8 ottobre 2010, Cultura - Recensioni

In su la vetta l’homo è religiosus

di Enzo Bianchi

In ogni tempo e in tutte le tradizioni culturali, religiose e spirituali, la «montagna» – a prescindere dalla sua altezza effettiva -ha costituito un rimando simbolico alla dimensione del sacro. E non potrebbe essere altrimenti, se si considera che il rilievo montuoso mette in connessione fisica e visiva i due elementi sacrali per eccellenza: la terra – la grande madre, il grembo fecondo di vita e di frutti – e il cielo, quella volta abitata dagli astri che comunica all’essere umano la percezione della trascendenza e dell’immortalità. Né si possono dimenticare gli elementi che favoriscono la simbolica dell’accostarsi alla montagna come cammino di ascesa interiore e di ricerca di sé: si pensi alla contrapposizione tra l’orizzontale della pianura e il verticale del monte, oppure all’alternarsi di salite e discese, o ancora allo sforzo («ascesi») necessario per l’ascesa e alla preparazione che obbliga al caricarsi del solo necessario; anche l’affinarsi dell’aria, il rarefarsi della vegetazione, il semplificarsi dei colori, l’alternarsi delle condizioni meteorologiche contribuiscono a un analogo cammino interiore di purificazione. Inoltre, le montagne ispirano per la forma stessa di paesaggio che determinano, una sensazione di timore, una percezione del «numinoso» che sembra abitarle: non è un caso se molte culture di tipo tradizionale le hanno sempre ritenute dimora di dèi e demoni, quindi luoghi da temere e venerare. Non sorprende allora che anche le tradizioni spirituali parlino di «vette della conoscenza» o che momenti chiave della rivelazione e del rapporto con il sacro e il santo siano avvenuti «sul monte»: la sua forza simbolica è tale che anche umili colline sono chiamate «montagne» nel momento in cui divengono luogo dell’incontro con una realtà più grande e più profonda dell’uomo. Negli ultimi decenni non sono mancati studi e riflessioni sulle varie dimensioni del sacro, e anche in Italia il legame tra montagna e sacralità è stato oggetto di particolari attenzioni: si pensi, per esempio, al Convegno internazionale svoltosi nel 2004 in diversi luoghi del Piemonte e ai relativi Atti, curati da A. Barbero e S. Piano, su “Religioni e Sacri Monti”. Ora, su iniziativa del Forte di Bard e pubblicato da Jaca Book, “Montagna Sacra” appare un progetto dagli orizzonti ancora più vasti: un esame approfondito del rapporto tra «L’homo religiosus e il simbolo della Montagna Sacra», come recita l’ottimo saggio introduttivo del curatore Julien Ries. Testi di sapiente densità e fotografie di affascinante grandiosità ci accompagnano nei diversi continenti e nella varietà di religioni e culture alla scoperta non solo del concetto di «montagna sacra» ma, per così dire, del «vissuto» di questo rapporto tra l’uomo e il simbolo per eccellenza di rapporto con il divino. Partendo, in modo abbastanza inusuale, dal monte Bego nelle Alpi meridionali – considerato già nel IV millennio a. C. sede di divinità – siamo condotti in Mesopotamia e in Egitto, ci muoviamo dal Tibet e la Cina all’Iran, dall’Olimpo dei greci ai monti più «familiari» alla tradizione ebraico- cristiana – l’Ararat, il Sinai e gli altri monti dell’Antico e del Nuovo Testamento – fino ai monti resi sacri dalla tradizione cristiana, tanto bizantina quanto latina, per poi spiccare il balzo al di là dell’Oceano Atlantico e ritrovarci al cuore delle culture mesoamericana e andina. Così i luoghi e le epoche esaminati dagli autori, tutti di prestigio internazionale, ci rivelano profonde sintonie proprio al cuore di appartenenze a identità religiose e culturali diversissime. Tali elementi costituiscono una sorta di filo rosso che collega montagne lontane e tradizioni remote, rendendole vicine e contemporanee: la valorizzazione di antri e grotte, la costruzione di templi e memoriali, la pratica di pellegrinaggi e riti ricorrenti paiono costituire una sorta di linguaggio universale che l’essere umano non ha mai cessato di conoscere, di praticare e di arricchire. E in questo senso le immagini sono a volte ancora più eloquenti delle parole: di fronte all’incanto di certi paesaggi o all’imponenza di monti e vette si fatica a discernere di primo acchito a quale tradizione religiosa o spirituale appartengano, anche perché non sono rari i casi di luoghi che nel corso dei secoli hanno assunto valenza simbolica per fedi via via diverse. Forse l’opera avrebbe tratto ulteriore giovamento dalla presenza di un saggio conclusivo, capace di azzardare una lettura interpretativa delle convergenze: anche la già citata introduzione di Ries, infatti, ha un andamento più analitico che sintetico. Ma probabilmente l’impresa si sarebbe rivelata altrettanto ardua che l’impervia ascesa su quelle sommità avvolte dal divino che non cessano di affascinare l’uomo di tutte le epoche e di tutte le latitudini.

(articolo tratto da “Tuttolibri” de “La Stampa”, n.1734 del 2 ottobre 2010, p.VI)

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