23 maggio 2015, Cultura - Recensioni

Il giallo Vivaldi e le carte sparite

di Leonetta Bentivoglio

Federico Maria Sardelli ricostruisce l’avventurosa storia dei manoscritti segreti del compositore.

L’affare Vivaldi? È un gioco poliziesco, un’arca inseguita da un musicologo in veste d’Indiana Jones e un tesoro grossolanamente manipolato dall’insipienza del fascismo. Soprattutto è un viaggio plurisecolare di manoscritti lungo il quale un geniale e fertile musicista settecentesco, rimasto ignoto per uno sterminato arco di tempo, ha finito per trasformarsi in un fenomeno pop.
Si sa che il glorioso compositore veneziano Antonio Vivaldi viene oggi festeggiato e proposto in ogni salsa, in versione filologica o rock, sacrale o accelerata istericamente da gruppi barocchi alla moda. Ma in molti ignorano il destino di cui fu vittima la musica del Prete Rosso, caduta nel dimenticatoio per l’intero Ottocento.

I motivi e i percorsi di quest’enigma affiorano da un’abile inchiesta, oscillante tra Settecento e Novecento e scritta come un romanzo: L’affare Vivaldi (Sellerio, pagg. 304, euro 14), firmata dallo studioso e interprete vivaldiano Federico Maria Sardelli, direttore d’orchestra, fondatore dell’ensemble “Modo Antiquo” e responsabile del Catalogo Vivaldiano presso la Fondazione Cini di Venezia.

«Già conoscevo questa storia », riferisce il livornese Sardelli, che è anche fumettista e autore satirico. «Ma per il libro ho voluto approfondirla con indagini minuziose su cronache, corrispondenze e archivi. L’approccio saggistico avrebbe raffreddato un racconto tanto rocambolesco. Ho quindi scelto la fiction, però mettendo sempre in campo personaggi autentici e situazioni documentate».

Provando a sintetizzare, diciamo che, dopo una vita di trionfi, l’autore delle
Quattro Stagioni, schiacciato dai debiti, perisce in miseria. Mucchi di sue partiture si volatilizzano per quasi due secoli, finché un salesiano, negli anni Venti del secolo scorso, offre un misterioso lascito al direttore della Biblioteca Nazionale di Torino e all’insigne musicologo ebreo Alberto Gentili, che ha il compito di valutarli. Poiché la Biblioteca non ha i mezzi per acquisirli, interviene come sponsor l’agente di cambio Roberto Foà. Intanto, studiando i fogli, Gentili capisce che alla miracolosa collezione mancano delle parti, e le recupera risalendo alla fonte originaria della donazione, la famiglia Durazzo.

Anche questa seconda fetta di materiali viene comprata grazie al denaro di un mecenate, l’industriale Filippo Giordano. Il tutto sfocia nel fondo Foà-Giordano della Biblioteca Nazionale di Torino, primo generatore del gigantesco revival vivaldiano. L’idiozia del regime liquiderà gli artefici del progetto: fugge il professor Gentili, “epurato” dalle leggi antisemite; e scappano all’estero sia Foà che Giordano. Saranno Alfredo Casella e l’Accademia Musicale Chigiana a rivendicare la scoperta di un autore che, dagli anni Trenta in poi, non ha smesso di farsi celebrare.

Ma com’è possibile che tutto questo materiale sia rimasto inedito? «Benché le biografie del compositore tratteggino qua e là tali notizie, non c’è stato mai stato un focus sulla vicenda complessiva – spiega Sardelli -. Ho trovato fotografie, lettere, telegrammi e scambi di ogni tipo fra gli attori del plot: in tanti, durante il fascismo, s’intromisero nell’affare. Tra gli interlocutori del Ministero della Cultura ci fu pure D’Annunzio, che si dichiarò interessato agli scritti vivaldiani ». Provò ad aggiudicarsi il patrimonio anche Ezra Pound, che con la sua amante, la violinista Olga Rudge, s’impadronì delle partiture realizzando trascrizioni di cui Sardelli mostra l’insensatezza, non celando la sua antipatia per il poeta americano.

«Insopportabile fu la prepotenza con cui Pound giunse a Vivaldi – chiarisce lo studioso -. Sostenitore del regime e fiero della propria arroganza, riuscì ad accaparrarsi quella musica usando le sue amicizie con i potenti di Roma. Sulla sua attività di trascrittore musicale rilasciò interviste che mi hanno permesso di mettergli in bocca le sue stesse parole.
D’altra parte l’intero libro nasce da testimonianze concrete. Ad esempio, per far parlare i salesiani, ho saccheggiato i loro bollettini. Non più del dieci per cento di quanto ho scritto è frutto della mia fantasia».

Nei primi capitoli de L’affare Vivaldi sono riprodotti frammenti d’ingiunzioni giudiziarie a carico del compositore, assillato dai creditori. Molto presente, in questo resoconto, è la figura del fratello Francesco. La scena della sua cacciata da Venezia per aver oltraggiato un nobile è degna del Vernacoliere , il periodico per cui lo stesso Sardelli lavora: «È la prima volta che l’episodio guadagna gli onori della stampa, forse perché calarsi le braghe ed esibire il membro, come fece Francesco Vivaldi, non è il massimo dell’eleganza. Sembra inventato,
e invece è bello sapere che il documento che lo riporta si può rintracciare nella Biblioteca Marciana di Venezia».

Vivaldi, in realtà, non compare mai nel libro, che parte dalla sua morte. Il grande protagonista resta in qualche modo invisibile: «Ho fatto questa scelta – racconta Sardelli – perché su di lui c’è stata una proliferazione d’informazioni talmente immensa e deviata,
che ho preferito sottrarmi al coro. Nei molti libri e film usciti su Vivaldi, lo si deforma in prospettiva kitsch. Si è parlato fin troppo, per esempio, del suo rapporto con le donne, poiché fu insegnante di violino alla Pietà, un orfanatrofio femminile di Venezia. Si sono adombrate relazioni peccaminose con le giovani allieve e con la cantante Anna Girò, che aveva trent’anni meno di lui. Il maligno Goldoni ipotizza una relazione tra i due, ma non esiste alcuna prova. All’epoca i sacerdoti erano controllatissimi dall’Inquisizione, eppure il nome di Vivaldi non c’è mai nell’enorme quantità di cronache su arresti e processi».

Sul perché oggi la musica vivaldiana abbia conquistato un plauso tanto clamoroso l’autore non ha dubbi: «Merito della linea melodica limpida, che entra subito in testa e nel cuore, come accade ascoltando Mozart. Attrae intensamente dal primo impatto. Il che non vuol dire che sia superficiale: Vivaldi possiede profondità abissali, in particolare nella musica sacra. Vorrei che fosse liberato sia dalla maniera tardoromantica d’interpretarlo sia dagli eccessi del nostro tempo. E al di là della melassa di gossip in cui è stato immerso, spetta alle sue opere parlarci di lui».

(“La Repubblica”, 16 aprile 2015)

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