9 novembre 2014, Cultura - Recensioni

La scrittrice orgogliosa di non saper scrivere

di Giuseppe Mercenaro

Fu la prima a fondare un giornale. Si sposò con Edoardo Scarfoglio (e D’Annunzio fece la cronaca «rosa»). Matilde Serao, grassoccia e un po’ grafomane, fu autrice di romanzi di successo. Ora ripubblicati.

Per lei, il 1885 fu un anno importante. Il 28 febbraio si era sposata. Di lì a poco, con il novello marito, come lei giornalista rampante, fondò il Corriere di Roma, in concorrenza con La Tribuna dove, il 3 marzo, l’amico D’Annunzio, sotto il titolo Nuptialia, aveva pubblicato la cronaca del matrimonio.
«Verso l’una di mezzogiorno Edoardo Scarfoglio si è unito con Matilde Serao, nella sala rossa del Campidoglio…

La sposa, in elegantissimo abito grigiosorcio con un cappello chiuso d’egual colore, teneva tra le mani un mazzo di rose… Lo sposo, quella singolar figura di Don Chisciotte…».

Nell’articolo del cronista mondano D’Annunzio – con elenco degli invitati, descrizione della casa dove la coppia sarebbe andata ad abitare, dettagli di mobili e suppellettili – suscitano curiosità gli altisonanti testimoni: per la sposa il principe Matteo Colonna di Sciarra e il barone di San Giuseppe. Per lo sposo i ministri Mancini e Grimaldi. E analoghi personaggi di spicco per la cerimonia religiosa in Santa Maria del Popolo: testimoni per la sposa il conte Luigi Primoli e Paulo Fambri; il duca Proto di Maddaloni e Ruggero Bonghi, per lo sposo.

Figlia di una decadutissima principessa greca e di un avvocato antiborbone, da Napoli, dove, dopo aver fatto l’ausiliaria ai Telegrafi di Stato, aveva cominciato a trescare con la stampa, firmando Tuffolina, Matilde Serao era arrivata a Roma nel 1882, a ventisei anni. Voleva tentare l’avventura del giornalismo nella capitale, allora una città torpida, compassata, mondana e ad un tempo coacervo di intrighi all’ombra delle molte opportunità consentite dalla politica. Una città di beghe giornalistiche e duelli. Matilde scriveva d’ogni argomento, cronaca rosa e critica letteraria sul Capitan Fracassa firmando Ciquita. Fece presto a farsi conoscere, a essere ammessa nei salotti che contavano. Il suo fisico goffo, tracagnotto, una mimica tutta napoletana e i modi spicci, risultavano però fuori posto negli ambienti della haute romana. La sua risata grossier, infastidiva gentiluomini e dame, in abito.

Guardata come «donna moderna», dalla spiccata intraprendenza, Matilde Serao era ammessa in società perché suscitava più curiosità quale personaggio che per la considerazione e l’ammirazione cui lei ambiva: quella di giornalista e soprattutto di scrittrice. E lei, cosciente, con un sorriso velato di agrume, voleva fargliela vedere a certe signore che la traguardavano con snobistico fastidio. «Quelle damine eleganti non sanno che io le conosco da cima a fondo e che le metterò nelle mie opere. Esse non hanno coscienza del mio valore e della mia potenza… ».

Si sentiva forte della notorietà che le aveva conferito il suo romanzo Fantasia, uscito nel 1883. Il non immaginato futuro consorte, Edoardo Scarfoglio, un giornalista dalla vivacità prorompente, sul giornale letterario Il libro di Don Chisciotte, aveva recensito l’opera dell’esordiente napoletana: …Si può dire che essa sia come una materia inorganica, come una minestra fatta di tutti gli avanzi di un banchetto copioso, nella quale certi pigmenti troppo forti tentano invano di saporire la scipitaggine dell’insieme… Il linguaggio poi vi si dissolve sotto le mani per l’inesattezza, per l’inopportunità, per la miscela di vocaboli dialettali italiani e francesi». Una stroncatura vera e propria. La grafomane Matilde Serao riconobbe, con orgogliosa onestà, di «non saper scrivere». A scusante, avanzò gli studi modesti e incompleti, l’ambiente in cui era cresciuta. Poi aggiunse: «Vi confesso che se per un caso imparassi a farlo, non lo farei. Io credo, con la vivacità di quel linguaggio incerto e di quello stile rozzo, d’infondere nelle opere mie il calore, e il calore non solo vivifica i corpi ma li preserva da ogni corruzione del tempo». Difendeva la sua personalità. Lo stile dei suoi libri le somigliava.

Quando la Roma-bene, che Matilde e Edoardo frequentavano, apprese della relazione tra quei due eccentrici giornalisti, suscitando marezzate di pettegolezzi, lui difese in pubblico la promessa sposa: «Questa donna tanto convenzionale e pettegola e falsa tra la gente e tanto semplice, tanto affettuosa, tanto schietta nell’intimità, tanto vanitosa con gli altri e tanto umile meco, tanto brutta nella vita comune e tanto bella nei momenti dell’amore, tanto incorreggibile e arruffona e tanto docile agli insegnamenti, mi piace…». In quell’occasione, forse senza volerlo, Scarfoglio forniva anche la chiave per leggere i romanzi di Matilde Serao. Curiosi e spontanei pastiche da far rizzare il naso, allora come oggi. Erano il risultato di una esuberante smania scrittoria. La concitazione di testimoniare il proprio tempo producendo in rutilante quantità E l’essere soprattutto presente con ininterrotta e continua visibilità. Quelle di Matilde Serao erano delle vere e proprie fiction. Farcite di accascianti sentimenti. Di crude efferatezze e insensate volubilità, contrappuntate da descrizioni scenografiche: sfondi di paese, la campagna, l’orrido dei tuguri nei bassifondi delle città. Dei veri e propri bozzetti di paesaggio e d’ambiente, con scivolamenti verso un altrove che sovente mal s’accorda alla vicenda raccontata.

Dopo il matrimonio le ravvicinate gravidanze furono propizie alla Serao per mettere al mondo quattro figli e sfornare, «nelle attese», un profluvio di romanzi più o meno riusciti: Pagina Azzurra, All’erta!, Sentinella, Piccole anime, Il ventre di Napoli, Il romanzo della fanciulla e La conquista di Roma, oggi riproposto dalle edizioni Elliot (pp. 253, euro 16,50).

La conquista di Roma è un «ritratto» della capitale politica d’Italia «con gli occhi» della Serao. Doveva aver inteso la vicenda, tale a una ciarla, in qualche salotto. La storia raccontata è quella di un giovane pieno di fantasie e orgoglio meridionale, appena eletto deputato al parlamento. Arriva nella Roma umbertina per partecipare ai lavori della XIV Legislatura, proveniente da un piccolo paese della Basilicata. «Nello scompartimento riservato che lo portava nella capitale l’importante per lui era quella medaglina d’oro che gli pendeva dalla catenella dell’orologio… con sul rovescio inciso un nome: Francesco Sangiorgio, il suo». Il neodeputato arrivato a Roma, dove non era mai stato, si guarda attorno trasognato. Indaga la folla. Vaga attonito per le strade. Nei ristorantini attorno a Montecitorio scruta i volti nella speranza di individuare personaggi per lui mitici: Sella, Crispi… A un certo punto gli sembra di vedere Zanardelli, che conosce soltanto in ritratto.

Sangiorgio non sa nulla della storia e dei monumenti di Roma. Non vede nulla, preso soltanto dall’ebbrezza del suo titolo: «onorevole». In realtà è uno dei tanti anonimi peones che dal suo tempo si succederanno nelle varie legislature fin ai tempi nostri. È messo in guardia da un collega: «Roma non si dà a nessuno. La sua attitudine è una virtù quasi divina: l’indifferenza». L’onorevole del profondo sud risponde che saprà conquistarla. I suoi interventi in parlamento attirano l’attenzione. Viene accarezzato da certe faine del potere che lo manipolano. Entra nel giro. Si «vende». Ha le sue contropartite. Gode di facili opportunità. La moglie del suo protettore politico, don Silvio Vargas, gli si offre. Ne approfitta, convinto che il titolo di «onorevole» gli consenta libertà assoluta e impunità. Lascia che una passione mai vissuta esploda. Viene scoperto. Vargas, marito tradito e suo capo corrente, gli impone di lasciare Roma. È la fine dell’amore e il fallimento politico.

Questa è una tranche del mondo romano conosciuto da Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao. Mondo che, nel 1887, lasceranno per trasferirsi a Napoli. Fondarono il quotidiano Il Mattino. Litigarono. Ciascuno seguì la propria storia. Ebbero figli con altri amanti. Matilde Serao, unica donna italiana a fondare un quotidiano, diede vita a Il Roma. Continuò a pubblicare romanzi. Fluvialmente

(“Il Venerdì” de “La Repubblica”, 5 settembre 2014)

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