3 giugno 2010, Cultura - In evidenza

Intorno alla “Marcia dei diritti”

di Giovanna Montella

Premessa

Mai titolo fu così adatto a rappresentare il processo sempre troppo lento dell’affermazione dei diritti all’interno della società. Il tema dei diritti è il luogo della dialettica tra potere e popolo: i metodi di acquisizione e conservazione del potere in contrapposizione a come da questo difenderci.

Molteplici possono essere i punti di osservazione dai quali partire: dalla parte del principe, come fece il Machiavelli, o dalla parte del popolo, come fece Rousseau? Dalla parte dello Stato come potere o dalla parte del popolo come potere? Dal punto di vista di chi presume di parlare in nome dello Stato per l’interesse nazionale o dalla parte di chi si erge a difensore della massa concepita come nazione oppressa o classe sfruttata? Dalla parte dello Stato o dell’antistato?

In altre parole siamo di fronte all’antica dialettica obbedienza vs resistenza.

Soprattutto siamo nel campo della questione del fondamento del diritto così magistralmente espresso nelle parole di Norberto Bobbio nella sua opera, L’età dei diritti,  espressamente dedicata a questo tema: “Il problema di un fondamento del diritto si prospetta diversamente secondo che si tratti di cercare il fondamento di un diritto che si ha o di un diritto che si vorrebbe avere”.

Le tappe più importanti della “marcia dei diritti”

Lo sguardo si volge indietro nel tempo, al “Serment du Jeu de paume” del 20 giugno 1789, il giuramento di Versailles con il quale i rappresentanti del Terzo stato decisero  di non separarsi più e di riunirsi ovunque le circostanze lo richiedessero fino alla costruzione di una Costituzione “posta su salde fondamenta”.

Da quel momento solenne nacque la Déclaration des Droits de l’Homme et du Citoyen, il testo giuridico fondamentale per la difesa dei diritti di libertà, il cui caposaldo è rappresentato dall’articolo 16  che enunciò precisamente quali fossero gli elementi senza i quali non potesse esistere la “Costituzione”, vale a dire la separazione dei poteri  e la tutela dei diritti, o meglio, la subordinazione del potere al diritto.

A questo momento risale la prima generazione dei diritti umani, la generazione dei diritti civili e politici. Tali diritti nascono dalla necessità di rivendicare una serie di libertà fino ad allora precluse ad una parte della popolazione. Tra questi il diritto alla vita e all’integrità fisica, il diritto alla manifestazione del pensiero, alla professione religiosa, alla libertà di associazione e di partecipazione alla vita politica nonché all’elettorato passivo e attivo.

Sono questi i primari diritti di partecipazione alla vita sociale che si incentrano sulla partecipazione politica per cui si parla di diritti  a matrice liberale.

Successivamente, attraverso la Dichiarazione universale del 1948 anche i diritti di natura economica, sociale e culturale quali ad esempio, il diritto all’istruzione, al lavoro, alla casa, alla salute.

Al centro del disegno, dunque, il miglioramento delle condizioni di vita del cittadino attraverso l’effettivo esercizio di questi diritti.

In questo senso si parla di diritti di matrice socialista, contrapponendoli a quelli di matrice liberale della prima generazione.

Se è vero infatti che i diritti di prima generazione sono importantissimi, è anche vero che per l’affermazione dei diritti di seconda generazione è di primaria importanza il raggiungimento delle condizioni minime di sopravvivenza uguali per tutti, al fine di costruire la base comune per rendere effettivo l’ esercizio delle libertà fondamentali tra le quali annoveriamo oggi i diritti fondamentali sociali.

I diritti cosiddetti di terza generazione sono invece a carattere collettivo; ciò significa che i destinatari degli stessi non sono i singoli individui, bensì i popoli.

Si parla in tal senso, di diritto all’autodeterminazione dei popoli, che si configura non solo come diritto alla pace e allo sviluppo, ma, anche diritto all’equilibrio ecologico, al controllo delle risorse nazionali, alla difesa ambientale.

Sono anche diritti di tipo solidaristico: ciò significa porre l’accento sulle reciproche responsabilità, in particolare in relazione a quei popoli che versino in situazioni di difficoltà.  Sono ancora troppi i Paesi in condizioni di povertà tali da non poter assicurare il cibo,  l’acqua e le cure sanitarie di base a tutti gli abitanti. Di fronte a tali situazioni di gravissimo disagio dovrebbe scattare, il dovere di solidarietà dei Paesi più ricchi e non solo per riscattare il senso di colpa legato allo sfruttamento durante l’epoca  coloniale, ma anche nella consapevolezza che le diseguaglianze sono la conseguenza di meccanismi legati a perverse economie di mercato che si ergono a sistema “unico” di regolazione dei rapporti.

Questo è stato il motore della necessità di tutelare anche i popoli, intesi come gruppi di individui, cui vanno riconosciuti dei diritti collettivi al fine di creare le condizioni per la realizzazione dei diritti fondamentali tra i quali trovano finalmente posto anche quelli che tutelano categorie di individui, ritenute particolarmente deboli ed esposte a pericoli di violazioni dei loro diritti.

Inoltre, si è recentemente affacciata alla ribalta la cosiddetta quarta generazione di diritti,  la cui elaborazione è ancora “in cammino” .

Sono questi i diritti legati alla scoperta di nuove tecnologie ed alle conseguenze  che tale nuova dimensione comporta.

Non si tratta solamente del problema relativo alle  delle manipolazioni genetiche, alla bioetica, ma anche alle nuove tecniche di comunicazione, di acquisizione, trattamento e diffusione delle informazioni che hanno fatto sì che si venissero a configurare categorie di diritti rispetto ai quali il cammino degli ordinamenti giuridici è ancora ben lontano dall’essersi compiuto.

Il quadro dell’evoluzione generazionale dei diritti appare dunque strettamente collegato innanzi tutto al principio di eguaglianza, che ne rappresenta “il  primo motore” si auspica non immobile, e al conseguente  processo di affermazione dei diritti di libertà sulla scena internazionale.

La necessità di sempre maggiori operazioni di collaborazione tra gli Stati attraverso accordi internazionali e dialogo tra le giurisprudenze rendono evidente, e sempre con maggiore intensità,  che il riconoscimento e la tutela dei diritti fondamentali della persona non debbano essere esclusivamente “materia interna” di ogni singolo ordinamento.

(Articolo pubblicato nel catalogo “La marcia dei diritti” – Evento organizzato da Anna Fraioli e Fabio Bucca, Sapienza Università di Roma, 12-20 maggio 2010)

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