15 marzo 2010, Cultura

Il c.d. matrimonio omosessuale davanti alla consulta: due ragioni per l’infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale sollevate

di Giorgio Grasso

Tra qualche giorno, il prossimo 23 marzo, la Corte costituzionale dovrà decidere su due questioni di legittimità costituzionale, sollevate dal Tribunale di Venezia e dalla Corte d’Appello di Trento e riguardanti la compatibilità con la Costituzione della vigente disciplina codicistica, che esclude la possibilità per due persone dello stesso sesso di contrarre matrimonio.

Presso l’Università di Ferrara, il 26 di febbraio u.s., si è discusso di questo argomento, partendo da una ricca relazione introduttiva di Barbara Pezzini e dalle ordinanze di rimessione, al fine di “prevedere” l’imminente decisione della Corte, nell’ambito dei tradizionali Seminari, organizzati da un decennio presso quest’Ateneo (tutto il materiale, a cui si aggiungono anche altri due atti di promovimento, della Corte d’Appello di Firenze e del Tribunale di Ferrara, non ancora pervenuti alla cancelleria della Corte, ed i files video degli interventi sono disponibili sul sito www.amicuscuriae.it).

In particolare, chi scrive ritiene insuperabile (e irriducibile) l’esistenza dell’unione di un uomo e di una donna, nel modello di matrimonio dell’art. 29 Cost., escludendo, quindi, la possibilità di estendere l’istituto matrimoniale alle coppie same sex.

Questo per un duplice ordine di ragioni che, nello spirito più genuino del Seminario, “invitano” coerentemente la Corte a pronunciare il rigetto delle due questioni di legittimità costituzionale e nello stesso tempo ad adottare, all’interno di una dichiarazione d’infondatezza, un convinto monito al legislatore, che lo “costringa” ad approvare un’idonea regolamentazione legislativa della posizione delle coppie omosessuali e dei loro diritti di coppia.

A sostegno dell’infondatezza, si pone, in primo luogo, quanto dispone l’art. 29, c. 2, Cost., la cui funzione essenziale, davvero irrinunciabile, è quella di rimuovere, oggi come ieri, la tradizionale soggezione della donna all’uomo dentro l’alveo familiare, perché, riferendosi all’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, esso vuole difendere la posizione naturalmente e tradizionalmente più debole del rapporto, quella femminile. Tale disposizione non avrebbe senso compiuto, se non affermasse una parità e un’uguaglianza tra persone di genere diverso, così che il paradigma eterosessuale costituisce l’essenza della regola costituzionale sul matrimonio, il suo dato ontologico ineliminabile, addirittura un elemento a contenuto costituzionalmente vincolato, per riprendere il linguaggio della giurisprudenza costituzionale in tema di referendum abrogativo, in grado di resistere probabilmente anche a un eventuale procedimento di revisione costituzionale.

Ma un secondo elemento spinge verso l’infondatezza della questione di legittimità costituzionale, anche andando a contestare le modalità con cui le ordinanze di rimessione hanno costruito il parametro costituzionale, che si ritiene violato.

Il parametro, infatti, non pare sviluppato in modo esauriente, perché le ordinanze richiamano l’art. 29, l’art. 2, l’art. 3, senza tenere in alcun conto che la nozione di società naturale fondata sul matrimonio, dell’art. 29, c. 1, va considerata in un più ampio contesto costituzionale, che ne completa il senso e che comprende, oltre al comma 2 dell’art. 29, già considerato in queste note, almeno gli artt. 30 e 31, se non anche il 37, c. 1.

La svalutazione di queste disposizioni porta a separare, in modo difficilmente giustificabile, la dimensione orizzontale del matrimonio, basata sul rapporto coniugale, dalla sua dimensione verticale, basata, invece, sul rapporto di filiazione, mentre anche solo da una scorsa veloce dei diversi articoli richiamati, nel riferimento al dovere dei genitori di mantenere, istruire e educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio (art. 30, c. 1), nel richiamo alle norme e ai limiti per la ricerca della paternità (art. 30, c. 4), nella protezione della maternità (art. 31, c. 2), e infine, pur con qualche maggiore approssimazione, nella previsione di condizioni di lavoro in grado di consentire l’adempimento della essenziale funzione familiare della donna – lavoratrice – e di assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione (art. 37, c. 1), si fa davvero fatica a non riconoscere nel matrimonio una formazione sociale assolutamente “speciale”, dentro il quale vi sono necessariamente un uomo e una donna, dentro il quale la differenza di genere non discrimina, ma si completa armoniosamente.

Si potrebbe anche dire, con altri termini, che vi sono troppi “indizi” in questo senso, il più forte dei quali, collegando a tutte queste disposizioni anche l’art. 2 Cost., si riassume nel diritto fondamentale del bambino ad avere due genitori, intesi come un padre e una madre, di sesso diverso, ovviamente come aspirazione e regola tendenziale, ad eccezione delle situazioni che potremmo chiamare “patologiche” (come il decesso di uno o di entrambi i genitori o la situazione di una ragazza madre abbandonata dal padre del bambino).

L’esistenza di tale diritto fondamentale (ad una genitorialità eterosessuale) non va taciuta, innestandosi nel contesto di una riflessione sulla legittimità costituzionale del c.d. matrimonio omosessuale, insieme certo ad altri diritti fondamentali, come quelli della persona omosessuale a vedersi riconosciute forme di tutela di quel patrimonio di affetti, solidarietà, reciprocità, solidità, che caratterizza l’unione di una coppia same sex.

Ma non è l’art. 29 che può (e deve) offrire copertura costituzionale a questo rapporto, quanto l’art. 2, laddove riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità.

Questo, del resto, di tenere fermo il paradigma eterosessuale del matrimonio, negando anche la distinzione artificiale tra il rapporto di coppia e quello di filiazione, è un approdo che la Costituzione sembra imporre, senza scomodare l’etimologia della parola matrimonio, che contiene in sé l’idea di madre, e senza che serva schiacciare (e sbilanciare) l’idea di matrimonio del medesimo art. 29 sulla forza della tradizione, sul richiamo ai principi del diritto naturale, o su concezioni religiose o etico-morali, compresi il matrimonio cristiano e tutte le teorie istituzionistiche che da esso, a vario titolo, derivano.

Sembra prefigurarsi, allora, se la Corte non preferirà ricorrere ad una meno insidiosa pronuncia di inammissibilità, una decisione di rigetto, che però contenga al suo interno anche un robusto monito al legislatore; monito che, insistendo sulle fortissime e condivisibili aspettative delle coppie omosessuali a godere anch’esse dei caratteri di stabilità, certezza, reciprocità e corrispettività dei diritti e doveri che nascono solo dal vincolo matrimoniale, indirizzasse il Parlamento, senza più alibi a questo punto, ad approvare al più presto una disciplina legislativa che, senza poter estendere l’istituto del matrimonio alle coppie dello stesso sesso, assicuri però ad esse un insieme di diritti e di doveri, tarati su quelli del matrimonio, creando quindi un istituto ad hoc.

Mediante il rinvio ai caratteri irrinunciabili del matrimonio dell’art. 29 e a quel suo nucleo essenziale, che si è rapidamente descritto, la Corte, senza impingere nella discrezionalità lasciata al legislatore, dovrebbe anche, nella sua decisione, cercare di definire il perimetro essenziale di tale futura disciplina legislativa, in particolare ribadendo l’esistenza di due vincoli costituzionali che appaiono insormontabili, relativi alla possibilità che, all’interno di tale nuovo istituto, una coppia same sex possa ottenere l’adozione di un figlio o possa ricorrere a tecniche di procreazione medicalmente assistita, per avere figli.

Questo perché, non è inutile ribadirlo, rispetto al diritto fondamentale di un bambino ad avere un padre e una madre, riconoscere alla coppia omosessuale la possibilità di avere un figlio violerebbe il principio di uguaglianza formale, perché il legislatore andrebbe a disciplinare in modo uguale due situazioni radicalmente diverse, basate su un tipo di relazioni affettive non commensurabili.

(Il testo riprende l’intervento compiuto al Seminario La “società naturale” e i suoi “nemici”. Sul paradigma eterosessuale del matrimonio, Università di Ferrara, 26 febbraio 2010, i cui Atti sono in corso di pubblicazione per i tipi della Giappichelli di Torino.)

Lascia un commento

 

 

Visitatori

  • 647646 visite totali
  • 185 visite odierne
  • 2 attualmente connessi