26 ottobre 2014, Cultura - In evidenza - Recensioni

Il lungo e misterioso viaggio nel cuore di tenebra di Friedrich Nietzsche

di Andrea Bajani

Un saggio di Maurizio Ferraris sugli “spettri” che si sono addensati nel tempo intorno al grande filosofo, dalle prime interpretazioni fino alla mistificazione nazista.

Il 12 febbraio 1888, in una lettera a Reinhart von Seydlitz, Friedrich Nietzsche scrive: «Sono diventato una specie di caverna – qualcosa di nascosto, che non si riuscirebbe più a trovare, anche se lo si andasse a cercare». Siamo all’inizio di un anno che passerà alla storia per il soggiorno torinese del grande filosofo, soggiorno che a sua volta entrerà piuttosto nel folklore, grazie all’episodio del cavallo abbracciato da un Nietzsche già in preda alla follia.

Maurizio Ferraris, che al pensatore di Così parlò Zarathustra dedica ora un libro importante intitolato Spettri di Nietzsche, mette in dubbio la veridicità dell’estasi equina: «Il 3 gennaio 1889 si dice che abbia abbracciato un cavallo frustato dal vetturino, ma ci sono buoni motivi per ritenere che si tratti di una leggenda».

Tuttavia, lungi dall’essere lo smascheramento di storie posticce, il libro di Ferraris è un viaggio nel cuore di tenebra dell’enigma e dello scandalo nietzschiano. Nella lettera a von Seydlitz del febbraio 1888 Nietzsche si dichiara “nascosto”, introvabile per chiunque. Sembra la lettera mai spedita da Kurtz, protagonista del romanzo di Joseph Conrad e altro pazzo, genio, mostro, o stregone venuto alla luce una decina d’anni più tardi. Ferraris lo sa bene e suggerisce un parallelismo che fa di questo libro una specie di fascinosa discesa al centro della terra: «Risaliamo la sua vita come un fiume. Io sono Marlow, il testimone secondario. Lui è Kurtz».

Il fiume al cui fondo sta nascosto Nietzsche/ Kurtz non ha acqua e spazio, ma giorni e tempo. È nella casa torinese in cui venne scritto Ecce homo che Maurizio Ferraris entra annualmente per compilare la dichiarazione dei redditi: «In quella casa c’è lo studio del mio commercialista, e pago le tasse nella stanza di Zarathustra ». Sta lì, come dentro un luogo simbolico, tutto il deposito fantasmatico di travisamenti e appropriazioni indebite che il Novecento ha realizzato e che gravano come un’ipoteca mostruosa sulle opere di uno tra i pensatori più rivoluzionari di sempre.

Ferraris risale come Marlow lungo il fiume che porta a Nietzsche. Se Marlow non può che domandare (“Per favore, mi dica chi è questo Mr. Kurtz”) il filosofo torinese ha a disposizione il gran borbottio della Storia (i documenti, gli spettri, e primo tra questi la nazificazione di Nietzsche) e quella speciale mistificazione che è Ecce homo , “l’autobiografia per se stesso” di Nietzsche. Il viaggio di Ferraris parte dal Po per giungere fino a Röcken, in Sassonia, dove Nietzsche nacque, ed è contrappuntato dai suoi commenti in qualche modo narrativi di “testimone secondario”.

Ferraris ripercorre, da par suo, le tappe fondamentali del pensiero e della ricezione nietzschiana, dalla volontà di potenza all’eterno ritorno. Ciò che resta, però, è soprattutto questa discesa fino a incontrare una sorta di Kurtz primigenio in grado, solo, di stare davanti all’abisso o all’orrore: quell’invisibile soglia tra il pensiero più radicale e la follia della reclusione nei manicomi di Basilea e di Jena. Il “prodigio”, dice Marlow di Kurtz, ma le parole di Conrad valgono anche per il Nietzsche estremo di Ferraris: la “canaglia”, il “poveraccio”, la “voce”, l’uomo che “sarebbe stato un magnifico capo per un partito estremista”. Kurtz – e con lui, e prima di lui, Nietzsche – ha attraversato una terra selvaggia, “il mostruoso in piena libertà”. Quella terra ha insegnato loro “cose che non aveva[no] neppure immaginato prima di consultare la grande solitudine”.

(http://ilmiolibro.kataweb.it/, 1 settembre 2014)

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