16 aprile 2015, Cultura - Recensioni

La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin

di Irene Gianeselli

Isidoro Raggiola non nasce di venerdì a mezzanotte, né si presenta in camicia come un David Copperfield qualunque. Isidoro viene al mondo fischiando. Per tutta Mattinella – il paese irpinese che si arrampica sull’osso pezzillo dell’Italia – il suo apparato fonatorio è un mistero: nonostante sia quello di un comune “guaglioncello”, possiede la capacità e il talento di raggiungere con involute peregrinazioni vette cristalline e liberatorie, proprio come un merlo.

Cosa può mai essere destinato ad un bimbo che esce dal grembo della madre fischiettando se non corse, ruzzoloni e canzoni rivoluzionarie?

La penna felice di Enrico Ianniello, al suo esordio narrativo edito da Feltrinelli con “La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin“, restituisce nella prima parte del romanzo tutta la grazia di una infanzia fatta di sguardi e gesti, fatta di parole che plasmano con gentilezza l’animo delicato di un bambino che affronta la pesantezza del mondo con la sua disarmante intelligenza: Isidoro usa il suo fischio per raccontare e dare significato, per costruire e ricostruire lo spazio fatto di persone e idee che lo circonda.

Spettatore complice di questo suo “gioco” è il merlo indiano Alì che dalle sbarre della gabbia di cui è prigioniero partecipa al dialogo “urlafischiato” custodendo i segreti del ragazzino.

Urla, fischi e giochi di parole con l’adorabile padre (associazioni semantiche e giochi di parole che rimandano ad una certa tradizione comica plautina) sono il pane quotidiano di Isidoro. Alla pasta pensa Stella Dimare, sua madre. E se il padre Quirino – che fa del suo strabismo uno strumento per guardare la realtà e ampliare il suo orizzonte visivo e umano – viene disegnato come un uomo viscerale e di saldi principi con il tono umoristico irresistibile e tutto campano, Stella è quelle “parole morbide, chiare, profumate di mandarino e di torrone”, quelle mani forti che impastano e danno la vita: Enrico Ianniello, “ministro del mistero” che è il gioco della vita – e del Teatro come spiega bene Renò, altro personaggio ricco di fascino -, rappresenta la sacralità dei gesti quotidiani e materici che si sollevano e si concretizzano nella nebbia di farina che diventa la pasta per tutto il paesino, con uno “spettansìa” ( uno “spettacolo della fantasia” per dirla con Quirino) stupefacente.

Sin dalle prime pagine Ianniello crea con il lettore complicità, come se Isidoro raccontandosi ponesse al centro di un tavolo cui si accostano i lettori un pane caldo, appena sfornato e pronto per chiunque voglia partecipare: la parola è forte strumento di condivisione, di “comunismo” per dirla ancora con Quirino, ma solo il potere dell’immaginazione può dare senso e rimandare a quella tradizione, a quella forte consapevolezza delle origini di un uomo senza campanilismi: Ianniello non si limita ad un ritratto macchiettistico dei suoi personaggi e questo concorre a creare reciprocità tra lettore e protagonisti.

Eppure un velo di malinconia avvolge il racconto: tra le parole di bambino e la sintassi campana con cui Isidoro riporta ricordi e lettere d’amore scritte dal padre in quel rito che è svegliarsi ogni mattina si insinuano le ombre, lo strappo profondo che segnerà l’inizio della vita da adulto del protagonista. Una strenua inerzia che è consapevolezza del tempo che passa, del mutare della vita e di noi stessi.

“Sparte e capisce” (separa e comprendi) è il monito di Stella, ma è il terremoto del 1980 a separare: Isidoro perde in pochi secondi genitori e casa, quello che gli rimane è il nuovo cognome “Sifflotin” (fischiatore) che gli ha cucito addosso l’amico Renò, Alì ed i ricordi.

Isidoro diventa muto, perde la parola e l’unico modo che gli rimane per comunicare è proprio il fischio, quel fischio che lo aveva portato a parlare alla gente dei paesi di libertà ed uguaglianza, quel fischio che aveva codificato con l’amico Canzone, quel fischio che avrebbe fatto di lui un giovane comunista rivoluzionario, fischio che era votato a diventare linguaggio universale perché capace di aggregare.

Ed è solo con l’incontro di Cecòf, un amante dei libri e delle parole che ha scelto di non vedere perché ha perduto l’amore, e con Napoli che Isidoro capirà cosa significa imparare ad essere “tristelice” (triste e felice) contando su se stesso e sulla forza della vita che gli scorre nelle vene e nel fischio.

Isidoro Sifflotin è testimone della resistenza, di una resistenza tutta umana: è testimone della vita che resiste e senza mezze misure, della vita che esplode e ritorna, della vita che torna a parlare e a scrivere “lettere piene d’amore” al mattino.

La narrazione scorre senza inciampi fino al nuovo inizio in cui ritorna il primo amore e Isidoro assume in sé l’eredità di uomo del padre: come sa fare il Teatro, Ianniello ci porta indietro di una trentina d’anni, in un tempo determinato che però prende i contorni dell’universale e come sa fare solo il Teatro, Ianniello ci racconta la grazia di chi ha la consapevolezza di essere al mondo e di chi ha la sfacciataggine di tornare a fischiare e a parlare per incontrare gli altri e rincontrarsi nonostante tutto.

Il mondo verrà salvato dai ragazzini che credono ancora di potere volare e raccogliere uno stormo con cui raccontare e ripensare la realtà. Però, sembra avvertirci Enrico Ianniello, i ragazzini salveranno il mondo se gli adulti sapranno ancora essere guide, Maestri di vita e di gioco.

Isidoro Sifflotin ci restituisce la tenerezza dell’umanità che si ferma a riflettere, a ricordare e a guardarsi da lontano, dal quel lontano presente che si chiama futuro.

Enrico Ianniello, La vita prodigiosa di Isidoro Sifflottin, Feltrinelli, 2015

(http://oubliettemagazine.com)

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