11 novembre 2010, Cultura - Recensioni

Moravia e i suoi cugini

di Nicola Tranfaglia

A chi vuole comprendere il baratro in cui era precipitata la società italiana negli anni del regime fascista consiglio di leggere le lettere che Alberto Pincherle, noto agli italiani con lo pseudonimo di Moravia, ha scritto nel periodo tra le due guerre mondiali ad Amelia Rosselli, la madre di Carlo e Nello Rosselli, i due fratelli assassinati il 9 giugno 1937 dalla setta fascista della Cagoule francese su ordine di Galeazzo Ciano.
Il carteggio dello scrittore ebreo romano, che ancora non si conosceva, curato assai bene da Simone Casini (Alberto Moravia, Lettere ad Amelia Rosselli, Bompiani, 200 pagg., 17 euro) mette a nudo l’atmosfera angosciosa di quegli anni Venti e Trenta che Moravia avrebbe fatto vivere nel suo romanzo di esordio “Gli indifferenti” (1929) e consente di delineare il ritratto di un giovane malato e pieno di complessi di inferiorità che guarda ai due cugini con un misto di invidia e di ribellismo. Il giovane faceva parte proprio di quella borghesia romana che al fascismo si era accomodata facilmente in quanto priva di forti radici culturali e ideologiche.
E, tra quelle lettere che si alternano alle poesie giovanili che Alberto spedisce alla zia preferita, che ha conosciuto molto bene nella sua infanzia e che ha mostrato di capirlo e di volergli bene, ci sono alcuni ricordi dello scrittore raccontati nelle interviste degli ultimi anni di vita, in cui emerge il sentimento contraddittorio nutrito da Alberto verso i due cugini: i Rosselli gli apparivano «ingenui», non «attuali», «illusi e ottocenteschi e con un sacco di idee generose ma poco pratiche nella testa».
Moravia, in quel periodo (aveva sedici anni) non si occupava di politica e condivideva, sia pure contraddittoriamente, quella sensibilità moderna propria dei fascisti, sicché dei cugini, «idealisti e illusi», arrivava a formulare un giudizio che, qualche anno dopo, avrebbe dato i brividi a chi lo avesse sentito. «Mi facevano – racconta – un effetto strano come di gente veramente per bene e per questo destinata ad andare a gambe all’aria».
Un giudizio cinico e, nello stesso tempo, profetico che lo scrittore avrebbe, a suo modo, rappresentato nel romanzo Il conformista, uscito qualche anno dopo, sempre in quella Italia, che assisteva impotente alle vendette oscure del capo del governo e del marito di sua figlia Edda che, alla fine, si sarebbe anche lui ribellato al dispotismo mussoliniano e sarebbe stato fucilato a Verona nell’ultima, feroce incarnazione del fascismo.
Dopo aver letto il carteggio di Moravia, terribile e lontano, che registra alla fine anche l’intelligenza e la generosità di Amelia Rosselli (la madre profondamente ferita dall’assassinio dei figli, che si sforza di comprendere fino all’ultimo l’atteggiamento contraddittorio del nipote-scrittore), vorrei parlare di un numero monografico che i giovani storici delle Storie in movimento hanno pubblicato sulla loro rivista Zapruder.
Questi studiosi sono andati a rivedere uno dei miti più difficili da distruggere nella nostra memoria: quello che riguarda il passato coloniale dell’Italia liberale e fascista.
Non si parla in quel numero dei fatti che hanno caratterizzato i nostri attacchi prima alla Libia, poi alla Etiopia ma piuttosto si conduce un esame delle ragioni che hanno portato alla rimozione di quelle imprese belliche e coloniali e una rilettura dell’esperienza coloniale vista in funzione, come fu in effetti, della costruzione dell’identità nazionale nel dopoguerra. Secondo quel mito di italiani “brava gente” di cui storici acuti come David Bidussa e Angelo Del Boca hanno parlato negli ultimi decenni del Novecento.
Cosa emerge in particolare di questo tentativo, favorito – senza dubbio alcuno – dall’aspra guerra fredda tra capitalismo e comunismo sovietico, non certo quello di offrire un quadro idilliaco e per nulla aderente alla realtà del passato coloniale nell’Italia liberale e fascista?
I saggi dei giovani storici chiariscono in maniera soddisfacente il ruolo delle società geografiche nel preparare l’occupazione militare, gli aspetti giuridici del colonialismo, la discriminazione razziale all’interno del sistema coloniale.
E così, in parte, viene messo in crisi, almeno a livello di alcune èlites, il muro di censura morale dei primi decenni repubblicani che ha impedito alle generazioni del dopoguerra di conoscere la storia vera dei crimini coloniali perpetrati dai nostri connazionali nella prima metà del Novecento.

(articolo tratto da “L’Unità” del 2 novembre 2010)

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