25 marzo 2011, Cultura

Il sipario del Cortile dei Gentili si apre a Parigi, la Ville Lumière. Sul grado zero dell’umanesimo la proposta del Dio «ignoto»

di Pierangelo Sequeri

Il sipario del Cortile dei Gentili  si apre a Parigi, la Ville Lumière. Nel Medioevo, Parigi fu centro secolare della cristianità occidentale, ambizione suprema di tutti i chierici – ossia di tutti gli intellettuali – del tempo delle cattedrali. Nella Modernità, divenne – in una notte – l’epicentro sismico della laicità europea: banco di prova per una nuova divisione dei beni fra Cesare e Dio.
All’indomani della rivoluzione, mentre chierici e pensatori cercavano di riprendersi dal terremoto, era toccato a François-René de Chateaubriand, principe delle lettere e teologo amateur, ricordare un’ultima volta che il Lumen Christi aveva acceso affetti ed effetti di un umanesimo che si poteva (si doveva) custodire insieme.
Era l’ultima chiamata per l’appello – rivolto agli ecclesiastici, non meno che ai laici – a non dissipare senza rimedio l’eredità di una storia incredibile e secolare, che il Genio del cristianesimo e i Lumi della ragione avevano vissuto insieme. Troppo umane passioni, da entrambi i lati, ci misero del loro. Una nuova storia della libertà dei moderni, del resto, doveva incominciare. E per quanto ferita, incominciò.
Per essere storicamente città della ragione illuminata, nell’immaginario turistico collettivo la Ville Lumière è la città dello spirito romantico, per antonomasia. Curiosa com’è, la combinazione è quasi una condensazione dell’inconscio, un riflesso – per quanto impalpabile e vago – di un genius loci.
Logos e Stile.
Puntiglio sottile del pensiero e incanto creativo della parola hanno avuto qui le loro più incredibili avventure, le loro più appassionate lotte con l’Angelo. Nella filosofia e nella musica, nella teologia e nella mistica, nella spiritualità e nella politica. Parigi, nell’era della cristianità, come nell’era della laicità, è stata il luogo delle nostre contraddizioni migliori. Aiuterà?
Di certo, i giochi seri che incominciano ora, con l’avventura dell’Atrio dei Gentili, di azzardi ne contengono. È una svolta per soli intellettuali della Sorbona, o deve accendere tracce luminose fra il popolo dei vicoli e dei Passages?
È un cristianesimo che cerca il consenso degli umanesimi migliori, o anche lo porta? Si misura sull’inaudito o rimodella il già conosciuto? Parla del Dio ‘ignoto’ fra interlocutori fin troppo ben conosciuti, o parla del Dio ‘rivelato’ con interlocutori che gli erano sino ad ora estranei? Tensioni che devono essere dipanate, naturalmente, più che scelte alternative. Del resto, l’Atrio è nato proprio per questo. Mettendo a fuoco le contraddizioni generate dalla storia, che ora la Chiesa vuole affrontare direttamente, il Papa Benedetto XVI ne aveva condensato gli effetti in una sorta di enigma. «Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di ‘cortile dei gentili’ dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero». Dunque, uomini e donne ai quali «Dio è sconosciuto e che, tuttavia, non vorrebbero rimanere semplicemente senza Dio». La Chiesa pensa che questa enigmatica figura dello spirito abiti ormai la moltitudine, e non semplicemente un’élite. E si fa avanti. Chiede, e offre, condivisione di logos e stile. Niente di più, niente di meno. Proprio sul nudo mistero di Dio, ora. Al grado zero del nudo umanesimo, sul quale ci stiamo giocando l’ultima partita: dopo il tramonto del tempo delle cattedrali, dopo il tramonto dell’era delle rivoluzioni. Niente di più, niente di meno. Parigi vale la prima mossa.

© Copyright Avvenire, 25 marzo 2011

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