15 agosto 2010, Cultura

L’intellettuale? E’ diventato disorganico

di Marizio Ferraris

Umberto Eco, nel suo Alfabeto per intellettuali disorganici che apriva Alfabeta2 (e che è uscito su la Repubblica dell’ 8 luglio) sostiene che “intellettuale” è chi svolge una attività non manuale accompagnata da ragione critica. Certo, ma vorrei sottolineare che questa attività si esercita necessariamente in pubblico e per iscritto, o con qualche altra forma di registrazione, cioè comporta l’ uso di documenti. Se Zola non avesse avuto un giornale su cui pubblicare il J’ accuse, e un editore che stampasse i suoi romanzi, non sarebbe stato un intellettuale. Gli intellettuali dell’ Ottocento, quelli che costituiscono l’ emblema della categoria, erano anzitutto scrittori.A loro volta, erano gli eredi di chierici e di scribi, di mandarini e di notai. Per essere intellettuali non basta essere intelligenti: nessuno direbbe che un campione di scacchi è un intellettuale (e in più casi si può essere intellettuali senza essere intelligenti). E non basta nemmeno coltivare in privato un pensiero critico: bisogna esprimerlo, altrimenti resta nella sfera della coscienza, non in quella della opinione pubblica, come sapeva bene Federico il Grande, illuminato quanto si vuole, ma tiranno, che ai suoi sudditi diceva “Pensate come volete, ma ubbidite!”. Ecco perché per essere intellettuali è necessario produrre documenti, ossia con testi che riguardano almeno due persone, un autore e un lettore. Se cambiano i documenti e i loro luoghi di produzione (stampa, televisione, web) cambia l’ intellettuale. L’ evoluzione è pressappoco la seguente: l’ intellettuale nasce organico, in un convento, in una scuola, e comunque in una società di cui condivide ritie miti. Diventa disorganico (ha la possibilità di farlo) solo a un certo punto, con un determinato sviluppo dei sistemi di scrittura e diffusione, cioè dei media. Ora, che cosa accade nel momento in cui – come è avvenuto negli ultimi trent’ anni – si assiste a una esplosione della scrittura, dei documenti e dei sistemi di registrazione in generale (di ciò che propongo di chiamare “documentalità”),e in cui l’ estensione “. doc” invade ogni angolo della nostra vita? La mia ipotesi è che si faccia avanti un intellettuale inorganico, non nel senso che sia l’ espressione di una “intelligenza collettiva” e disincarnata come quella profetizzata all’ apparire del web. E neanche perché sia il frutto di quella “società della conoscenza” di cui tanto si è parlato, ma che è poco più che una figura retorica. Ma perché sorge almeno in parte al di fuori dei tradizionali organismi di formazione e di legittimazione della funzione intellettuale che sono stati l’ università, i giornali e le case editrici. Il suo habitat è quella specie di biblioteca di Babele che è il web, ed è a quel luogo che fa essenzialmente riferimento. La rete è sia la fonte da cui trae alimento sia il destinatario a cui si indirizza, e in cui i commenti al blog e il numero dei contatti prendono il posto di ciò che nella tradizione moderna si chiamava “opinione pubblica”, e di ciò che nel postmoderno sono diventati i sondaggi, le classifiche e l’ auditel. L’ intellettuale inorganico ha tre caratteristiche principali. La primaè che si tratta di un intellettuale sans papier, sia nel senso che non scrive più, essenzialmente, su carta, sia nel senso in cui non riceve più dalla carta il riconoscimento del proprio status. Julian Assange, che ha diffuso sul web i documenti segreti sull’ Afghanistan, si presenta agli occhi del mondo dietro al suo Apple, proprio come Paul Valéry si faceva fotografare dietro al tavolo ingombro di carte. Non è solo questione di forme: l’ esplosione della documentalità trasforma radicalmente il mondo intellettuale, che non è più strettamente localizzato né è strettamente urbano, e soprattutto è molto più esteso che in precedenza. Certo, ancora per parecchio tempo continueranno a coesistere, magari nella stessa persona, i due mondi, quello dell’ intellettuale cartaceo e quello dell’ intellettuale sans papier, esattamente come giornalie libri hanno continuato a convivere con la televisione, ma questo non tocca la sostanza della trasformazione. La seconda caratteristica dell’ intellettuale inorganico riguarda una diversa maniera del far testo, dell’ essere autorevoli e autoriali. Molto concretamente, ci si potrà domandare che cosa “faccia testo” veramente, tra un blog molto seguito e un libro stampato per scopi concorsuali e che nessuno (forse nemmeno i commissari del concorso) ha letto, fatta salva, beninteso, la circostanza che tanto il blog quanto il libro possono essere completamente stupidi o perfettamente geniali. I dibattiti, di cui non si può sottostimare l’ importanza, sull’ autorevolezza di Wikipedia, sull’ attendibilità delle fonti web, sull’ avvenire dell’ università sono intimamente collegati alla trasformazione del “far testo” comportata dalla evoluzione della documentalità. La terza è che l’ intellettuale inorganico ha a che fare con una trasformazione radicale, e relativamente imprevista, dei rapporti tra lavoro intellettuale e lavoro manuale. Scrivere, non dimentichiamolo, è sempre stato un lavoro manuale. Ma nel web non c’ è più la stenografa, il tipografo, la tipografia, che nel blog si riassumono tutti nella figura del blogger, un po’ come adesso la persona che fa il check-in è anche quella che strappa i biglietti all’ imbarco – biglietti che peraltro ci siamo stampati da soli. Si abbatte la differenza tra il letterato e il “vile meccanico”, e – per venire all’ altro lato di ciò che i Greci chiamavano techne, ossia l’ arte – oggi l’ artista usa il più delle volte lo stesso strumento espressivo dell’ intellettuale, il computer. La morale è molto semplice. Non ci sono più gli intellettuali di una volta, e forse se tornassero non li riprenderemmo: oggi Cinecittà non rivorrebbe Fellini (troppo costoso e bizzoso), il Corriere della sera non riprenderebbe Montale (troppo salomonico, e poi incline a farsi scrivere gli articoli da altri), e Cambridge licenzierebbe Wittgenstein (poco assiduo a lezione e sgarbato con gli allievi: inoltre pubblicava poco e non correggeva le bozze). Ma gli intellettuali non moriranno, perché per farli morire sarebbe necessario un mondo senza scrittura e registrazioni come quello, puramente radiofonico e televisivo, di cui fantasticava McLuhan nel secolo scorso. Ma un mondo del genere non può darsi, per il banale motivo che non ci può essere una società senza memoria, cioè senza burocrati, che possono diventare intellettuali, come è successo al notaio Jacopo da Lentini, o a Kafka nelle assicurazioni di Boemia e Moravia, e come alla fine succede persino a Bouvard e Pécuchet, quando si fa strada nella loro mente la percezione della stupidità umana.

(Articolo tratto da “La Repubblica” del 12 agosto 2010, p.35)

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