21 febbraio 2011, Cultura

La caricatura di un modello

di Giancarlo Bosetti

E’ una semplificazione comprensibile (per la retorica della politica affamata di voti), ma non perdonabile quella che ha spinto sia Cameron sia la Merkel a sostenere che “il multiculturalismo” è una dottrina da abbandonare perché «incoraggia le diverse culture a vivere separatamente». Non è perdonabile in bocca a élites che meritino questa definizione e che abbiano la responsabilità di grandi stati europei. Quella che viene liquidata in questo modo è solo una caricatura del concetto e della parola, spacciata per sinonimo di una ideologia che giustifica il matrimonio coatto, e magari anche la mutilazione dei genitali femminili e l’ amputazione della mano ai ladri. Il termine multiculturalismo può descrivere innanzitutto una situazione di fatto – la presenza di comunità di diversa cultura, confessione, lingua, etnia in un unico stato – e poi anche un orientamento favorevole, in vario grado, al rispetto delle diverse identità e diritti, di comunità, nell’ ambito dello stato di diritto e delle regole di una democrazia liberale (che sia o no federale). È multiculturalismo la tutela della lingua francese in Val d’ Aosta come quella di varie minoranze e maggioranze linguistiche in Canada. Lo è la tutela dei diritti delle comunità Amish o Mormoni o ebree-ortodosse o dei nativi indiani garantita dalla Corte Suprema negli Stati Uniti, ed è multiculturale anche la tutela dei diritti polietnici che garantiscono alle minoranze di poter esprimere la loro particolarità culturale, senza subire discriminazioni e sempre nel rispetto dei diritti individuali. È multiculturale la difesa della cittadinanza americana con il trattino – hyphen -, degli italo-americani, ispano-americani, african-americani, un trattino con il quale gli “hyphenated” americani si registrano al censimento. Che il multiculturalismo abbia avuto interpretazioni estremiste non significa che tutto il multiculturalismo sia estremista, così come non tuttii cristiani sono integralisti solo perché alcuni lo sono. Meglio sarebbe definire diversamente queste versioni degenerate dell’ idea multiculturale. Zygmunt Bauman propone per questo la definizione di “multi-comunitarismo”. Ma ancora più nitida è la formula di Amartya Sen: quella cui si allude parlando degli errori di separatezza nella esperienza inglese non è una politica multiculturale, ma una politica che ha fatto «collezione di monoculturalismi». Una concezione appropriata del multiculturalismo prevede chei gruppi di immigrati che sopraggiungono in una fase successiva alla fondazione degli Stati, come per esempio i musulmani nei paesi europei, a larga maggioranza cristiani, abbiano diritti in quanto minoranze (la libertà di culto e il diritto a edificare luoghi di preghiera), ma anche «la responsabilità di integrarsi nelle norme della nazione». Sono parole di uno dei maggiori teorici del multiculturalismo, che è Will Kimlicka, filosofo canadese, e non di un ideologo leghista. Dunque meglio andar piano nel bruciare sul falò quella idea. Il multiculturalismo, in una aggiornata versione del pluralismo liberale, prevede anche che i diversi gruppi culturali interagiscano tra loro dentro lo stato e sul piano internazionale. Si potrebbe per questo adottare il meno usato concetto di “interculturalità”, molto più dialogico, ma senza concedere tutto il terreno ai nemici del multiculturalismo, il più noto dei quali è stato Samuel Huntington, che vi vedeva una delle ragioni del declino dell’ Occidente e degli Stati Uniti, al contrario di John Kennedy e Lyndon Johnson che vedevano nell’ immigrazione e nei diritti civili delle minoranze il grande punto di forza del loro multiculturale paese.

(“La Repubblica”, 10 febbraio 2010 pag.43)

Lascia un commento

 

 

Visitatori

  • 697249 visite totali
  • 374 visite odierne
  • 3 attualmente connessi