22 ottobre 2014, Cultura - Recensioni

La casta politica? Era tutto scritto quasi 130 anni fa

di Massimiliano Panarari

In I misteri di Montecitorio del 1887 Ettore Socci denunciava corruzione e feroce difesa dei privilegi

Nell’epoca postmoderna, le serie tv sono il nuovo romanzo d’appendice. Come House of Cards, Gli intrighi del potere, dedicata ad ambizioni sfrenate e sesso. Ma, senza bisogno di andare a Washington, c’era praticamente già tutto in un romanzo naturalista I misteri di Montecitorio (ora ripubblicato da Studio Garamond, pp. 176, euro 12), uscito a puntate, nel 1887, sul foglio La democrazia. Lo aveva scritto il giornalista e politico toscano Ettore Socci (1846- 1905), mazziniano e repubblicano, che a vent’anni si era arruolato volontario e aveva combattuto con Garibaldi a Porta Pia.

Direttore di giornali progressisti che vennero chiusi per «estremismo repubblicano » (con suoi svariati arresti), arcinemico di Crispi e intimo di Carducci e Felice Cavallotti, massone con Ernesto Nathan, Socci fu un personaggio emblematico delle passioni politiche che avevano animato il periodo dell’Unità d’Italia. Soprattutto fu figura integerrima e un moralista tutto d’un pezzo (oltre che un accanito fumatore di sigari), e col suo libro di impianto verista anticipò quello che avrebbe poi toccato con mano all’indomani della sua elezione a deputato, nel 1892, nel collegio di Grosseto, inserendosi in quell’assai disincantato filone del «romanzo parlamentare » che vantava esponenti illustri come Federico De Roberto e Matilde Serao.

Al centro della narrazione sono le «avventure nell’emiciclo » dell’avvocato Guidi, garibaldino e democratico, uomo perbene sotto ai cui occhi (come a quelli del lettore) si paleserà la vera natura della classe politica e dell’élite post-unitarie, traditrici delle gloriose speranze risorgimentali per le quali lui stesso aveva imbracciato le armi. Un mix di affarismo, trasformismo, voracità, gattopardismo e difesa feroce dei propri privilegi; tutto improntato, tra l’altro, a un trasversalismo molto (come diremmo adesso) bipartisan, e senza alcuna possibilità di redenzione o rispetto della legge. Ed ecco perché c’è chi dice (e abbastanza a ragion veduta) che questo Paese non cambia mai…

Insomma, la casta ante-litteram sotto i Savoia. Che l’irreprensibile Socci critica aspramente, rimanendo però, fino in fondo, un democratico con la schiena dritta, tanto che, di fronte alla svolta autoritaria di fine secolo attuata da re Umberto I e dal generale Bava Beccaris, si ergerà a strenuo difensore del parlamentarismo.

(“Il Venerdì” de “La Repubblica”, 5 settembre 2014)

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