28 giugno 2017, Cultura - Recensioni

Karl R.Popper lettore dei presocratici

di Matteo Sozzi

ll testo di D’Urso promuove una rivalutazione dell’attenzione di Popper per i presocratici, mostrando tutti i limiti di quelle diffuse prospettive che riconducono la considerazione popperiana degli antichi filosofi unicamente alle teorie epistemologiche: secondo queste interpretazioni egli, nel leggere tali autori, avrebbe semplicemente proiettato su di loro la concezione falsificazionista, al fine di trarne una legittimazione teorica. Dal volume emerge infatti l’interesse costante di Popper per i presocratici, una passione che, pur rimanendo sostanzialmente privata fino alla pubblicazione di Il mondo di Parmenide. Alla scoperta della filosofia presocratica (1973), fu tuttavia saldamente ancorata al suo pensiero e all’elaborazione delle sue riflessioni epistemologiche. Attraverso accurate e minuziose indagini viene così mostrata, in modo convincente, l’insostenibilità di quelle valutazioni tese a sostenere non solo una visione degli antichi pensatori viziata da un’originaria precomprensione falsificazionista, ma anche, di conseguenza, «una limitante, certamente negativa e paradossale caduta in una forma di storicismo da parte di un epistemologo dichiaratamente antistoricista» (p. 11).
Lo studio si articola in tre parti precedute da una introduzione. Le pagine introduttive si propongono di indagare le posizioni della critica. In esse emerge chiaramente la seguente tesi: tranne che per rarissime eccezioni, tra cui spicca per significatività la posizione di Giovanni Cerri, radicata e diffusa tra i commentatori è la percezione della marginalità e dell’occasionalità dell’interesse popperiano per i presocratici, benché tale attenzione abbia accompagnato l’intera produzione del filosofo, sia stata sostenuta da competenze filologiche e si sia nutrita di numerose e importanti letture critiche. Per suffragare questa valutazione, l’autore si sofferma sulle trattazioni della critica dapprima nel periodo da La società aperta e i suoi nemici (1945) fino alla polemica con Kirk, poi dal Ritorno ai presocratici (1958-1959) all’ultimo Popper, per concentrarsi infine sull’interpretazione del Parmenide di Popper offerta da Giovanni Cerri.
Dopo l’introduzione, quindi, viene preso in considerazione l’uso popperiano delle fonti, tema a cui sono dedicate le tre parti centrali dello studio: la prima si sofferma in particolare sulla lettura popperiana di Parmenide, la seconda sulla lettura degli altri presocratici e la terza sulla riflessione circa la presenza dei filosofi antichi nel pensiero di Popper. Particolarmente interessanti, a proposito delle fonti utilizzate nella ricostruzione del pensiero di Parmenide, sono le osservazioni circa l’identificazione della dea parmenidea in rapporto con le argomentazioni di Guthrie e Tarán, il riconoscimento al cosmologo Parmenide della paternità di almeno cinque scoperte empiriche e la spiegazione del proemio parmenideo attraverso un ripensamento del ruolo assunto dal tema del viaggio inteso come movimento verso la luce accompagnato dalla perdita delle certezze precedenti. Le fonti utilizzate per gli altri presocratici delineano quindi il rapporto tra Parmenide, Senofane ed Eraclito a partire dalla tematica della sfericità, valutazioni sviluppate tenendo in considerazione le analisi di Reinhard, la cui tesi circa un’influenza di Parmenide sul giovane Eraclito viene dal filosofo viennese respinta e confutata. Pregnante, inoltre, appare la rivalutazione del ruolo centrale di Senofane in riferimento alla teoria della conoscenza e all’epistemologia eleatiche, come illuminanti sono le considerazioni circa la nascita del razionalismo critico con la speculazione di Anassimandro e la decisività dell’atomismo democriteo nel percorso che porta al ribaltamento del paradigma parmenideo.
Conclude, infine, il volume un’interessante ricognizione su alcune importanti tracce di motivi presocratici nel pensiero popperiano. A tal proposito, in particolare, è preso in esame il saggio Oltre la ricerca degli invarianti (1965), dove rilevante è la presenza di Senofane e Parmenide, sebbene la prospettiva teoretica prescinda dai testi antichi. L’ultimo paragrafo riporta numerosi rinvii ai filosofi antichi a ulteriore testimonianza della loro contante presenza negli interessi popperiani.
Il lavoro è notevole per argomentazioni, richiami e riferimenti e di conseguenza si presta a una lettura appassionante riservata, però, soltanto a chi non sia digiuno di filosofia antica e di conoscenza di Popper; il merito maggiore del libro, probabilmente, sta nel colmare una lacuna negli studi sul pensatore austriaco e nel riuscire nell’intento di suggerire una generale riconsiderazione del rapporto tra il filosofo viennese e i pensatori antichi anche «nella direzione di un approfondimento del rapporto tra storiografia filosofica e filosofia nella vasta produzione dell’autore» (p. 246).

Recensione a Emanuele D’Urso, Karl R.Popper lettore dei presocratici, Roma, 2016

(http://www.recensionifilosofiche.info/2017)

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