali), le multinazionali, gli stranieri e gli immigrati. Il populista non ha pretese di universalità o generalità, non vuole perseguire il bene comune, e lo dice esplicitamente. Il populista si fa carico solamente di portare avanti le istanze del popolo “vero”, combattendone i nemici e favorendone gli amici. Questo per Urbinati è il vizio capitale del populista.

In questa prospettiva, non fa differenza che il popolo “vero” che il populista si propone di difendere venga identificato su base etnica (gli italiani doc, i “real Americans”) o a partire da criteri economici (i poveri, il 99%, i non-miliardari). Urbinati detesta il populismo di destra di Donald Trump e Matteo Salvini, ma non ha simpatia neanche per quello che alcuni chiamano il “class conscious populism” di sinistra. Urbinati afferma che la logica “fazionalista” del populismo non può “rivitalizzare la sinistra democratica” perché il fazionalismo può essere democratico solo in maniera deviata. La sinistra democratica, se vuole evitare di sfigurare la democrazia, non può andar dicendo che gli interessi da difendere sono solo quelli dei meno abbienti, per esempio, e che i miliardari devono essere bollati come nemici. Il rifiuto del fazionalismo proposto da Urbinati pone ostacoli al razzismo e all’etnocentrismo, ma mette anche vincoli alla lotta di classe e all’espressione delle rivendicazioni di chi, a torto o a ragione, si ritiene oppresso o svantaggiato.

Si tratta di vincoli ragionevoli? Fa bene Urbinati a dire che il fazionalismo, per quanto compatibile con la democrazia, sia sempre un sintomo patologico e quindi da evitare? L’anti-fazionalismo è spesso usato come arma retorica da chi il potere già lo detiene. Le élite politiche, burocratiche, ed economiche delle democrazie rappresentative hanno spesso e volentieri sfruttato il linguaggio del bene comune — ciò che è meglio per la collettività — per mantenere lo status quo e per favorire i propri interessi. Questo Urbinati, almeno in parte, lo riconosce. Quindi perché non dire che, nonostante i suoi punti ciechi, il fazionalismo esplicito può talvolta squarciare il velo di alcune delle ipocrisie delle forme non-populiste della rappresentanza democratica?[1]

Non possiamo qui addentrarci in vari complicati dettagli che Urbinati tratta in maniera rigorosa. Tuttavia, ci sembra che il libro mostri i limiti di una teoria politica che si tiene forse troppo a distanza dai modi complessi in cui il potere politico, economico, e sociale si distribuisce nelle (e tra le) società umane. Quella di Urbinati è una trattazione che, in linea con la tradizione platonico-aristotelica, distingue tra forme “rette” e forme “deviate” dei sistemi politici, e che cerca di determinare in termini generali una gerarchia tra tali forme e tali sistemi. Si tratta di una tradizione gloriosa e per certi versi certamente utile. Ma la discussione rivela come sia difficile identificare la “costituzione” migliore astraendo dal contesto interno ed esterno a una data comunità politica. Il fazionalismo (come peraltro il suo rifiuto) è desiderabile in alcuni frangenti ma non in altri, in alcune sue contingenti incarnazioni ma non in altre. In alcune versioni può servire a contestare poteri egemonici asfissianti; in altre versioni può rafforzare forme di esclusione e oppressione già presenti nella società.

Nel libro Urbinati dichiara esplicitamente di voler tacere sulle dinamiche socio-economiche, come quelle che negli ultimi decenni hanno condotto al successo di vari partiti populisti, o come quelle che emergono man mano che nuovi e imprevisti scenari si presentano. Mai come oggi però l’intento di giudicare la bontà delle idee e dei sistemi politici senza tener conto del loro impatto contestuale sembra destinato a fallire. La situazione attuale è segnata da enormi flussi globali di persone e informazioni, capitali e merci, agenti inquinanti e patogeni (coronavirus inclusi), e dalle tensioni che da questi flussi derivano. È una situazione instabile, mutevole. Capire come sia possibile elaborare una forma di democrazia che possa funzionare in queste condizioni e che possa favorire il benessere e la libertà degli individui non è certamente facile. Le generalizzazioni che astraggono dalle dinamiche reali del potere e degli eventi rischiano di risultare sterili, o di risolvere i problemi di ieri esacerbando quelli di oggi.

[1] Va osservato che un autentico universalismo deve tener conto della collettività umana nel suo complesso, e finora non si sono date democrazie che siano riuscite in maniera coerente e completa ad articolare la dimensione globale della collettività umana con la dimensione non-globale delle procedure democratiche. Quindi si può argomentare che una certa tendenza escludente sia comunque presente nella democrazia non-populista, anche se è vero che il populismo in alcuni contesti rafforza e rende più maligna questa tendenza.

*Matteo Mameli è Reader in Philosophy al King’s College di Londra. Lorenzo Del Savio è Ricercatore in Filosofia presso il Münchner Kompetenzzentrum Ethik della Ludwig-Maximilians-Universität München.

(lrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it, 8 maggio 2020)

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