22 aprile 2012, Cultura

Il nero assoluto, fantasma dell’anima

di Claudio Magris

Esistono i colori, cosa sono, quali sono le loro relazioni reciproche? Se lo sono chiesti da sempre pittori, scienziati, filosofi e poeti, da Aristotele a Kant, da Goethe a Wittgenstein a Kandinsky. Qual è il colore delle cose, per citare il libro di Luisa Bertolini, quello che vediamo nel fulgore del mezzogiorno o quello che vediamo nell’ombra della sera? Certo, il colore è nel cervello, è la traduzione che il cervello fa di determinate onde elettromagnetiche che arrivano alla sua corteccia e non esiste senza l’occhio, così come, diceva Galileo, senza le orecchie non ci sarebbero suoni ma solo spostamenti d’aria.

Eppure i colori dicono la vita; il blu di Kandinsky è la profondità e nella tradizione, ricorda Manlio Brusatin, le virtù del pensiero stanno tra l’azzurro e il turchino. Life in Blu, dice il titolo di un affascinante libro di Gérard Georges Lemaire, scrittore e saggista poliedrico per il quale il colore è una chiave essenziale per entrare nel mondo dell’arte (non solo figurativa), della cultura, della vita stessa. Nato a Parigi nel 1948, scrittore, storico e critico d’arte, curatore di memorabili mostre, collaboratore di vari giornali francesi e italiani, traduttore dall’inglese e dall’italiano (per esempio Burroughs, Gertrude Stein, Savinio, Ripellino, Stuparich, Voghera) direttore di collane letterarie nonché della rivista «L’Ennemi» e delle pagine culturali delle «Lettres françaises», Lemaire dirige ora un seminario all’Accademia delle Belle Arti di Brera a Milano. L’originale varietà dei suoi interessi gli ha permesso di scrivere un fondamentale volume sulla Beat Generation come di organizzare recentemente una creativa esposizione sul grande scrittore céco Karel Capek. Fra le sue opere, molte sono dedicate, in chiave diversa, alla sfinge del colore: Le Noir, Le noir absolu, Dark Black Art, Red Blood Art, L’or dans l’art contémporaine.
«Perché», gli chiedo incontrandolo a Parigi, «questa accanita passione per i colori?».

Lemaire – Forse per la loro inesauribile ricchezza di significati, che li collegano a tanti misteriosi e molteplici aspetti e sentimenti della vita, anche contraddittori. Non ci sono soltanto le infinite sfumature di ogni colore, ma anche i loro diversi, spesso pure antitetici significati. Il rosso carminio, vermiglio, bordeaux, pompeiano, sangue; i tanti blu di cui abbiamo parlato qualche anno fa sul «Corriere» a proposito del romanzo Il colore della paura di Gérard Roero di Cortanze, in cui la ricerca dell’indaco assoluto diviene un’ossessione mortale e delittuosa. Il rosso che significa violenza e sessualità ed è la lanterna delle case chiuse come l’abito dei diavoli, può essere – associato all’azzurro – pure la veste della Vergine. A Bisanzio i Blu erano ortodossi, i Verdi monofisiti. Il lutto è nero in Occidente e bianco in Oriente. Per non parlare delle sfumature dei colori terziari, situati fra un colore fondamentale e un altro, con tutte le ambiguità e le incertezze della vita. I Greci, ad esempio, usavano la stessa parola per indicare il nero e il blu… Ma anche tu, nel tuo Stadelmann scrivi di capelli neri, così neri da sembrare blu… Non sei meno affascinato di me dai colori.

Magris – Sì, quel dramma sulla vecchiaia e sull’insufficienza della vita è nato in parte dalla Teoria dei colori di Goethe, dai suoi esperimenti sugli effetti di rifrazione, sui giochi di luci e ombre, sull’accostamento di colori diversi. Esperimenti che Paolo Bozzi, parecchi anni fa, aveva rifatto e ripetuto per integrare un mio corso su Goethe all’Università di Trieste. Colori della vita che si accendono e si spengono… Ma, a proposito del nero, un tuo saggio si intitola Il nero assoluto. Cosa intendi?

Lemaire – Il nero assoluto, propriamente, non esiste. Se l’ho scelto quale titolo per una mostra che ho curato in Francia, è per sottolineare alcuni esperimenti radicali volti a fare della monocromia l’orizzonte della pittura di avanguardia. Il primo a dipingere nero su fondo nero è stato Rodtchenko, ma ci sono artisti contemporanei che fanno di questo nero – di cui ho scritto la storia – il loro punto di partenza: dopo i grandi americani – Frank Stella, Ad Reinhardt – sono oggi gli italiani a muoversi in questa direzione: Scanavino, Mariani, D’Oora, Arrighi, Podestà. Quel nero è una frontiera che cercano di oltrepassare.

Magris – Già in passato, credo; penso ad esempio al Ritratto virile di Franz Hals, all’Èrmitaz di San Pietroburgo, tutto giocato sulle sfumature del nero. Si può vedere il nero? Sant’Agostino credeva che ciò significasse non vedere, ma Alberto Maria Wirth, riprendendo Mach e altri scienziati, ricorda come in determinate condizioni sperimentali si possa vedere, in una stanza perfettamente buia, «un flash nero», affrontando così il problema del «vedere più nero del nero», specie nel caso di certe inibizioni a livello retinico. Hai scritto su Kafka, e su Praga, la mitica Praga degli anni Venti. Non saprei dire perché, ma nel fascino di Praga c’è qualcosa di tenebroso, associato al colore nero…

Lemaire – La Praga nera – descritta con tanta intensità nel libro Praga al tempo di Kafka di Patrizia Runfola – è quella dell’alchimia, della magia (il «triangolo magico» ricordato da Ripellino), dei rovesci tragici della storia, ma anche dei luoghi (il vecchio ghetto prima della sua distruzione) e di figure emblematiche come quella dell’eterno viandante. È la Praga «sotterranea» che Meyrink descrive nel Golem e Paul Leppin nella Discesa di Severin nelle tenebre. In generale, esiste una mistica del nero, da Gregorio di Nissa, Padre della Chiesa del IV secolo, alla notte oscura di Teresa d’Avila e Giovanni della Croce. Portata all’estremo, la ricerca religiosa perviene alla rivelazione della luce soltanto attraverso l’oscurità più totale. Per parafrasarti, una ricerca «alla cieca»…

Magris – Nel tuo libro più recente, Les Préraphaélites entre le ciel et l’enfer, scrivi che i preraffaelliti hanno unito il rispetto amoroso e preciso per la natura con una soggettività esacerbata, che la reinventa proprio mediante il colore. Sottolinei sempre l’importanza del colore in letteratura…

Lemaire – Un’importanza centrale. Non solo nella descrizione, ma anche e ancor più nella tecnica, nella simbologia, nell’intreccio. Ad esempio il Cavaliere Nero e la Dama Bianca nei romanzi cavallereschi, cui corrispondono alcune chiavi cromatiche della teologia e la sofisticata geometria figurale dell’araldica; l’immaginario popolo sotterraneo (i Macromicri) nel romanzo utopico di Casanova Isocameron, gerarchizzati secondo le tinte della pelle; le celebri vocali colorate di Rimbaud, le novelle di Rémy de Gourmont il cui intreccio scaturisce, per ognuna, da un colore. In Proust il colore diventa spesso un Leitmotiv: ad esempio l’oro, indizio di una bellezza indicibile che può sorgere nelle circostanze più triviali. Bergotte, dinanzi alla Veduta di Delft di Vermeer, vede il pezzo di muro giallo e capisce, troppo tardi, che la sua opera romanzesca avrebbe potuto essere portata a compimento in quel modo. Gli esempi sono senza fine, nelle opere più diverse. In Verde acqua di Marisa Madieri un colore diviene la musica lieve e continua del racconto. Nelle Lezioni di tenebra di Patrizia Runfola, che tu hai introdotto, il rosso di Velazquez, in una pagina possente, rimette in questione la vita passata della narratrice (o meglio del narratore); diviene per così dire il vestito, l’epifania della sua anima…

Magris – Sì, ricordo bene quella pagina così forte, così intensa…

Lemaire – Sarebbe possibile, anzi necessario, scrivere una storia dei colori nell’arte e nella letteratura occidentale…

(www.corriere.it, sez.cultura, 30 marzo 2012)

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