9 ottobre 2010, Cultura

L’audacia del Maestro di Nazareth

di Ariel Álvarez Valdés

Che Gesù abbia avuto discepoli maschi nessuno studioso lo ha mai messo in dubbio. Sappiamo che, nella sua vita pubblica, si circondò di un gruppo di uomini che lo seguivano ovunque. Ma ebbe anche discepole? Se così fosse stato, ciò avrebbe costituito un fatto sorprendente e scandaloso, considerando che, tra i giudei del I secolo, non era ben visto che un maestro insegnasse la Bibbia a delle donne e che, inoltre, si lasciasse accompagnare da queste.

Se leggiamo il primo Vangelo che è stato scritto, quello di Marco, vedremo che Gesù appare circondato di soli uomini, mai da donne. Ma il finale di questo Vangelo ci riserva una sorpresa. Dopo la morte di Gesù sulla croce, Marco dice che “c’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme” (Mc 15, 40-41).

Chi sono queste donne? Marco ci dice il nome di qualcuna di loro, le più conosciute nel suo ambiente, e ci segnala alcune loro caratteristiche.

La prima è che “seguivano” Gesù. Il verbo “seguire” è un verbo speciale, che i vangeli sono soliti riservare ai discepoli di Gesù. Per esempio, quando Gesù chiamò Pietro e Andrea, che stavano pescando, essi lasciarono le reti e “lo seguirono” (Mc 1, 18). Quando chiamò Giacomo di Zebedèo e Giovanni, anch’essi lasciarono il padre e “lo seguirono” (Mt 4, 22). Quando invitò Levi, gli disse soltanto “seguimi” ed egli “lo seguì” (Mc 2, 14). E l’uomo ricco lo chiamò dicendo: “Seguimi”. (Mc 10, 21).

Ciò significa che, secondo Marco, una delle condizioni che Gesù aveva posto ai suoi discepoli era che “lo seguissero” (Mc 8, 34). Si trattava di qualcosa di così fondamentale, e l’idea era così radicata tra i Dodici, che si legge che una volta l’apostolo Giovanni aveva incontrato un uomo buono, credente, che aveva realizzato miracoli, ma che non era stato considerato discepolo perché “non seguiva” Gesù (Mc 9, 38). E quando i Dodici vollero ricordare a Gesù che erano veri discepoli, gli dissero: “Noi ti abbiamo seguito”, (Mc 10, 28).

Con la scuola sulle spalle

Ma non era una sequela simbolica, come quando diciamo “io seguo quell’autore” per dire semplicemente che siamo seguaci delle sue idee. No. Gesù chiedeva di essere seguito fisicamente, letteralmente, per i luoghi e i villaggi che percorreva predicando e curando i malati.

Questa era la principale differenza con gli altri maestri e rabbini della sua epoca. Questi riunivano i loro discepoli in un edificio o in un centro di studi, dove insegnavano loro la Legge, e poi li rimandavano a casa. Inoltre, il piano di studi che offrivano loro durava un numero fisso di anni. Gesù, invece, aveva inventato qualcosa di nuovo. Non li convocava in nessuna scuola né offriva loro un corso: li invitava a sperimentare nella loro propria vita la Buona Novella che egli predicava. E per questo li portava ovunque affinché vedessero come appariva il Regno di Dio tra la gente.

Ora, se Marco ci dice che quelle donne che erano ai piedi della croce “seguivano Gesù”, è perché erano parte integrante del gruppo itinerante dei suoi discepoli.

Non solo lavare i piatti

La seconda cosa che dice di loro l’evangelista è che “servivano” Gesù quando stava in Galilea. Ma che tipo di servizio prestavano nel gruppo? Normalmente si pensa che facessero lavori “da donna”, vale a dire cucinare, servire i pasti, lavare i piatti, cucire. Un gruppo itinerante, come era quello di Gesù, necessitava di qualcuno che svolgesse queste mansioni.

E poteva darsi che fossero questi i compiti di queste donne. Però vediamo che molte di queste funzioni erano compiute dagli uomini. Così i discepoli appaiono servendo la cena (Mc 6, 41), raccogliendo gli avanzi (Gv 6, 12), comprando alimenti (Gv 4, 8).

Nel Vangelo di Marco, la parola “servire” non significa svolgere lavori domestici, ma annunciare il Vangelo. Parlando della sua missione in questo mondo, Gesù disse che non era venuto “per essere servito, ma per servire e dare la propria vita” (Mc 10, 44).

Ossia, servire, in linguaggio evangelico, significa dare la vita per i fratelli, compiendo una missione evangelizzatrice. Questa, dice Gesù, è la missione di tutti i discepoli (Lc 12, 35-48; 17, 7-10). Anche la perfezione cristiana si ottiene con il servizio (Mt 25, 44).

In altre parole, se queste donne “servivano” Gesù è perché in qualche modo predicavano il Vangelo, sanavano infermi, cacciavano demoni e svolgevano le stesse funzioni degli altri discepoli, non perché cucinassero o pulissero.

Infine, Marco dice che “erano salite con lui a Gerusalemme”. Cioè non erano donne del posto che alla notizia della sua morte si erano riunite spontaneamente per contemplare il macabro spettacolo, ma donne della Galilea che avevano viaggiato con Gesù e i suoi discepoli in direzione di Gerusalemme per celebrare la Pasqua. Avevano dunque fatto il lungo viaggio raccontato in Marco (10,1-11,11).

Altri nomi ma la stessa funzione

Se Gesù ebbe, durante la sua vita pubblica, oltre ai Dodici, un gruppo di donne che lo accompagnavano nei suoi viaggi e nella sua missione, perché Marco mantenne il silenzio su di loro menzionandole solo alla fine? Probabilmente perché la loro presenza nel gruppo di Gesù costituiva un fatto scandaloso per i lettori. Per questo preferì non nominarle. Il fatto però che esse fossero presenti durante la sua morte e la sua resurrezione era talmente conosciuto che Marco non poté tacerlo.

Marco non è però l’unico evangelista a parlare di loro. Anche Matteo, raccontando la morte di Gesù, aggiunge: “C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo” (Mt 27, 55-56).

Matteo, come Marco, riporta il nome di tre di loro. Cambia solo quello della terza: mentre Marco cita Salomé, Matteo parla della madre dei figli di Zebedeo (cioè la madre di Giacomo e Giovanni). Probabilmente Matteo lo fa perché non sapeva chi fosse Salomé; mentre sapeva che la madre di Giacomo e Giovanni aveva seguito Gesù; di fatto, la menziona in una scena (Mt 20, 20).

In ogni modo, ciò che ci dice di loro è la stessa cosa che ci dice Marco: che seguivano il Signore e che lo servivano.

Nonostante pregiudicasse suo marito

Anche Luca menziona donne discepole alla fine della vita di Gesù (Lc 23, 49; 23, 55). Ma questo autore ci riserva una sorpresa perché ha fatto qualcosa che nessun altro evangelista ha avuto il coraggio di fare: dice che accompagnavano Gesù “durante” la sua vita pubblica.

Infatti, in alcune occasioni in cui Gesù viaggiava per la Galilea, Luca dice: “Egli se ne andava per le città e i villaggi, predicando e annunziando la buona novella del Regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demòni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni” (Lc 8, 1-3).

Notiamo come l’evangelista ponga i Dodici e le donne allo stesso livello, considerato che unisce i due gruppi con la congiunzione ‘e’, che serve per eguagliarli. Ci dice inoltre che erano donne facoltose, considerando che aiutavano materialmente ed economicamente il movimento di Gesù con il loro denaro.

Ma soprattutto è interessante vedere i nomi che appaiono nella lista, specialmente quello di una tale Giovanna. Di lei si dice che era sposata con Cusa. Questi era niente di meno che l’amministratore di Erode Antipa, governatore di Galilea, con cui Gesù non andava affatto d’accordo. La tensione tra i due si doveva al fatto che Antipa aveva fatto decapitare Giovanni Battista, considerandolo suo nemico.

Che avrà detto Antipa scoprendo che la moglie del suo amministratore generale andava accompagnando Gesù, un maestro radicale e rivoluzionario e, per giunta, ex discepolo di Giovanni Battista? Per peggiorare le cose, in alcune occasioni Gesù criticò pubblicamente lo stesso Antipa, chiamandolo “volpe” per il suo temperamento perfido e avido (Lc 13, 31-32). Tutto ciò avrà messo in pericolo la situazione lavorativa di Cusa? Erode si sarà arrabbiato con lui e lo avrà mandato via? Non lo sappiamo. Ciò che sappiamo è che Giovanna, nonostante il fatto che seguendo Gesù potesse compromettere la carriera di suo marito, non abbandonò mai il Maestro e lo seguì fino alla fine (Lc 24, 10).

Le lezioni femminili

Il fatto che i vangeli menzionino almeno in cinque occasioni un gruppo di donne che seguivano Gesù indica, senza dubbio, che siamo di fronte a una preziosa testimonianza storica.

Manca però la risposta a una domanda: queste donne ascoltavano anche gli insegnamenti privati di Gesù o no?

Erano, anche in questo senso, allo stesso livello dei discepoli maschi?

La questione è importante perché al tempo di Gesù i giudei non permettevano che le donne studiassero la Parola di Dio. Si pensava che fossero in condizioni intellettuali in-feriori e che fosse pericoloso insegnar loro qualcosa di tanto sacro, per gli errori in cui sarebbero potute incorrere.

Sappiamo, per esempio, che i rabbini dicevano: “È meglio bruciare il Libro della Legge piuttosto che insegnarlo a una donna”. Un altro maestro giudeo, Rabí Eliezer, nel I sec. d. C. commentava : “Chi insegna a sua figlia la Bibbia le insegna oscenità”. Dicevano anche i rabbini : “Tutti i mali che esistono al mondo avvengono a causa del tempo che gli uomini perdono parlando con le donne”. Di fronte a questo clima avverso all’insegnamento alle donne, come si comportò Gesù?

I vangeli non ci dicono nulla. Tuttavia, Luca racconta che quando esse vanno alla sua tomba la mattina di Pasqua e la trovano vuota, appaiono loro due angeli dicendo: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell’uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno”. E Luca continua: “Ed esse si ricordarono delle sue parole” (Lc 24, 5-8). In questo passaggio ripete due volte la parola ‘ricordare’. Vale a dire che, secondo Luca, le donne avevano ascoltato gli insegnamenti privati che Gesù aveva impartito in Galilea in merito agli ultimi eventi della sua vita e che nei vangeli appaiono come trasmessi solo agli uomini (Lc 9, 18-27). Allo stesso modo Marco (16, 6-7) dà a intendere che esse parteciparono a queste lezioni.

Un’audacia scandalosa

Durante la sua vita, Gesù creò un nuovo tipo di discepolato itinerante. Ma il suo comportamento più innovatore e audace fu quello di aver ammesso a questo gruppo che viaggiava con lui alcune donne.

All’epoca, alle donne non si permettevano simili libertà. Non era ben visto che trattassero direttamente con uomini che non fossero della loro famiglia (Gv 4, 27). E, quando assistevano al tempio in occasione di una festa religiosa, non potevano entrare nel patio dove erano gli uomini, dovendo rimanere in un chiostro separato. E così anche quando andavano a pregare alla sinagoga.

Allontanate dai problemi sociali, escluse dalla vita pubblica, separate dai dibattiti religiosi, senza nessuna esperienza in questioni politiche, le donne erano le grandi sconfitte nella società giudaica del tempo di Gesù. Il loro ruolo era limitato alla cura della casa e dei figli. Per questo non smette di stupire l’audacia del Maestro di Nazareth.

L’atteggiamento del cuore

Già di per sé la gente criticava Gesù dicendo che era un ingordo e un ubriacone, amico di peccatori (Mt 11, 19) e di prostitute (Lc 7, 39); e lo additava come pazzo (Mc 3, 20-21) e indemoniato (Jn 8, 48). Ma vederlo anche accompagnato da un seguito di donne senza mariti, alcune delle quali erano prima indemoniate, che lo sostenevano economicamente e che viaggiavano con lui per le zone rurali della Galilea, ascoltando e apprendendo i suoi insegnamenti, deve essere stato qualcosa di scandaloso e, senza dubbio, deve aver aumentato la sfiducia nei suoi confronti.

La gente sicuramente si sarà chiesta come era possibile che un maestro famoso come lui ammettesse persone che la tradizione giudaica considerava inadatte allo studio e al servizio religioso. Ma la risposta di Gesù, accettandole nel suo gruppo, fu che tutte le persone sono adatte al servizio di Dio. Nelle mani di Gesù, nel gruppo di Gesù, nella scuola di Gesù, tutti siamo preziosi e importanti. Di più, siamo tutti necessari. Da quelle donne, che la società del tempo non prendeva in considerazione, Gesù seppe trarre enormi ricchezze scoprendo un potenziale impressionante.

Perché il nostro valore come persone non dipende dal-l’accettazione degli altri, né dal fatto che gli altri ci riconoscano o ci approvino. Dipende dalla chiamata che Gesù rivolge a ciascuno. Questo è ciò che rende una persona straordinariamente importante. Ed egli continua oggi a chiamarci per fare grandi cose. A tutti. Basta ascoltarlo e chiedergli: dove ci vuoi portare?

(articolo tratto da “Adista documenti”, n.76 del 9 ottobre 2010)

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