2 giugno 2015, Cultura - Recensioni

L’avventura partigiana del comandante Paolo sulle colline di Fenoglio

di Massimo Novelli

Non è un caso che Tonino Guerra, il poeta romagnolo scomparso qualche anno fa, sia stato un collaboratore e un amico di Oscar Farinetti, il fondatore di Eataly. Perché l’ottimismo, il «sale della vita» predicato dallo sceneggiatore di Federico Fellini in un noto spot televisivo è il nocciolo della filosofia pratica dell’imprenditore di Alba.

Era così anche per il padre del signor Eataly: Paolo Farinetti, comandante partigiano della XXI brigata Matteotti “Fratelli Ambrogio” nelle Langhe e iniziatore delle fortune di famiglia.

A lui, morto nel 2009, Farinetti ha dedicato Mangia con il pane, scritto con il contributo del ricercatore storico Fabio Bailo e pubblicato ora da Mondadori.

La storia del comandante Paolo, delle sue imprese nella Resistenza come la liberazione di alcuni prigionieri dal carcere fascista di Alba nel marzo del 1945, non è finzione, ma vita vera: prima la conquista della libertà e poi, nel dopoguerra, la costruzione della sua impresa commerciale, gli ipermercati della Unieuro, la cui vendita è all’origine della nascita di Eataly.

Quel Mangia con il pane del titolo è un’espressione piemontese. Da un lato significa che per sopravvivere, ci vogliono molte pagnotte; dall’altro, si traduce in imperativi morali e sociali: stare coi piedi per terra, non prevaricare, avere il senso del dovere. Paolo Farinetti mangiò solo con il pane tante volte, a cominciare dai venti mesi di guerra di liberazione e quindi nel dopoguerra, quando, disilluse le speranze di un cambiamento radicale del Paese, più di un partigiano, come ne La paga del sabato di Beppe Fenoglio, si sbandò, arrivando a infrangere la legge.

Lo stesso Paolo venne coinvolto in uno di quegli episodi, pur essendone completamente estraneo: una rapina messa a segno da un gruppo di suoi ex compagni. Farinetti figlio non lo nasconde, raccontandolo per onorare la memoria di suo padre, peraltro riabilitata a livello giudiziario già nel 1960, e per dimostrare l’infondatezza di altre accuse che lo avevano investito. Una di queste riguarda il famoso “tesoro” della IV armata del nostro regio esercito, in rotta nel Cuneese dopo l’8 settembre del 1943.

Oggi si sa che il grosso delle finanze dell’armata, circa 800 milioni di franchi francesi e qualche milione in lire, finì alla Resistenza e fu restituita alla Banca d’Italia dopo la fine della guerra; una parte fu requisita dai fascisti. Una leggenda tutta langarola recita invece che somme considerevoli vennero sottratte da qualche ex partigiano dell’Albese, che grazie a quel denaro si poté arricchire. Uno di loro sarebbe stato Paolo Farinetti.

Una sciocchezza, narra il figlio Oscar e un’assurdità dimostrata dalla vita stentata, dai debiti con le banche, che segnarono i primi anni del dopoguerra di Paolo. La verità è che alla smobilitazione, nel maggio del ’45 quasi tutti i partigiani vennero congedati senza effettive ricompense e senza nemmeno un “grazie”, come era accaduto ai rivoluzionari piemontesi del 1821 e ai garibaldini del 1860.

Oscar Farinetti onora uomini come Paolo Farinetti, e ovviamente la Resistenza, affinché non vengano triturati nella discarica mediatica contemporanea, dove si cancella o si infanga la storia e la memoria degli uomini che lottarono per una causa giusta e che seppero vincere la fenogliana “malora”.

(“La Repubblica”, 9 aprile 2015)

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