19 maggio 2012, Cultura - In evidenza

Introduzione a “Il delitto Moro e la deriva della democrazia”

di Francesco Maria Biscione

1. Questo libro è prevalentemente dedicato alle tensioni degli anni settanta e al rapporto tra quel periodo e la più complessiva storia repubblicana.
La tesi di fondo è che la rottura di maggior rilievo nella storia del dopoguerra, specie da un punto di vista politico, sia costituita dalla crisi della solidarietà democratica, alla fine di quel decennio, e dal delitto Moro, e che proprio a seguito di quell’evento, per le modalità in cui si svolse e per i suoi esiti, la storia del paese ha assunto percorsi imprevedibili e perigliosi. Il tema ha una sua consistenza anche perché, dopo poco più di un decennio, un nuovo trauma, il crollo del comunismo in Europa, venne a sradicare consuetudini e pratiche sconvolgendo nuovamente, e anche in modo più appariscente, la nostra vita politica.
A distanza di anni, non è dunque agevole né immediato percepire quanto i cambiamenti intervenuti – cioè il nostro presente – siano dovuti all’uno o all’altro evento.
Non s’intende qui negare la rilevanza di quanto avvenne a cavallo
degli anni ottanta e novanta. La caduta del muro di Berlino (1989), la
disgregazione del blocco dell’Est e, ancor più, la dissoluzione dell’Unione
Sovietica (1991) posero fine alla guerra fredda in Europa e
nel mondo; in Italia, la cui composizione politica era particolarmente
compenetrata con la divisione del mondo in blocchi contrapposti,
quegli eventi smossero energie sino allora sopite e impressero nuovi indirizzi
all’intero quadro politico. Se le prime conseguenze furono lo
scioglimento del Partito comunista italiano e la nascita del Partito democratico
della sinistra (1990-91), l’effetto di maggior impatto fu la
liberazione del paese dall’ipoteca non scritta che voleva la sostanziale
impunità dei reati commessi dai partiti politici nell’ambito dell’attività
di amministratori della cosa pubblica. La magistratura, non più inibita
dal vincolo «di sistema» costituito da una classe politica dirigente
priva di alternativa, poté finalmente perseguire quei reati, con il risultato
di provocare in pochi mesi la crisi dei due maggiori partiti di governo,
la Democrazia cristiana e il Partito socialista; ciò aprì la strada
a un complessivo riassetto del sistema politico ed elettorale, dando vita
a quel rivolgimento talora impropriamente definito come crisi della
Prima Repubblica e/o nascita della Seconda.
La dissoluzione del blocco dell’Est e la fine dell’Urss aprirono dunque
la strada a una concatenazione di eventi la cui importanza non
può sfuggire e per questi motivi le vicende italiane del 1991-93 (l’inchiesta
di «mani pulite», la crisi del quadro politico tradizionale, la
modifica per via referendaria del sistema elettorale, la morte e la trasformazione
di tutti i partiti) sono spesso interpretate come il più recente
inizio della contemporaneità.
Ma, dal punto di vista della storia politica del paese, quegli eventi
incisero su un sistema già profondamente indebolito dalla crisi precedente,
che ne aveva abbattuto le difese esponendolo alle tempeste a venire.
La reazione degli italiani in quegli anni fu, come talora avviene
nella nostra storia, vitale e scomposta allo stesso tempo; il buono del
rinnovamento e il cattivo dell’azzardo si fusero in una nuova lega e, in
questo senso, si può dire che la crisi del 1991-1993 non sanò la precedente,
ma in certo modo a quella si aggiunse. L’approdo, infatti, non
fu unitario e non si pervenne a una comune valutazione di quel passaggio,
se non, forse, per la diffusa convergenza sul bipolarismo politico-
elettorale; ma rimasero in campo forti recriminazioni e le interpretazioni
della vita e del destino del paese ripresero rapidamente a divergere.
Non si trattò, cioè, di una transizione il cui traguardo era, almeno
nelle grandi linee, il frutto di un percorso nazionale largamente condiviso,
ma di una affannosa rincorsa che lacerò gran parte degli elementi
di stabilità e di concordia sociale. I linguaggi si moltiplicarono
non come elemento di arricchimento civile, ma in quanto portatori di
posizioni inconciliabili e conflittuali; emerse anche, per la prima volta
dal dopoguerra, un robusto movimento secessionista la cui presenza
costituisce da allora (la Lega Nord si formò nel 1989) un ulteriore ele-
mento di minaccia e di divisione. In questo quadro il rapporto tra i
cittadini e le istituzioni si è corroso e ha fortemente perso di significato,
mentre la patria ha teso a divenire terra di nessuno.
Dunque, non è più il caso di parlare di transizione, parola che il lettore
troverà nelle pagine che seguono, e che appare come il frutto di
un’interpretazione ancora troppo ottimistica. L’Italia ha intrapreso una
deriva e oggi è facile intravedere il baratro.

2. Eppure, da ben altra crisi l’Italia era uscita salda e rinnovata. La
seconda guerra mondiale, pur negli immani disastri che aveva recato
con sé, costituì l’occasione per riposizionare il paese nel nuovo assetto
mondiale e tutto il percorso italiano dal 1943 al 1948 fu scandito dal
medesimo ritmo del respiro mondiale. La sconfitta militare e la fine
dell’alleanza con la Germania, l’invasione di eserciti stranieri, la divisione
del paese, la guerra civile, le distruzioni belliche non impedirono
la rinascita e il rifiorire dell’Italia. Anzi, l’insieme delle dinamiche
interne e internazionali dettarono una strada che permise al paese un
approdo sostanzialmente unitario attorno alle nuove istituzioni della
democrazia repubblicana costruita nel quadro della geopolitica del dopoguerra.
Né la sostanziale unità conseguita dall’antifascismo fu sconvolta
dalla guerra fredda che, a partire dal 1947, divise i partiti che facevano
riferimento ai Comitati di liberazione nazionale tra maggioranza e
opposizione. Non solo la divisione tra governo e opposizione (e si trattava
di una divisione destinata a permanere) non incise sul lavoro di
stesura della Carta costituzionale, che continuò unitariamente fino alla
promulgazione, costituendo in seguito il riferimento basilare del disegno
nazionale e democratico; ma questo stesso disegno continuò a
operare tanto per la maggioranza quanto per l’opposizione che, per vocazione
e per scelta, rimasero all’interno della prospettiva che insieme
avevano concepito, evitando programmaticamente, pur in una dialettica
politica a volte molto aspra, l’occasione di ogni conflitto radicale.
A guidare quel percorso – e questa sembra essere una differenza essenziale
con la crisi degli anni novanta – fu una classe dirigente formata
dalle élites dei partiti antifascisti. Era una classe dirigente colta, estremamente
composita (proveniente da tutte le classi sociali e da tutte le
regioni), fortemente compenetrata nelle vicende internazionali, che
aveva maturato – prima e durante la guerra mondiale, negli anni della
clandestinità, dell’esilio, del carcere o semplicemente della marginalità
– un robusto disegno di ricostruzione del paese. Nella lotta contro
la dittatura, questi uomini e queste donne avevano elaborato un linguaggio
comune e avevano progressivamente dato vita a un progetto
che escludeva sia il puro e semplice ripristino del liberalismo prefascista
sia le ipotesi rivoluzionarie di stampo giacobino o sovietico. Ebbero
successo nel predisporre la casa di tutti, nella quale potessero convivere
le diverse culture e sensibilità che promanavano da una moderna
società di massa, fuori da integralismi e autoritarismi di sorta, nel
quadro della cultura e delle libertà dell’Occidente.
Non vorremmo indulgere in una lettura irenica dei nostri anni cinquanta
e sessanta: i conflitti (sociali, politici, ideologici) vi furono e furono
fortissimi e appassionati; non di meno, questa classe dirigente
andrebbe studiata anche unitariamente e non solo, come si è fatto
prevalentemente, sotto la forma della storia dei partiti politici. I partiti
svolsero un ruolo importante nel costituire le basi di massa delle diverse
opzioni politico-sociali in campo – e in questo senso furono tra i
maggiori attori dei conflitti – ma ebbero anche una funzione, forse più
rilevante, come veicolo di quel processo di nazionalizzazione delle
masse che, iniziato con il fascismo, fu da essi portato a un superiore
grado di partecipazione democratica.
In quest’ambito l’élite antifascista mantenne quelle stabili relazioni
che evitarono i valichi più perigliosi della conflittualità e, allo stesso
tempo, ebbe modo di valutare l’evoluzione della situazione internazionale,
le opportunità di crescita offerte dagli sviluppi del mercato
interno e internazionale, la modifica degli equilibri civili, politici e
morali del paese. Considerata nel suo complesso, essa fu probabilmente
la migliore classe dirigente che il paese sia mai stato in grado
di esprimere. In questo senso, può essere paragonata solo con la Destra
storica, largamente formata dagli uomini del Risorgimento, che
governò l’Italia nel primo quindicennio unitario. Ma in quel caso la
limitata base elettorale, la quasi totale assenza di un’opinione pubblica
e la mancanza di basi democratiche rendevano la gestione della cosa
pubblica abbastanza lontana dal diretto pulsare della nazione; la
classe dirigente antifascista visse invece in intima simbiosi con un
paese in rapida trasformazione.
I limiti di questa esperienza sono stati essenzialmente due. Per un
verso, la cultura democratica non penetrò per intero nel paese; la rivoluzione
antifascista trovò resistenze formidabili in cospicui ambiti territoriali
e in vasti strati sociali, mostrando come la democrazia non costituisse
la naturale vocazione di tutta l’Italia, ma solo di una gran parte
di essa (è il tema del «sommerso della Repubblica», su cui si troveranno
riferimenti nelle pagine seguenti). L’altro limite è consistito negli
equilibri dell’assetto internazionale successivi alla guerra mondiale
in relazione con la composizione politica interna del paese: il rapporto
tra l’alleanza atlantica e la questione comunista sconsigliava fortemente
un’alternanza di governo dal momento che il maggior partito
d’opposizione, il Pci, era ancora legato, pur con un vincolo in continua
ridefinizione, all’Unione Sovietica, paese leader dell’alleanza avversaria.
È difficile dire se vi sia stata una relazione tra questi due aspetti della
nostra vita civile e politica e, nel caso, quale sia stata. L’indifferenza
alla democrazia tipica del sommerso e il poco che nel Pci rimaneva di
attitudine rivoluzionaria appartenevano ad ambiti tra loro abbastanza
distanti da un punto di vista sia culturale sia politico; si ha però la sensazione
che la residuale alterità del Pci abbia costituito anche un alibi
per chi intendeva evitare il tema del compimento della democrazia.
Ciò che si può osservare è che, paradossalmente, allorché la fine della
guerra fredda e lo scioglimento del Partito comunista aprirono la strada
a una democrazia compiuta, cioè a una possibile alternanza di governo
e alla stabilizzazione del sistema democratico, più aggressive si
fecero le pulsioni del «sommerso», fino a stravolgere il quadro delle relazioni
politiche e rendere il paese ingovernabile (azzardando un po’,
potremmo dire che per la seconda volta in un secolo, dinanzi ai rischi
della democrazia, l’Italia ha scelto la reazione – il fascismo prima e il
berlusconismo poi).
Se dunque vogliamo cercare il senso del paradosso dobbiamo innanzitutto
valutare che ben più robusta era la prima anomalia (quella
del sommerso) e, secondariamente, mettere in conto l’ipotesi – inquietante
e, in fin dei conti, per il paese poco onorevole – che in Italia un
governo democratico si è realizzato solo nel periodo in cui un equilibrio
internazionale militarmente blindato ha limitato in modo sostanziale
le scelte politiche.

3. Aldo Moro – più di quanto l’opinione diffusa e anche la storiografia
siano disposte ad ammettere – fu la figura centrale della politica
italiana negli anni sessanta e settanta, nella fase, cioè, in cui quei nodi
vennero a maturazione; egli ritenne di poterli affrontare insieme.
Il maggior stratega della Dc postdegasperiana fu anche il maggior
interprete del ruolo del partito cattolico nella società italiana come elemento
di stabilità e di progresso (partito di centro che guarda a sinistra,
si diceva nella seconda metà degli anni quaranta). Né l’adesione
di Moro al disegno di Alcide De Gasperi fu un fatto ideologico o di
partito, poiché egli fu negli anni sessanta il maggior protagonista di
quella «apertura a sinistra» che doveva porre rimedio alla crisi politicoelettorale
del centrismo (guidò per l’intera legislatura 1963-1968 il governo,
verificando le potenzialità e le fragilità politiche del centrosinistra),
e nei settanta, dopo che la prospettiva del centrosinistra aveva
smesso di esercitare una funzione propulsiva, sostenne quella strategia
dell’attenzione verso il Pci che mirava ad affrontare il problema della
democrazia bloccata. Fu inoltre un interprete consapevole della politica
estera dell’Italia, che era l’elaborazione, largamente condivisa nel
Parlamento, della situazione internazionale scaturita dal dopoguerra.
Ma Moro fu anche altro e di più. In lui è spiccata una visione complessiva
del paese: i dati economici, sociali, politici, internazionali contribuiscono
– ciascuno per suo conto, ma anche complessivamente –
a definire lo scenario nazionale, ed è questo scenario che sembra dare
significato alle maggiori scelte politiche; egli seppe mantenere saldamente
nella sua visione i parametri che consentivano di valutare rischi
e potenzialità delle alternative che a mano a mano si proponevano, e,
più che in altri esponenti politici della stessa generazione, nella sua
opera si rinviene la consapevolezza del difficile travaglio della nascita
della Repubblica e dei suoi sviluppi. Manca ancora un complessivo lavoro
biografico che aiuti a cogliere le relazioni tra i vari giudizi rinvenibili
nella sua opera e le scelte politiche che ne discendevano; però si
può affermare che l’intera sua traiettoria si sia posta all’interno del progetto
costituzionale repubblicano; anzi, che quel progetto abbia trovato
in Moro il suo interprete maggiore. In questo senso, i giudizi rinvenibili
nei suoi scritti e nei suoi discorsi sul ruolo della destra come avversario
interno dell’assetto democratico (dove il riferimento non riguardava
solo o tanto il partito neofascista), le valutazioni sul movi-
mento del Sessantotto come nuovo e problematico percorso civile, la
percezione di un’incipiente crisi di regime (con la conseguente necessità
di ricomporre il quadro politico sulla base delle nuove condizioni
e del progetto costituzionale repubblicano) indicano una tensione mai
sopita e un’attenzione lucida e costante al rapporto tra la storia (cioè
la concreta e libera evoluzione del paese) e la democrazia (cioè le forme
più adatte a favorire, contenere e normare quegli sviluppi).
Ora, la considerazione che proprio dall’interno della Democrazia
cristiana (e non, eventualmente, dal Partito comunista o da altri) venne
la maggior consapevolezza e il maggior coraggio intellettuale e politico
per affrontare complessivamente questi frangenti è da collegarsi
anche con l’osservazione che proprio in quel partito si verificò il conflitto
più aspro e dirimente su quei terreni. Ma ciò induce a valutare
anche che il comune sentire che era stato alla base del percorso originario
(cioè dai Comitati di liberazione nazionale alla Costituzione)
fosse ancora operante, forse non con la medesima intensità ma comunque
tale da ispirare l’iniziativa di un leader dell’autorevolezza e del
carisma di Moro di tentare di ricomporre un quadro che già manifestava
vistosi segni di deterioramento.
In questo senso, l’ultima operazione politica di Moro appare radicata
nell’intero suo percorso politico e biografico. Essa partiva dalla valutazione
che l’insieme degli equilibri politici e sociali non consentisse
più un’evoluzione lineare e che fossero necessari elementi di discontinuità
per rendere possibile lo sviluppo del paese. Il problema era disarticolare
quella sorta di reciproco assedio tra Dc e Pci scaturito dalle
elezioni del 1976 (ma già in nuce, per la crisi socialista che aveva fatto
emergere il tema della democrazia bloccata, alla fine degli anni sessanta)
e ridislocare le forze per permettere una ripresa di un percorso
democratico unitario. Questo percorso appariva tanto più urgente in
quanto il paese mostrava segni di morbosità potenzialmente distruttivi,
in primis la violenza politica e la questione morale, entrambe manifestazioni
della disgregazione dell’orizzonte civile e morale.
Nella prospettiva elaborata da Moro, si trattava di fare perno sulla
politica di solidarietà per trasformare la collaborazione «di maggioranza
» in un sistema di alternanza al governo delle maggiori forze politiche.
In favore di quel progetto – fondato su un’elevata consapevolezza
dei termini della questione, ma anche permeato dal disincanto di chi
sa che in politica la ragione può molto ma non tutto – giocavano alcuni
elementi quali la buona tenuta della maggioranza e una visibile
efficacia delle iniziative riformatrici varate dal governo di solidarietà;
inoltre esso poteva contare su una certa duttilità del Pci, che si muoveva
su una prospettiva convergente avendo il massimo interesse alla
realizzazione del disegno. Contro di esso militavano alcuni settori della
Dc (il cui elettorato era più a destra della Direzione che, con Benigno
Zaccagnini, aveva vinto l’ultimo congresso), varie forze internazionali
(a Ovest, ma anche a Est), settori della pubblica opinione (anche
di sinistra, come mostrava il movimento del ’77, epigono corrotto
del ’68). Il tutto in un quadro di relazioni e di motivazioni che non
è stato ancora del tutto ricostruito.
Moro espresse più volte la consapevolezza che il passaggio che intendeva
proporre era necessario perché la crisi di sistema cui l’Italia si
stava avviando non permetteva di attendere a lungo; secondo Moro,
senza quel passaggio il sistema era destinato a disgregarsi e le ragioni
che lo tenevano unito a dissolversi. In questo senso, noi posteri non
possiamo che dargli ragione: la crisi che egli avvertì – relativa alla tenuta
complessiva del paese, al senso della nazione, alla corruzione, alla
declinante autorità dello Stato – è la stessa crisi che, aggravata dal
tempo e dalla modestia degli esecutivi recenti, ancor oggi ci travaglia.
Quello di Moro fu dunque l’ultimo grande tentativo di dispiegare un
disegno egemonico, cioè di direzione intellettuale e morale, per permettere
al paese di evolvere verso quello che avrebbe potuto essere il
suo destino naturale.

4. Non s’intende dire che il tentativo di Moro, se non fosse stato annichilito
dall’iniziativa terroristica, avrebbe avuto un sicuro successo.
Ma se quella linea fosse stata battuta sul terreno della lotta politica e
parlamentare, sarebbe comunque rimasta come un patrimonio collettivo
sul quale costruire rinnovate strategie. Viceversa, l’effetto del gesto
criminale (e non sapremmo dire fino a che punto questo effetto
fosse insperato o imprevisto) fu di confondere le acque provenienti da
più rivi. L’iniziativa brigatista spense l’elaborazione e la riflessione, fece
scomparire il tema della crisi politica sotto il peso di una drammatica
emergenza «militare» e diede addirittura l’impressione che le Brigate
rosse potessero essere un soggetto politico e non, al più, un ele-
mento di disturbo e di provocazione, la materia bruta della crisi. In
questo modo si dispersero i sostenitori e i possibili alleati del progetto
moroteo, mentre gli avversari di quel progetto poterono operare politicamente
dietro il paravento della lotta al terrorismo.
In ballo vi era l’assetto politico che il paese avrebbe assunto per
l’intera fase a venire, ragion per cui la vicenda costituì lo snodo di formidabili
tensioni, interne e internazionali, per le quali non abbiamo
ancora a disposizione tutte le chiavi interpretative necessarie. Per di
più vi sono, tra i giocatori occulti, forze ancora in grado di presidiare
fonti documentarie e forse anche canali di comunicazione1, con la
conseguenza che né le indagini giudiziarie né le inchieste giornalistiche
sono finora pervenute a una ricostruzione convincente della vicenda
nel suo insieme né a un approdo storiografico almeno relativamente
stabile.
Non di meno, per richiamare solo alcune delle recenti pubblicazioni
degne di nota, gli studi sulla scuola di lingue Hypérion e sul Noto
servizio tendono ad allargare l’inchiesta ormai pluridecennale su quel
nodo, mentre uno studio francese ci aiuta a far luce sugli equivoci e le
incomprensioni che divisero, talora con gravi conseguenze politiche e
culturali, l’Italia e la Francia nel periodo della lotta al terrorismo2.
Ma è soprattutto da un altro versante che ci sembra pervenire l’esigenza
di ricomporre il delitto Moro anche al di là di una linea investigativa
di genere, per così dire, poliziesco (che mantiene comunque una
sua rigorosa e imprescindibile ragion d’essere). Nella misura in cui la
storiografia sta nuovamente assumendo la centralità della figura di
Moro nella storia della Repubblica (vi erano già stati, nei primi anni
ottanta, tentativi in questa direzione, ma non ebbero in seguito grandi
sviluppi), riproponendo altresì la sua robusta e fondata interpreta-
zione del percorso repubblicano, resta poco spazio per considerazioni
che tendano a trasformare in episodio minore o accidentale il suo
destino personale.
Certo, è accaduto anche a figure come Lincoln e Trockij di essere
assassinati da modesti killer di cui conosciamo i nomi solo perché legati
alla fine di un gigante. Ma a parte il fatto che anche in quei casi
ad armare le mani degli assassini furono grandi movimenti storici
quali il rancore degli stati del Sud sconfitti nella guerra civile americana
e lo stalinismo, vi è una differenza sostanziale tra quelle vicende
e la nostra: Lincoln e Trockij avevano già combattuto le loro battaglie
decisive e, vincitore il primo e il secondo in esilio, le loro vite erano
le personificazioni di percorsi ormai agli atti della storia; viceversa, la
battaglia impegnata da Moro era appena iniziata, le mosse fondamentali
in corso di svolgimento e l’esito imprevedibile. Ciò rese la simulazione
più attenta e la vicenda particolarmente torbida e confusa; e
ciò rende anche la sua ricostruzione più difficile, ma non per questo
impossibile.

5. Ciò che possiamo dare per certo è che con la morte di Moro tutto
il quadro politico italiano subì una trasformazione radicale. Se fu
una considerazione abbastanza diffusa che la morte di Moro segnava
la fine della politica di solidarietà, più rappresentativo dell’incidenza
dirimente – staremmo per dire apocalittica – del delitto Moro sulla democrazia
italiana fu il commento di un anziano storico liberale, Arturo
Carlo Jemolo: «Quando rievoco i molti che divisero con me le grandi
speranze del 1945 e degli anni immediatamente seguenti, penso che
sono stati amati da Dio quelli che hanno chiuso gli occhi in tempo per
non vedere l’Italia del 1978».
Di quella vicenda rimangono il dolore per un’umiliazione dello Stato
e del paese e un senso di vergogna per una violazione dell’agorà dove
gli uomini stabiliscono liberamente del proprio destino. Da allora,
quell’agorà è cambiata definitivamente e attendiamo ancora che la politica,
nel suo insieme, torni a parlare il linguaggio della verità; ma per
questo sarà necessaria una nuova fase di sviluppo politico e civile che
oggi si può solo intravedere.
Senza Moro – la sua tenacia, la lungimiranza, l’autorevolezza, la
prudenza – l’esperienza della solidarietà divenne un guscio vuoto e fu
archiviata nel giro di alcuni mesi e, da allora, il fallimento della strategia
della solidarietà e l’annichilimento del progetto moroteo si sono ripercossi
nella successiva vicenda italiana in modo stabile e permanente.
Da quel momento non vi è stata più classe dirigente in grado di assumere
il tema della complessità italiana come orizzonte dell’azione
politica.
Il fallimento della politica di solidarietà riproponeva, per reazione,
irrimediabili linee di divisione interna del paese nel senso che sia la Dc
del preambolo (XIV Congresso, febbraio 1980) sia l’auge del craxismo
rinverdivano e aggravavano la convenzione ad excludendum verso il Pci
– con un esito, come abbiamo detto, paradossale, trattandosi di un
partito indebolito dal punto di vista politico ed elettorale, che dal
1981 aveva liquidato gli speciali legami politici ed economici con
l’Unione Sovietica. L’agonia del Pci, ora senza più prospettiva politica,
spegneva anche l’unica esperienza di protestantesimo di massa dell’Italia
moderna (era questa, credo, la vera alterità del Pci), mentre, parallelamente,
la blindatura dell’alleanza tra Dc e Psi sfigurava il progetto
costituzionale sottraendogli quell’energia interna che era stata fonte
della sua vitalità.
Ai primi novanta, quando, in seguito alla disgregazione sovietica,
quel blocco politico implose, la fine della Democrazia cristiana liberò
il vaso di Pandora di tutte le arretratezze italiane. La sinistra si rese conto
allora di avere, almeno in parte, sottovalutato la funzione democratica
svolta dalla Dc, che aveva contenuto in sé – mediando politicamente
con essa – quell’immensa area a-partecipativa che aveva subito
la Costituzione senza intimamente accoglierla, refrattaria e sostanzialmente
indifferente alla democrazia. Senza la Dc, quel voto (della cui
valenza Moro aveva mostrato compiuta e solitaria consapevolezza) si
trovò di nuovo sul mercato politico e fu prontamente intercettato dal
movimento politico fondato e guidato da Silvio Berlusconi, che vinse
le elezioni del 1994.
È vero che era stato acquisito il bipolarismo, cioè, almeno in apparenza,
la condizione stabile di una democrazia dell’alternanza, ma il bipolarismo
di marca berlusconiana (al quale il centrosinistra, cioè la tradizione
antifascista, non riuscì a opporre un disegno alternativo) riproponeva
con forza e addirittura rendeva permanente quella linea di divisione:
esso non dava luogo a una competizione tra eguali in un ambito
istituzionale ed etico condiviso, ma a un conflitto aspro, irresolubile
e senza esclusione di colpi, tra forze nemiche reciprocamente delegittimanti,
con divergenti orientamenti lato sensu costituzionali, con
la conseguenza di uno sfregio permanente e progressivo al sistema democratico.
La solipsistica traiettoria del centrodestra, peraltro legato a
un’anomala sovraesposizione della sua leadership carismatica, se da un
lato creava una situazione di sostanziale ingovernabilità del paese, suscitava
altresì un crescente allarme in Europa, e più in generale nell’Occidente,
per una deriva – politica, istituzionale, ma, forse, soprattutto
morale – di un paese che, in una condizione di gravi tensioni
economiche, avrebbe potuto contribuire allo smottamento complessivo
dell’intero quadro politico-istituzionale europeo.

6. Nel momento in cui la stessa crisi del berlusconismo rende evidente
il baratro cui ha condotto la deriva politica e morale del paese,
qui non s’intende solo riproporre una tesi storiografica, peraltro non
nuovissima (il primo a formularla fu Franco De Felice, nel 1996), già
esposta da chi scrive e presente, con alcune varianti, nella discussione
tra gli studiosi. Vi è anche un’altra esigenza che anima questo libro
anch’essa collegata con la storiografia intesa però come fatto civile
e morale.
La deriva della democrazia non si manifesta infatti solo sul terreno
politico ma anche negli atteggiamenti spirituali; anzi, si può dire che
le manifestazioni politiche della crisi sono anche conseguenza di uno
sguardo e di una sensibilità che mutano, considerando oggi accettabile
ciò che avrebbero in altro tempo rifiutato (e viceversa), ed è talora
difficile valutare se il fatto spirituale – o, se si vuole, morale – segua o
preceda il fatto politico.
Ora, tra le vittime più illustri della deriva della democrazia vi è lo
stesso senso della storia che aveva animato la cultura nella fase construens
della Repubblica. Intendo dire che fino agli anni settanta dello
scorso secolo, in qualsiasi forza o area politica si militasse o cui si facesse
riferimento (i partiti erano la via pressoché esclusiva, o per lo meno
la principale, per la partecipazione politica), ciascuno era consapevole
di come la storia del proprio movimento fosse intrecciata con la
storia del paese e con le vicende delle altre formazioni e tendenze, e
che, benché si potesse provenire da tradizioni e culture diverse, unico
era il terreno d’incontro e di confronto. I tratti particolari di ciascuna
«subcultura» trovavano momenti di mediazione nell’università, nella
stampa, nella politica stessa e in quegli intellettuali liberi, presenti dappertutto,
che facilitavano le convergenze. Questo universo, a sua volta,
costituiva la proiezione e la rappresentazione di un mondo reale le
cui ramificazioni politiche, sociali e ideali attraversavano la società in
ogni ganglio, a cominciare dalle grandi organizzazioni di massa politiche
e sindacali, con infinite modulazioni e sfumature e con una crescente
possibilità d’incontro, di articolazione e di scambio.
A distanza di una generazione tutto ciò si è dissolto e oggi l’agire sociale
è immerso in un eterno presente nel quale i rimandi al collettivo
e al paese appaiono spesso insignificanti e retorici. Il riferimento alla
storia non pertiene più ai temi fondamentali del paese e appare spesso
privo di sostanziali ricadute civili; esso rientra prevalentemente nell’ambito
delle conversazioni erudite, risultando, pertanto, inessenziale
e superfluo. Vi sono state alcune reazioni significative a questa condi-
zione e, tra queste, le iniziative dispiegate dai Presidenti della Repubblica
Carlo Azeglio Ciampi e, soprattutto, Giorgio Napolitano, le quali,
operando opportunamente in controtendenza su un atteggiamento
diffuso, hanno mostrato fino a qual punto fosse giunto l’allarme per
uno smarrimento delle radici che investe la stessa tenuta della democrazia.
Anche l’eclissi della storia è da collegare con il tema centrale di questo
libro in quanto la rottura del progetto repubblicano-costituzionale,
con la fine della politica di solidarietà, tendeva a disgregare le forme
ideologico-politiche che avevano tenuto insieme la nazione. Non
casualmente, proprio dagli anni ottanta il patriottismo – cioè il rapporto
che la nazione stabilisce con il proprio passato e con il proprio
futuro – è iniziato a scomparire dall’orizzonte civile del paese
Il tema è di grande rilievo e ha una serie di connessioni e conseguenze
sulle quali non è il caso di dilungarsi qui e che rimandiamo
ad altra sede. Diremo solo che l’intero percorso che ha portato alla
costruzione della Repubblica, a partire all’incirca dalla metà degli anni
venti dello scorso secolo, partiva da una discussione (Gobetti, Croce,
Gramsci, De Ruggiero e vari altri) sul rapporto tra la disastrosa fine
del liberalismo in Italia e un’eredità, ricca e contraddittoria, derivante
dal complesso intreccio, all’origine della modernità, tra Riforma,
Rinascimento e Controriforma. Fu questa discussione che permise
di ricercare le forme e i modi per l’affermazione della democrazia
italiana e, nel dopoguerra, i suoi sviluppi – cui concorsero molti
intellettuali, anche cattolici – corroborarono e precisarono il nostro
percorso democratico.
Ma, a loro volta, le radici di questa discussione erano in alcune figure
del moto risorgimentale (in particolare Silvio e Bertrando Spa-
venta e Francesco De Sanctis) che avevano riletto e fatto proprio un
complesso percorso – da Machiavelli a Vico a Cuoco – che costituisce
un modo specifico e originale della modernità italiana nonché uno dei
nostri maggiori contributi alla cultura dell’Occidente.
La dissoluzione di questo insieme di riferimenti – anche nell’accademia,
ma soprattutto nelle concrete e vive relazioni della vita nazionale
e nel divorzio tra politica e riflessione storica – è essa stessa portato
della crisi della nazione, come se questa crisi abbia anche alimentato
un pensiero coerente con la fase storica che attraversiamo: una
mentalità diffusa, un atteggiamento spirituale, uno Zeitgeist acritici e
di rinuncia.
Insomma, una buona parte delle difficoltà che incontriamo a collocare
storicamente la vicenda politica e personale di Moro è nel fatto
che la strategia della solidarietà era fondata su una prospettiva storica
e civile che uscì distrutta dall’esperienza drammatica dei cinquantacinque
giorni. La conseguenza è che lo studioso – e con lui l’intera società
– si trova dinanzi all’alternativa se prendere in considerazione
l’evento con la logica che era stata alla base del percorso della solidarietà
oppure con la logica del «dopo», che ne provocò la dissoluzione.
Credo che oggi il problema possa essere posto in questi termini. Se
l’orizzonte politico dell’Italia è nel rinnovamento nell’Europa, il paese
non potrà parteciparvi senza riassumere e ripensare, in una visione
unitaria, il nesso tra nazione e democrazia; il problema sembra cioè
quello di ricomporre una classe dirigente in grado di collegare il complessivo
tema dell’Italia con la prospettiva europea. Su questa traiettoria
e da qualunque punto di vista si intendano affrontare questi temi,
le questioni poste dalla politica di solidarietà e dalla sua drammatica
caduta appaiono ineludibili.

(Il testo costituisce l’introduzione al libro “Il delitto Moro e la deriva della democrazia” (Ediesse, 2012), che ripubblichiamo senza il breve paragrafo conclusivo e senza le note al testo)

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