27 dicembre 2012, Cultura - Recensioni

Incontri d’amore

di Bia Sarasini

Era già un azzardo, quando nel 1983 Julia Kristeva scriveva nel suo Storie d’amore che «essere una psicoanalista significa sapere che tutte le storie finiscono per parlare d’amore». Un azzardo e un’apertura, per chi trovava troppo chiuso in sé stesso – quasi auto-celebrativo – il mondo della psicoanalisi, allora ancora centrale nella costruzione dell’auto-rappresentazione dell’io occidentale. Apertura – nel fin troppo asettico, depurato spazio del setting tra paziente e analista – all’irruzione dell’esperienza. Interiore e non. L’esperienza che di relazione si tratta, tra l’uno e l’altro, l’altra, e il sé stesso, nella ricerca di un orizzonte, di un senso, di uno spazio che accolga i frantumi sofferenti in cui capita che il soggetto si divida e si perda. Uno spazio di incontro. Tra sé e l’altro, gli altri. Nell’amore.

Ho trovato commovente in quella prima lettura, e anche oggi, l’intreccio su cui è fondato il libro: tra le grandi costruzioni del discorso amoroso, che segnano l’Occidente, e le singole storie di alcuni/e pazienti. Un intreccio che comincia dal “disagio della cura” del padre fondatore, Freud: «Al paese dell’amore – scrive Jiulia Kristeva – Freud arriva presso Narciso, dopo aver attraversato il territorio dissociato dell’isteria». Insomma l’amore è la cura, o è la malattia da cui ci si deve curare? Se l’odio ne è una parte essenziale, se cioè l’esperienza del negativo, del non amore, fa parte dell’amore, come se ne esce? Se l’innamorato è in fondo uno che per qualche – sempre troppo breve – istante, cade nella beata felicità del sentimento oceanico, cioè in quella fusione da cui occorre fuggire, per essere/diventare una persona, di quale amore parliamo? E chi è Narciso, il ragazzo il cui dramma è di non sapere amare, di avere esperienza solo del vuoto, di non sapere come, dove incontrare l’altro?

Alla fine di una ricostruzione formidabile delle grandi narrazioni e figure d’amore, dai Greci al Cantico dei cantici, dal Don Giovanni a Romeo e Giulietta, da San Bernardo a Baudelaire, Julia Kristeva, a proposito dell’analista e delle storie dei suoi pazienti, scrive: «Nella misura in cui l’analista non fa soltanto apparire delle verità ma cerca di rimediare ai dolori di…, egli ha il dovere di aiutarli a costruire uno spazio proprio. Aiutarli a non tollerare di essere nella loro vita delle semplici comparse, o esplosioni di corpi frammentati trascinati dal flusso del loro piacere. Aiutarli, perciò, a dirsi e a scriversi entro spazi instabili, aperti, indicibili».

Non era un impegno da poco, mi sembrò allora, quanto a conclusione di un viaggio in cui è il transfert a essere in gioco. Il transfert, la speciale forma della relazione tra paziente e analista –insieme naturalmente al controtransfert, nella direzione inversa. Imitazione della realtà delle relazioni d’amore, a scopo di cura, o perché tutti gli amori sono sempre proiezioni, sono sempre dei transfert? Cioè proiezioni, sogni, illusioni, che poco o nulla hanno a che fare con la vita? O meglio perché nessuno può mai veramente incontrare l’altro? E l’amore vero, allora? Un impegno che, concludeva Kristeva, fonda le sue risorse nell’immaginario, vero antidoto alla crisi del soggetto: «L’immaginario riesce là dove il narcisista si svuota e il paranoico fallisce».

Ho usato fin qui il tempo passato perché ho tra le mani la nuova edizione di questo libro di trent’anni fa. Una ristampa voluta dall’editore italiano di Kristeva, Donzelli, per la quale l’autrice ha scritto una nuova introduzione, che già dal titolo segnala un cambiamento: Corpus Mysticum. Il richiamo, diretto, è a Kant, all’idea balenata nella Critica della ragion pura, dell’unione degli esseri ragionevoli con sé stessi come con la libertà di ogni altro. Come non ricordare il severo giudizio di Freud sul misticismo, riproduzione del sentimento oceanico?

È sempre lei, Julia Kristeva, a ricordare che nel frattempo ha dedicato anni a santa Teresa d’Avila, che considera un’altra tappa del viaggio d’amore, di un amore che non si accontenta mai «di rimanere fermo». Sono cambiati gli orizzonti: l’incapacità di amare viene oggi diagnosticata come il legame che può trascinare al fondo l’analizzante e l’analista. Un’incapacità che un eccesso di macchinismo del mondo relazionale, esalta, soprattutto quando è iper-connesso «a forza di chat, di sms, e altri simili tweet, sopprimendo l’esperienza interiore in cui nasce e muore quell’estremo fanatismo nel quale il me e il te si ricreano in amore». Insomma, non è più questione di immaginario, o di onesto impegno di cura, tra analista e paziente. Si tratta di amore assoluto. Julia Kristeva è molto esplicita, nell’affrontare il tema mistico, il fascino che esercita sulla contemporaneità, sull’assenza che segnala. L’assenza di un discorso d’amore moderno. «Non sarà che il nuovo “corpus mysticum” sta prendendo forma?». Questa la domanda che conclude la spiazzante introduzione.

C’è un nesso, mi pare, da indagare. Se Narciso, era/è il soggetto – maschile, o maschilizzato – che vive del vuoto della propria incapacità, non bisognerà ripensare la posizione del materno, rielaborare l’esteriorizzazione del corpo isterico? Insomma, di quale sesso è – o diventa, o immaginiamo che sia – il corpus che tutto contiene?

Julia Kristeva, Storie d’amore Con un’introduzione dell’autrice all’edizione italiana 2012. Traduzione di Mario Spinella,Donzelli, Roma 2012 354 pagine 32 euro

(“Leggendaria”, n.96 novembre 2012)

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