10 ottobre 2010, Cultura

Il Dio di Stephen Hawking

di Pedro Miguel Lamet

Lo scienziato più mediatico di tutti i tempi, Stephen Hawking, ha sentenziato che Dio non ha creato l’universo, assicurando in The Grand Design che il Big Bang, cioè la grande esplosione iniziale dell’universo è stata “una conseguenza inevitabile” delle leggi della fisica e che il cosmo “si è creato dal nulla”, secondo quanto è dato leggere negli estratti del libro pubblicati dal quotidiano The Times.

In questo lavoro, firmato insieme al fisico statunitense Leonard Mlodinow, egli confuta l’ipotesi di Isaac Newton, convinto del fatto che l’universo non poteva nascere dal caos a partire dalle mere leggi della natura e che pertanto doveva essere stato creato da Dio. Hawking non ritiene più possibile conciliare la causa della fede con la comprensione scientifica dell’universo.

La tesi di Hawking, uno scienziato che per il suo modo di affrontare la malattia e i suoi numerosi bestseller, come “Breve storia del tempo” (1988), viene conquistando le prime pagine dei giornali, ha suscitato, come c’era da attendersi, le più varie reazioni. Bisogna tener conto che colui che fino a poco meno di un anno fa occupava la Cattedra Lucasiana di Matematica dell’Università di Cambridge, la stessa di Newton, non nega l’esistenza di Dio, ma quella di un Dio creatore.

Il problema della relazione tra scienza e fede viene da lontano, come indicano i casi notissimi di Galileo e Darwin nei campi della Fisica e della Biologia, come pure le difficoltà di altri autori più vicini a noi, come può essere il gesuita Pierre Teilhard de Chardin. L’ateismo scientifico ha inizio soprattutto nella seconda metà del XIX secolo e oggi ci si divide tra quanti ritengono compatibili Dio e la scienza e quanti no.

In ogni caso, come ricorda il mio amico e compagno Ignacio Núñez de Castro (gesuita e docente di Biochimica e Biologia Molecolare dell’Università di Malaga, ndt), scienza e teologia seguono metodi diversi. Costituiscono due forme di pensiero che godono di piena autonomia e, utilizzando metodi distinti, non possono arrivare ad incontrarsi e a dialogare. Il metodo ipotetico-deduttivo, proprio delle scienze sperimentali, secondo Karl Popper, è molto diverso dal metodo proprio di ogni riflessione sul fenomeno religioso o sulla fede in un Dio trascendente. Quanti difendono il patto di non aggressione diranno: “si limitino gli scienziati a dar conto dei fatti, si limitino i teologi a dar conto del senso”. Vale a dire che spetterebbe alla Scienza parlare del “come” dei processi o fenomeni, soltanto in modo descrittivo, e spetterebbe alla Teologia ricercare le cause ultime o, altrimenti detto, il “perché” e il “per cosa”.

Núñez de Castro sostiene che, “in primo luogo, si debba abbandonare ogni conflitto proprio di altre epoche: né la moderna epistemologia continua a mantenere idolatrie come quella dello scientismo o falsi assoluti come il cosiddetto ateismo scientifico, né la moderna teologia, cosciente della sua debolezza come scienza storica, intende conservare posizioni che possano condurre all’errore o alla superstizione. Siamo pienamente convinti del fatto che tutte le visioni totalitarie, provengano dagli scienziati o dai credenti, manchino di plausibilità al momento attuale”.

Esiste poi il problema del linguaggio di apologeti da salotto che cercano di spiegare la fede biblica con terminologia scientifica, affermando per esempio che la teoria del big-bang può identificarsi con l’atto creatore di Dio, con il “sia la luce” del Genesi (Gn 1,3), o che la cosiddetta morte termica dell’universo può essere la manifestazione del fine escatologico in una specie di apocalissi materiale.

Núñez de Castro ritiene che la scienza possa contribuire a purificare il nostro concetto di Dio. La scienza attuale, nei suoi grandi rami della fisica e della biologia, ci offre una serie di supporti intellettuali per arricchire l’immagine di Dio, per quanto in questo dialogo con la scienza si sia consapevoli che nessun legno mondano, per quanto nobile sia, è adatto ad intagliare questo nuovo volto di Dio. Ricadrà sempre sull’essere umano il mandato biblico di non costruire immagini definitive di Dio (Dt 5,8). Ma la visione del mondo che le scienze ci offrono ci aiuterà a purificare la nostra immagine di Dio e la sua relazione con il mondo, cioè a promuovere una nuova concezione dell’azione creatrice di Dio in un universo dinamico ed evolutivo, sebbene coscienti del fatto che nessuna immagine sarà definitiva: già San Tommaso ci avvertiva che un errore riguardo alle creature può condurci ad a una falsa immagine di Dio (“nam error circa creaturas redundat in falsam de Deo sententiam”, Summa contra Gentiles, Liber 2, C 3, nº 6).

Io non concepisco un Dio fuori di me e dell’universo come se da una nube avesse deciso di creare il mondo. Einstein, per esempio, era profondamente religioso, ma non credeva in un Dio personale. Quando parla di religione si riferisce a un essere profondo e ispiratore che anima il mondo. Forse per questo Hans Küng afferma che Dio va oltre tutte le categorie del personale e dell’a-personale e che dovremmo chiamarlo transpersonale.

In poche parole, lo scienziato, come chiunque, deve sperimentare un vuoto, un mistero che è dietro tutte le cose. E per questo non c’è bisogno di ricorrere alla fisica quantistica o ai buchi neri. Un bambino che nasce supera tutte le coordinate dei suoi genitori: ha vita propria, sentimenti propri, quello che chiamiamo anima, un non so che che ci supera. Quest’anima è anche in un terremoto, che è espressione di una Terra dotata di vita propria, o nel calice di un fiore, nella complicata struttura di un insetto, nell’immensità del firmamento.

D’altra parte tutto questo lo diciamo a partire dalla nostra dimensione spazio-temporale. Quando, grazie a un risveglio interiore, ci si rende conto che si è solo la manifestazione nel tempo di un Non-Tempo, ossia dell’eternità, si comprende che Dio supera queste visioni antropomorfe del dio-architetto o del dio-orologiaio. Quando i mistici parlano del nulla, della notte o del vuoto evocano questo Essere totale in cui “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo”, al di sopra di ogni caricatura. Si va oltre la pellicola e si resta con la luce, il fuoco che c’è dietro, che abita tutto ed è prima e dopo e il presente di ogni manifestazione.

Di modo che a me sembra che il signor Hawking, riferendosi al Dio creatore, si richiami a un concetto di divinità molto infantile. In base a questo, tutto chiaro, assolutamente d’accordo. Per quanto anche così dovrebbe spiegarmi questa questione del nulla. No?

(articolo tratto da “Adista documenti”, n.76 del 9 ottobre 2010)

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