29 maggio 2015, Cultura - Recensioni

Il viaggio di Domenico Quirico alle origine del Grande Califfato

di Francesca Caferri

Il giorno in cui il progetto del Grande Califfato si palesò per la prima volta agli occhi di Domenico Quirico, poco lontano infuriava la battaglia: «Cristiano, tu non sai niente, il vero cambiamento è nelle mani di Dio – gli disse Abu Omar, l’emiro che lo teneva prigioniero in Siria – con l’aiuto di Dio noi spazzeremo via Bashar e uccideremo tutti gli alawiti, anche le donne e i bambini. Costruiremo, grazie a Dio Grande Misericordioso, il califfato di Siria. Poi sarà la volta degli altri capi traditori, in Giordania in Egitto in Arabia. Alla fine il Grande Califfato rinascerà, da al-Andalus fino all’Asia».

A quasi due anni da quelle giornate, parole che avrebbero potuto apparire visionarie paiono solidamente ancorate alla realtà: i compagni degli estremisti siriani che per cinque mesi tennero prigioniero Quirico hanno allargato il loro dominio, arrivando a conquistare mezzo Iraq e a minacciare la stessa capitale Bagdad.

Alle loro gesta si richiamano lupi solitari come i fratelli Khouaci, autori della strage a Charlie Hebdo, e Man Haron Monis, che ha tenuto l’Australia con il fiato sospeso minacciando la strage in una cioccolateria di Sidney. Al loro capo, Abu Bakr al Baghdadi, giurano fedeltà i mujahiddin di mezzo mondo, dai Boko Haram in Nigeria ai guerriglieri che stanno frantumando la già fragile Libia alla Tunisia.

Ne Il Grande Califfato Domenico Quirico ci guida dentro il “cuore di tenebra” di questa realtà che in pochi mesi ha spazzato via ogni residuo equilibrio mediorientale. Lo fa muovendosi sullo sfondo della geopolitica, ma dando al Califfato e ai suoi adepti un nome, un volto e delle ragioni: come quelle di Ayyub, ex combattente idealista che voleva cacciare Bashar al Assad ed è morto da islamista nelle fila dell’Is.

Lo fa tornando nei luoghi dove tutto ha avuto inizio molti anni fa, la Cecenia e l’Algeria, e raggiungendo i nuovi confini dove la nuova realtà si sta imponendo, come la Nigeria a nord del decimo parallelo. E lo fa dando un nome e un volto anche alle vittime: fra tutti, i bambini cristiani di Erbil, che nei loro pochi anni di vita hanno già imparato cosa è la morte.

Ne esce un quadro completo, con un unico difetto: quello dell’ineluttabilità. Ci sono, nelle terre del Califfato, tante persone che a rischio di tutto a questo disegno si oppongono. Sarebbe stato bello ascoltare anche la loro voce.

(“La Repubblica”, 7 aprile 2015)

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