10 maggio 2014, Cultura - Recensioni

L’anima reazionaria del terrorismo

di Lorenzo Biondi

Quella del terrorismo «non è affatto una storia tutta da scrivere». Ogni anno, quasi a cadenza regolare, emergono testimonianze nuove, nuovi racconti di quanto accaduto in quegli anni di piombo. E sulle singole scene, su chi c’era e chi no in via Caetani la mattina del 9 maggio 1978. La procura di Roma ha riaperto un fascicolo, da dieci mesi è stata istituita una nuova commissione parlamentare d’inchiesta. Ma in quasi quarant’anni, sulla vicenda del terrorismo italiano – o dei terrorismi, al plurale – sono stati stati scritti milioni di pagine. Pagine cariche di spunti utili, se non di verità. Pagine spesso dimenticate.
C’è chi si è preso la briga di andare a scavare in quella sterminata produzione, condensandola e riordinandola, trasformandola in uno strumento per i nuovi studiosi. A Giovanni Mario Ceci, storico cresciuto alla scuola di Renato Moro a RomaTre, ci sono voluti anni per scrivere Il terrorismo italiano. Storia di un dibattito (Carocci, 332 pp., 35 euro). Un’opera imponente, che riprende tutta la produzione scientifica sul terrorismo italiano dagli anni Settanta a oggi, distinguendo le diverse fasi della ricerca, i filoni di analisi, le polemiche più accese.
Riemergono riflessioni immediatamente successive alla morte di Moro, e già lucidissime su quanto stava avvenendo. Ceci si sofferma, tra gli altri, su Angelo Ventura, uno dei primi storici a studiare il partito armato. I terroristi reagiscono a un sistema politico bloccato, avevano scritto alcuni dei primi commentatori. È l’esatto contrario, risponde Ventura all’inizio degli anni Ottanta. Il primo terrorismo italiano, quello nero, nasce come reazione al centro-sinistra. E poi, dopo il ‘73, il partito armato reagisce all’ipotesi del compromesso storico. Il cambiamento si fa vicino; la reazione esplode violenta.
Una lettura simile a quella avanzata dal filosofo Emanuele Severino nel 1979: in un sistema internazionale fondato sull’equilibrio tra le due superpotenze, l’ipotesi del compromesso tra Democrazia cristiana e Partito comunista ha un effetto massimamente «destabilizzante». Il terrorismo, magari per una mera conseguenza perversa, «finiva per costituire una fattore stabilizzante» del sistema.
Le analisi di Ventura caddero poi in disgrazia. Il loro autore difese a spada tratta il “teorema Calogero” sul legame tra i leader dell’Autonomia operaia, Toni Negri in primis, e la struttura militare delle Brigate Rosse. Le indagini di Pietro Calogero non portano a nulla, il teorema non viene dimostrato. Ma la questione del legame tra ideologi e terroristi va ben oltre quell’indagine. Non a caso una nuova generazione di storici – cui Ceci accenna nel capitolo conclusivo del libro – sta tornando a indagare i nessi tra movimenti e terrorismo, tra Sessantotto e anni di piombo. Uno scontro già avviato negli anni Novanta, che vede nel terrorismo «il figlio del ‘68» e chi difende l’estraneità assoluta dei due fenomeni.
Il libro di Ceci non prende posizione, per scelta. Ma aiuta a mettere a fuoco la scena. L’idea sessantottina della demolizione del passato, ad esempio, la sua «dimensione nichilista e autodistruttiva» (nelle parole di Silvio Lanaro, 1992). La nascita di una generazione di «giovani senza passato, che non si sentono parte di una storia diversa dalla loro». E forse quella generazione non è così diversa dalle successive.

(www.europaquotidiano.it, , 9 maggio 2014)

Lascia un commento

 

 

Visitatori

  • 525319 visite totali
  • 123 visite odierne
  • 9 attualmente connessi