14 luglio 2010, Cultura

L’aspersorio e la lupara. Lo storico Isaia Sales analizza i rapporti tra Chiesa e cosche

di Luca Kocci

“Non c’è alcun dubbio: i capi e gli aderenti alle quattro criminalità italiane di tipo mafioso sono devoti e ferventi cristiani che non avvertono minimamente alcuna contraddizione tra l’essere degli assassini e credere in Dio e nella sua Chiesa”, come testimoniano anche le Bibbie, i libri religiosi, i santini e anche gli altari ritrovati nei covi dei boss di Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta e Sacra Corona Unita, che è cattolica fin nel nome. Allora ci si chiede: come è possibile? Attorno a questa domanda si è svolta la presentazione romana, lo scorso 5 luglio, del libro di Isaia Sales, I preti e i mafiosi. Storia dei rapporti tra mafia e Chiesa cattolica (Baldini Castoldi Dalai editore, pp. 368, euro 18,50) che, come scrive l’autore nell’introduzione, “vuole indagare le ragioni culturali, sociali e storiche della particolare religiosità degli esponenti della criminalità organizzata e anche la ‘mafiosità’ di alcuni uomini del clero, andando indietro nel tempo, rifacendo la storia della Chiesa meridionale e delle principali organizzazioni mafiose”.

“La religiosità popolare cattolica, di cui la cultura mafiosa è permeata – spiega Sales –, rassicura invece di inquietare, per questo i mafiosi l’hanno scelta, portando alle estreme conseguenze gli insegnamenti di una teologia comoda”. A cominciare, prosegue Sales, dalla dottrina sul peccato, “offesa a Dio, che può essere sanato con la mediazione sacramentale del prete, senza alcun risarcimento sociale. In questo modo i mafiosi evitano il senso di colpa e, di conseguenza, il pentimento”. Non a caso, continua, “l’unica teologia che parlava non solo di peccato individuale ma anche di peccato sociale e strutturale è la teologia della Liberazione, da sempre avversate dalle gerarchie ecclesiastiche cattoliche romane”.

E infatti, per duecento anni, mafia e Chiesa hanno convissuto tranquillamente e, nota Sales, “non è un caso che le quattro regioni italiane dominate dalle mafie, ovvero Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, siano anche quelle in cui la religiosità popolare è assai forte”. Allora, prosegue, mi chiedo se “le organizzazioni criminali di tipo mafioso avrebbero potuto ricoprire un ruolo plurisecolare nella storia meridionale e dell’intera nazione se, oltre alla connivenza di settori dello Stato e di parte consistente delle dirigenti locali, non avessero beneficiato del silenzio, della indifferenza, della sottovalutazione e anche del sostegno dottrinale della Chiesa che effettivamente c’è stato”. Lo stesso cardinale di Palermo Salvatore Pappalardo, spiega Sales, che per la prima volta parlò pubblicamente di “mafia” nel 1982, dopo l’attentato a Carlo Alberto Dalla Chiesa, “negli anni successivi ha avuto posizioni molto ambigue, arrivando persino a criticare gli eccessi di Falcone e del pool antimafia ai tempi del maxi-processo”. Insomma la Chiesa, nonostante le sue lodevoli eccezioni, ha scelto il silenzio, “ha scelto di non rompere il legame cultura popolare-mafia, e su questi silenzi e ambiguità, che la Chiesa non ha mai avuto nei confronti di altri nemici, dal comunismo all’ateismo, le mafie hanno vissuto e si sono radicate. Si parla tanto di omertà in Sicilia e nelle altre regioni meridionali come comportamento tipico delle popolazioni che lì vivono. Ma se non parla la Chiesa, se non espelle i mafiosi dalla sua comunità, se li ospita nelle funzioni, se affida loro l’organizzazione delle feste religiose, se non li allontana dai sacramenti come fa con i divorziati, come si può immaginare che a parlare ‘contro’ debbano essere dei normali cittadini?”.

Da tutto questo, aggiunge Sales, deriva “l’impossibilità di combattere la mafia e le altre associazioni criminali al sud se non si cambia mentalità, e la Chiesa, una delle principali agenzie educative di massa, deve ancora dare il suo fondamentale contributo”

(Articolo tratto da Adista notizie, n.59 del 17 luglio 2010)

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