20 settembre 2011, Cultura - Recensioni

I testi di Gramsci usati e censurati. Così Togliatti attirava gli intellettuali

Gramscidi Giovanni Belardelli

Con il titolo Operazione Gramsci, il libro di una giovane studiosa, Francesca Chiarotto (Bruno Mondadori, pp. 224, € 20), sintetizza efficacemente la strategia di egemonia culturale messa in campo dal Pci negli anni successivi alla caduta del fascismo. Protagonista assoluto di quella «operazione» fu naturalmente Palmiro Togliatti, che utilizzò appunto Gramsci – in particolare il Gramsci che nei Quaderni del carcere aveva riflettuto su momenti essenziali della storia italiana – per attribuire profonde radici nazionali a un Partito comunista italiano in realtà ancora strettamente legato all’Unione Sovietica, e favorire così le adesioni che il partito poteva ottenere nella società italiana e in particolare nel mondo della cultura.

L’operazione era stata studiata a partire almeno dal principio del 1941, quando Togliatti, allora a Mosca, aveva iniziato a occuparsi della futura pubblicazione delle “Lettere dal carcere” di Gramsci (tra l’altro, disponendo la soppressione di qualche passo giudicato non ortodosso, come le citazioni di Trotsky, Rosa Luxemburg o altri «eretici» del comunismo internazionale). Fu appunto con questo libro che nel 1947 la strategia togliattiana cominciò a trovare la sua prima attuazione.

Le “Lettere” vinsero subito il premio Viareggio, con il voto unanime della giuria che in tal modo voleva rendere omaggio a chi nel carcere fascista aveva tenuto «alta la dignità dell’uomo» ed era morto per le sue idee (come scrisse in una recensione lo stesso Benedetto Croce); ma è probabile che quella scelta volesse contemporaneamente far dimenticare i rapporti che il premio Viareggio (e, per la verità, anche qualcuno dei giurati) aveva a suo tempo intrattenuto con le autorità del regime. Il successo delle “Lettere” fece conoscere Gramsci ben oltre i confini del Pci e nel contempo diede inizio a quella costruzione del mito che doveva proseguire negli anni: basti ricordare che il critico Giacomo Debenedetti addirittura paragonò l’intensità della scrittura gramsciana a quella di Dante e di Virgilio.

Le “Lettere” e poi i Quaderni del carcere, che cominciarono a uscire dal 1948, dovevano servire ad accreditare l’immagine di Gramsci come grande intellettuale italiano oltre che teorico comunista e fondatore del partito. Particolarmente importante si sarebbe subito rivelato il volume dei “Quaderni” dedicato al Risorgimento, poiché proprio l’interpretazione gramsciana (basata su una critica a Mazzini e ai democratici per non aver saputo ottenere il consenso dei contadini) doveva alimentare una nutrita serie di studi, favorendo la formazione di un cospicuo gruppo di storici che aderivano o simpatizzavano per il Pci.

Nel determinare il successo dell’«operazione Gramsci» si rivelò essenziale la scelta togliattiana di far pubblicare le sue opere a una casa editrice come Einaudi, che non era di partito ma del Pci e della sua strategia politico-culturale condivideva i fondamenti («attraverso Gramsci molti intellettuali si avvicinano al nostro partito – scriveva Giulio Einaudi a Togliatti nel 1948 – e sovra tutto si creano delle alleanze»). Non meno importante, però, fu il fatto che quella strategia trovò la disponibilità di intellettuali di provenienza liberalsocialista o azionista, che videro in Gramsci una sorta di ponte per raggiungere i lidi comunisti. Fu questo il caso di Luigi Russo, che affermava appunto di essersi avvicinato al partito di Togliatti grazie alla lettura dei testi gramsciani. Proprio il fatto che negli anni dello stalinismo un ex discepolo di Croce come Russo potesse vedere nel Pci la realizzazione (come scrisse) di un «comunismo liberale» mostra quanto la strategia attuata da Togliatti riuscisse ad avere uno straordinario successo.

(Elzeviro tratto da www.corriere.it/cultura , 8 agosto 2011)

Lascia un commento

 

 

Visitatori

  • 647333 visite totali
  • 219 visite odierne
  • 1 attualmente connesso