30 dicembre 2010, Cultura - Recensioni

Perchè Karl Marx parla anche di noi.

di Lucio Villari

Nicolao Merker, Karl Marx - Vita e opere (Laterza , 2010)

«La cosa più triste in questo momento», scriveva Marx alla figlia Jenny nel 1881, «è essere vecchio. Il vecchio può soltanto prevedere anziché vedere». E l´anno dopo, pochi mesi prima di morire, a un amico che gli proponeva una edizione completa delle sue opere, Marx rispondeva di doverle «ancora scrivere». Queste riflessioni, stanche e amare, hanno un senso. Marx può infatti essere anche riletto, come si fa con i classici della letteratura o della poesia, anzitutto perché la sua opera maggiore, il Libro primo de Il Capitale (il secondo e il terzo sono stati messi a punto ed editati da Friedrich Engels), è stata scritta sono parole sue secondo un progetto fondato su «considerazioni artistiche», e poi perché quest´opera è stata, per oltre un secolo, un punto di riferimento per milioni di persone; anche se è stata letta da una minoranza.
Già quando il libro apparve nel 1867 era stato accolto dal silenzio. Poi tutto cambierà e Marx diventò marxismo. In verità Marx non ha fatto nulla per diventare un classico perché nei suoi scritti vi è un pensiero asistematico, provocatorio, simile, per molti aspetti, a quello di Diderot, senza l´ordine e il senso affascinante di stabilità che trasmettono solo i classici. Eppure sia lui che Diderot (Marx amava molto le ascendenze dell´Illuminismo) hanno visto e descritto con chiarezza cose molto importanti. E questo ne ha decretato l´immortalità. Marx ha visto un mondo che non si è concluso con il suo tempo e che si è maggiormente rivelato nel nostro: il mondo anche misterioso della produzione capitalistica e la sua variabilità sociale e culturale. Non a caso citava il Mefistofele di Goethe («lo spirito che sa vedere l´altra faccia della medaglia») o si richiamava alle incertezze e ai dubbi di tanti personaggi shakespeariani. È questo vedere anche l´altra faccia delle cose importanti e non temporanee (di una singola anima oppure della grande storia di una società) che fa di un´opera un classico. L´errore suo è stato piuttosto nelle previsioni senza dubbi. Se avesse previsto ad esempio invece della vittoria del socialismo i luoghi dove la sua opera sarebbe stata nel Novecento maggiormente diffusa si sarebbe ritratto sgomento. Dunque, l´amara confessione a Jenny va interpretata come un momento di malinconia per la difficoltà di riuscire ad essere sempre contemporanei di ciò che accade.
Comunque, solo una particolare sensibilità letteraria (le «considerazioni artistiche») permise a Marx di penetrare nelle strutture proteiformi ed epiche del Capitale e dei «rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono». E come in un poema mitologico o in un romanzo epico i protagonisti diventano anche espressioni simboliche e astratte del racconto, così nel teatro del Capitale lo sguardo acuto e critico di Marx non si appunta sui singoli capitalisti. Ecco una sua poco nota osservazione al riguardo: «Una parola per evitare possibili malintesi. Non dipingo affatto in luce rosea le figure del capitalista e del proprietario fondiario. Ma qui si tratta delle persone soltanto in quanto sono la personificazione di categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti e di determinati interessi di classe. Il mio punto di vista meno che mai può rendere il singolo responsabile di rapporti dei quali esso rimane soltanto creatura; per quanto soggettivamente possa elevarsi sopra di essi».
Questa precisazione è un tocco di classe (borghese) congeniale alla cultura di cui Marx era imbevuto, ma fa capire anche l´intelligenza aperta della sua analisi della società moderna europea scrutata in un arco storico amplissimo. Lo dice nella prefazione, che si chiude con una citazione di Dante, a Il Capitale: «Il fine ultimo del libro è di svelare la legge economica del movimento della società moderna». Quindi un´opera di storia (la Settima sezione del Libro primo, dedicata all´”accumulazione originaria”, è un grande affresco morale e non solo economico e politico di storia europea tra il ´500 e il ´700) che oggi si può leggere come la testimonianza diretta di un´epoca che ci appartiene interamente perché non è ancora conclusa. È stato questo un metodo seguito da Marx in tutti i suoi scritti politici, economici, filosofici, di teorico dei diritti e delle libertà degli individui e dei popoli, di giornalista, di osservatore attento. Il metodo “marxista” di analizzare il successo della società borghese per vederne le profonde contraddizioni, per esaltare la libertà e la liberazione degli uomini dalle oppressioni politiche e dai bisogni degradanti e contro ogni “metamorfosi regressiva” sempre in agguato nell´”ordine capitalistico”. È questa, in fondo, la sua “classicità”.
Se queste parziali riflessioni hanno un fondamento, allora può essere utile confrontarle con il recente volume di Nicolao Merker (Karl Marx. Vita e opere. Laterza, pagine 257, euro 18). Potrebbe essere la inattesa (visti i tempi) occasione per riaprire anche in Italia (come già avviene soprattutto nel mondo anglosassone) il discorso su Marx, dando nuove prospettive di lettura ai suoi scritti e alla sua vita privata, che fu insieme complessa e drammatica. Come è sempre quella degli autori classici per i quali valgono i versi latini che Marx amava spesso ripetere: sic vos non vobis.

(articolo tratto da “La Repubblica” del 17 dicembre 2010)

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