22 marzo 2010, Cultura

L’allettante futuro della teologia

di José Maria Vigil

Qual è il futuro della teologia? Verso dove va?

Per alcuni, la domanda è inutile, perché la teologia sarebbe sempre la stessa, una teologia perenne. E lo dovrebbe essere anche in futuro. Per i secoli dei secoli. Essa dovrebbe cercare, semplicemente, di essere fedele alla sua missione di sempre e di “custodire fedelmente il deposito della fede”.

Ma questa visione statica non resiste alla verifica storica. Perché in realtà la teologia non ha fatto altro che cambiare, evolvere, costantemente, dal suo inizio. (…).

Secondo la definizione anselmiana, la teologia è fides quaerens intellectum, fede che vuole comprendere. Fides, qui, non è la fede come un’entità astratta, senza soggetto… Chi vuole comprendere sono i soggetti credenti, che vogliono capire quello in cui credono. Ebbene, con il cambiamento dei soggetti credenti, generazione dopo generazione, in contesti storici che in ogni tempo risultano diversi, la loro ricerca di comprensione – quaerens intellectum – è stata inevitabilmente evolutiva. (…).

Nell’ultima parte del secolo scorso, le comunicazioni, le migrazioni, il turismo, la stessa mondializzazione hanno diversificato enormemente le società. La maggior parte del globo si è fatta pluriculturale e plurireligiosa. Sono scomparse quasi completamente quelle società omogenee, monoculturali e monoreligiose in cui si poteva far teologia all’interno di un’unica religione, senza cogliere le domande che sorgono dalle rivendicazioni di verità di altre religioni. (…). Prima o poi, con maggiore o minore consapevolezza, i credenti vogliono finalmente comprendere la relazione della propria fede con gli altri credo e reinterpretare le antiche risposte ereditate alla luce di questo pluralismo. È la teologia delle religioni (mai nella storia la teologia si era posta la domanda sulle altre religioni), che poi si è chiamata teologia del pluralismo (che si domanda: questo pluralismo è di fatto o di diritto?) e che sfocia infine nella teologia pluralista: una prospettiva nuova, prima inimmaginabile nella maggior parte delle religioni.

Se nella società convivono ora, inevitabilmente, molte religioni, (…) il credente non chiede solo della propria religione, ma vuole sapere anche cosa dicono le altre. La teologia risponde non con la risposta unica di una sola religione, ma con il ventaglio di risposte che forniscono le diverse religioni, perché la persona possa arricchirsi con tutto ciò. Mai era avvenuto qualcosa di simile nella storia della teologia: si tratta della teologia comparativa.

In questo contesto interreligioso, sono molti i credenti – per quanto rappresentino ancora un’eccezione – che hanno un’esperienza religiosa plurale, che vivono la propria esperienza religiosa in più di una religione. Hanno una doppia appartenenza o a volte un’appartenenza multipla. Ovviamente, sono molti di più quelli che credono che ciò non sia possibile o che sia sbagliato… e fanno bene a non cercare di sperimentare. Ma il fatto dirompente di quanti vivono un’appartenenza multipla interpella la teologia con un’altra domanda inedita: perché non dovrebbe essere possibile una teologia inter-religiosa, multi-fede…? La possibile teologia inter-religiosa, avallata da alcuni, disprezzata da altri, sta lì, per quanto in fase di sperimentazione. (…).

La crisi della religione tradizionale, che si vive paradossalmente insieme a una reviviscenza di nuove forme religiose, ha già imposto praticamente la distinzione chiara tra religione e spiritualità. Quest’ultima è la dimensione profonda, mentre la religione sembra appartenere più all’ambito delle forme, come interfaccia che l’essere umano ha creato per esprimere quella. Questa convinzione, che si è già affermata in buona parte della società attuale, pone nuove domande ai credenti. Essi vogliono capire cosa significhi allora la religione: se la religione è, come sempre avevano pensato, la mediazione primaria per la spiritualità, l’unico e principale canale di comunicazione con il divino, o se la religione è piuttosto un’interfaccia utile finché serve, ma sostituibile o prescindibile quando incontra mediazioni migliori. In questa situazione, come abbiamo detto, le domande di molti credenti sono ora, in questo senso, post-religiose: vanno oltre le religioni e oltre la religione, per quanto siano più interessate che mai alla spiritualità. La risposta a domande inscritte in questa prospettiva contribuisce all’elaborazione di una teologia post-religiosa, laica, umana, preoccupata del ruolo umanizzante della spiritualità, più in là delle religioni.

Un’effervescente vitalità

Guardando indietro, possiamo dire che negli ultimi cento anni scopriamo più cambiamenti evolutivi nella teologia che quelli sperimentati in tutta la sua storia. Come dicevamo, la sua evoluzione si è accelerata. Ci sorprende con la sua effervescente vitalità. È giunta alla sua fase finale? Ovviamente no. Non sappiamo come andrà avanti il suo sorprendente itinerario, ma scommettiamo su un suo brillante futuro.

Non c’è bisogno di insistere, perché è ovvio, che non tutta la teologia deve passare per ciascuna di queste tappe… Né l’apparizione di una nuova tappa significa screditare i precedenti modelli di teologia… La conoscenza umana, le culture e anche il mondo religioso evolvono per ondate successive, mediante nuovi paradigmi che si presentano all’improvviso in modo sorprendente, caotico, non linearmente previsto. Si incontrano, si incrociano, si scontrano, originano o rendono possibili altri paradigmi e tutto contribuisce a fecondare mutuamente il cammino verso tappe superiori. I nuovi paradigmi non sempre sostituiscono i precedenti: con maggiore frequenza, semplicemente si sommano e si fecondano mutuamente.

In questo senso possono convivere insieme molte teologie. Ci saranno sempre teologie confessionali, finché vi siano confessioni nel mondo religioso. Questa forma di teologia non deve temere, sarà sempre necessaria nel suo ambito: le forme di teologia sopraconfessionale non vengono a espellerla e a sostituirla, ma a coprire altri spazi in cui quella non è accettata perché neppure viene compresa, cioè nella società multireligiosa, nei mezzi di comunicazione laici, nell’università laica…

La maggior parte delle forme di teologia degli ultimi tempi, cioè, può continuare, ciascuna nella nicchia in cui si è sistemata. Ma a mio giudizio ciò non impedisce che nell’evoluzione della teologia si possa scoprire una direzione, un senso che indichi un certo profilo prevedibile della teologia del futuro.

Nella nostra modesta opinione, questa teologia avrebbe le seguenti caratteristiche:

- non sarà più una teologia che ponga molto l’accento sul “teo”, perché aumenterà sempre più la consapevolezza, in tutte le latitudini, che il teismo è un modello di comprensione/espressione della nostra concezione della divinità, non una descrizione certa, e meno ancora imprescindibile, della “Realtà ultima”:

- non sarà neppure con troppo entusiasmo “logia”, perché a questo punto abbiamo già scoperto a livello mondiale  le deficienze della unilateralità del discorso razionale che esalta il “logos” a scapito di altre dimensioni più sottili della conoscenza umana;

- sarà confessionale quando servirà – per il servizio teologico all’interno di ministeri o ambiti di una determinata religione, ovviamente – ma saprà essere all’occorrenza anche non confessionale, ecumenica e sopraconfessionale, in funzione del pubblico a cui si rivolge e dell’ambito in cui si inscrive;

- sarà, in ogni caso, pluralista, cioè avrà superato il complesso di superiorità religiosa di cui hanno sofferto quasi tutte le religioni del mondo, un complesso che le ha portate a ritenersi direttamente divine, l’unica religione valida del mondo. Ora, di fronte all’evidenza che tutte le religioni sono lampi della ricchezza infinita della Realtà ultima, percepiranno che il pluralismo religioso è ciò che è “voluto da Dio” piuttosto che un male da combattere;

- anche quando sarà confessionale, dovrà essere certamente, sempre di più, una teologia comparativa: nella società plurale, dovrà farsi carico della parola delle altre religioni (…) più che restarsene entro ristretti limiti autoreferenziali;

- ma più che semplicemente comparativa sarà molte volte inter-religiosa, inter-fede, inter-credente, multireligiosa, multi-fede… (è ancora prematuro un vocabolario definitivo). Per quanto oggi essa appaia a molti impossibile, per altri è una possibilità già in atto. Non è assolutamente eccezionale l’esperienza di doppia o multipla appartenenza religiosa, sebbene per molti sia inimmaginabile. Quanti la sperimentano sono in condizioni di elaborare questo tipo di teologia e sono già in corso delle esperienze, provvisorie ma promettenti;

- se potrà essere non confessionale, è ovvio che potrà essere “laica”, non ufficiale, né clericale, né appartenente ad alcuna istituzione religiosa: una teologia al di fuori dell’istituzione, laica, civile, spirituale, umana. Chi sappia aprire gli occhi scoprirà probabilmente che questa teologia è già in corso e che si fa strada, molte volte senza questo nome. Non è una teologia convenzionale, che lavora in maniera confessionale, ma una teologia che intende semplicemente “umanizzare l’umanità”;

- dai tempi della teologia della liberazione, credo che tale qualifica non sia facoltativa, ma essenziale: non c’è teologia se non è liberatrice. Ma la vecchia forma di teologia della liberazione deve fecondarsi – e lo sta già facendo – con i nuovi paradigmi che l’hanno seguita. Non può continuare ad essere inclusivista, come lo è stato originariamente, non per volontà esplicita ma in maniera inconsapevole. Non potrà neppure essere tanto antropocentrica come è stata, anche involontariamente: ora dovrà essere cosmo-biocentrica, per umanizzare l’umanità e il pianeta, da una prospettiva di eco-giustizia.

Qual è il futuro della teologia? Verso dove va?

Fecondato da tanti paradigmi nuovi e da tante esperienze in corso, il futuro della teologia è promettente e seducente per chi si lasci affascinare da questa inquietudine radicale dell’essere umano, dell’essere umano religioso che cerca sempre di intendere la propria religione.

Senza dubbio, siamo in un tempo di cambiamento radicale, di forme nuove di teologia che non sono mai state neppure sognate. Il futuro è di chi rischia puntando su questo compito di rifondazione teologica.

(Articolo tratto da “Adista Documenti”, n.24 del 20 marzo 2010)

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