22 aprile 2012, Cultura - Recensioni

La Commedia Nera di Dario Fo

dario fodi Corrado Stajano

Quante volte ci siam detti «ci vorrebbe Dario Fo», lui sì saprebbe rappresentare con le sue fabulazioni ridanciane le vergogne, l’ignoranza, la volgarità, il disprezzo per i deboli, l’odio per la cultura e per la storia, il governare fuorilegge di questi anni che ci ha portato sull’orlo del baratro. Il libro che uscirà domani, Il Paese dei misteri buffi, di Dario Fo e Giuseppina Manin (Guanda) sembra esaudire quel desiderio conscio o inconscio. È nato dalle conversazioni tra il Premio Nobel e la giornalista del «Corriere della Sera» che, insieme, dopo aver fatto affiorare alla mente memorie di uomini e cose, fatti e misfatti, hanno creato una traccia di narrazione e l’hanno scritta un po’ uno un po’ l’altra, con un’intesa naturale e fruttifera.

I toni sono lievi e ironici, il riso è naturalmente protagonista. Spesso amaro, la rivolta liberatoria del cittadino dalle mani nude e dalla coscienza limpida. «Terribile e awful è la potenza del riso: chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire», scrive Leopardi nello Zibaldone.

Berlusconi è il primattore e anche il più autorevole testimone di quel che via via accade nel libro e nella vita. Interpreta ruoli molteplici, tra il comico, il giocoso, il grottesco, la satira, la parodia, la burla, ma è sempre lui, ben distinguibile. È un calderone ribollente, Il Paese dei misteri buffi, in cui si agitano come anime matte certi figuranti del nostro presente – Dell’Utri, Previti, la Santanché, Cicchitto, Verdini, Ghedini – e anche del nostro passato prossimo e remoto, intellettualmente un po’ più elevato, Machiavelli, Galileo.

«Noto alle cronache come il Caimano, il Satrapo, il Drago delle Vergini, il piccolo Cesare, ma per gli intimi Bingo», il cavalier B., abbandonato dalla fortuna, senza più potere, non ricorda chi è e neppure di essere stato al mondo. Quando ricompare al cancello della villa di Arcore fa rivivere il dramma di Ulisse, del Figliol Prodigo, dello Smemorato di Collegno. È lui, non è lui, quel mendico vestito di stracci, privato dei suoi preziosi doppiopetto simili a cassette postali? Ma all’arrivo del giudice, una donna dai capelli rossi con due carabinieri al fianco, B. si divincola come un forsennato: «No, i giudici no! No, le guardie! Non voglio finire in galera! Non ho fatto niente, Sono innocente! I comunisti sono tornati! Aiuto! Mi vogliono mortooo!». È proprio lui, redivivo.

Una gran sarabanda, Il Paese dei misteri buffi, libro divertito e divertente: ventisei giullarate e un epilogo, una continua invenzione nata dalla realtà, senza tradire mai l’ideale di Fo del far politica a teatro. Non è stato sempre così, sembra sottintendere, dall’antica Grecia a Molière a Shakespeare? Mistero buffo, giullarata popolare, gira il mondo dal 1969. Morte accidentale di un anarchico (1970); Il Fanfani rapito (1973); Marino libero, Marino è innocente (1998) sono la prova della sua coerenza negli anni.

Come dice la motivazione dell’Accademia di Svezia, nel 1997, «Il Premio Nobel per la Letteratura viene assegnato a Dario Fo perché, insieme a Franca Rame, attrice e scrittrice, nella tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere e restituisce la dignità agli oppressi».

Dario è rimasto dunque fedele a se stesso. Il nuovo libro, un caleidoscopio di idee e di invenzioni, segue gli antichi modelli, quelli della Palazzina Liberty, a Milano negli anni 70, quando il teatro nasceva facendolo, in un grande fervore. C’è di tutto nel nuovo magmatico poema del cavalier B., un po’ Bonaventura, un po’ Tati. La febbre del sesso e quella dell’oro. La vita scialacquata e la morte, le «cene eleganti», i bunga bunga, il Mausoleo di Arcore infarcito di sfere, piramidi, triangoli, dove riposeranno per sempre gli amici fedeli di B. e poi il passato e il presente mescolati tra loro.

La gran trovata del libro è la calata all’inferno. B., condannato dal giudice, viene accompagnato da Minosse, il re di Creta, nei diversi gironi dove incontra, con le diavolesse, quelli che furono i padroni d’Italia, Andreotti, che ha un ufficetto e seguita ad archiviare documenti – non si sa mai -, Cossiga che promette di raccontargli diabolici segreti, Moro che, come un oracolo accusa il cinico e grigio nemico, il «divo Giulio».

Drammaturgo, attore, scrittore, pittore, regista e scenografo, Dario Fo ha vinto il Premio Nobel per la letteratura nel 1997 (era già stato candidato nel 1975).
Minosse non sembra turbarsi di nulla: la strage di via Fani, ricostruita con tutte le sue contraddizioni intatte dopo tanti processi, le turpitudini che credeva esistessero soltanto agli Inferi, la strage di Capaci, Falcone e Borsellino, la mafia che ha i suoi ambasciatori nello Stato. B. incontra Sindona e Calvi, maestro e allievo finiti male. Incontra anche Gelli, il gran burattinaio che lo cresimò nella Loggia P2. Mentre i dannati sghignazzano, i personaggi si accavallano: «Ti ricordi di Renatino? Renatino De Pedis, il boss della Magliana, killer spietato – sibila Minosse – bandito con i fiocchi, che però è riuscito a farsi seppellire nella cripta di una delle più note chiese di Roma, Sant’Apollinare, guarda caso proprietà dell’Opus Dei?».

C’è anche la strage di piazza Fontana nella passeggiata agli Inferi, la giustizia senza giustizia. Poi spunta Ruby, la nipote di Mubarak, come hanno spergiurato deputati e senatori, ubbidienti notai delle istituzioni. «Da dove sono arrivati i tuoi soldi?» viene chiesto a B. «Chi sono stati i tuoi Babbi Natale?». «Roba pulita, sudore della fronte». «E Dell’Utri, e lo stalliere?», si sentono urla inviperite. Anche Minosse si arrabbia: «Demoni, avvicinate il calderone. Controllate la temperatura dell’olio puzzone. Sento già che sfrigola al punto giusto. Calate la corda!». Che destino per l’«Unto del Signore».

Quale gran drammaturgo saprebbe inventare simili storie e tante altre ancora purtroppo vere? Gli italiani zitti, senza reazioni, passivi? Sono forse loro il vero Mistero Buffo d’Italia, come dice Dario Fo.

Dario Fo e Giuseppina Manin – «Il Paese dei misteri buffi» – Guanda – pp. 208

(www.corriere.it ,sez.”Cultura”, 11 aprile 2012)

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