4 aprile 2015, Cultura - In evidenza

I Quaderni neri di Martin Heidegger. Un antisemitismo metafisico.

di Cristiana Dobner

Martin Heidegger ha attraversato la storia del secolo scorso e il pensiero che si è articolato nei tempi bui del nazismo e della Shoah. Molto si è già scritto ma molto di più si scriverà sulla scia della sorpresa suscitata in Germania quando i Quaderni neri, pubblicati nella primavera del 2014, saranno dati tutti alle stampe e consentiranno un confronto serrato, cronologico e ideologico, relativo all’arco di tempo che coprono. Ancora inediti in Italia, si compongono di 1.200 pagine, stese dal 1931 al 1941, mentre i volumi successivi giungeranno fino al 1969.
La ricerca di Emmanuel Faye del 2005, Heidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia, aveva imposto una virata nella concezione costruita intorno al ben noto “caso Heidegger”, il Terzo Reich e sull’interrogativo relativo al suo pensiero che ritiene gli ebrei immondi. Il dibattito fra i filosofi di tutto il mondo è molto vivace, anche per la nuova prospettiva che i Quaderni neri aprono sul pensiero heideggeriano.
Donatella Di Cesare, vicepresidente della Martin Heidegger Gesellschaft, allieva di Hans-Georg Gadamer e docente di filosofia alla Sapienza di Roma, ha intrapreso un lavoro ciclopico (per l’enorme massa di documenti e libri consultati) e decisamente a tutto tondo sul filosofo tedesco di Messkirch: Heidegger e gli Ebrei. I quaderni neri (Torino, Bollati Boringhieri, 2014, pagine 360, euro 17). Di Cesare afferma che i Quaderni neri «assomigliano al diario di bordo di un naufrago che attraversa la notte del mondo, rischiarata da profondi sguardi filosofici e potenti visioni escatologiche».
Come ha proceduto la studiosa? Il punto centrale è l’Ebreo e afferma a chiare lettere «che la “questione ebraica” è una questione metafisica». Contro ogni possibile fraintendimento avverte che il tema va affrontato entro la storia dell’Essere. Quale allora il rapporto tra l’Essere e l’Ebreo? In che modo l’Ebreo minerebbe l’Essere? Appare chiaro che l’Ebreo non risulta indifferente a Heidegger ma «si è insediato per così dire nel cuore del pensiero, nel centro della questione per eccellenza della filosofia».
L’antisemitismo di Heidegger allora si dimostra metafisico e va considerato all’interno della tradizione filosofica, che può risultarne indenne o coinvolta, ed esige anche una risposta all’interrogativo sulla responsabilità della filosofia nello sterminio e una ricerca sulla fenomenologia dei campi di sterminio.
Questo saggio — imponente per la ricchezza del contesto storico e filosofico che lo sostiene, e per la chiarezza della sua andatura — non lascia fronti scoperti o il fianco aperto a critiche: si propone «di evitare di essere una ennesima storia criminale della filosofia, non intende servire nessuna causa». L’intento è quello universale di ogni filosofia che tale voglia dirsi: «Sollevare gli interrogativi filosofici, politici, teologici, in tutta la loro gravità».
Tale premessa è stata ampiamente onorata e viene a costituire un sentiero che necessariamente bisognerà percorrere, con passo lento e meditativo, nel tentativo di comprendere e di afferrare uno dei drammi personali che sconvolsero la vita di Heidegger, ed ebbero una ricaduta pesante sul pensiero e sull’esistenza del mondo europeo a lui coevo e anche odierno.
Non si può confrontarsi con la Shoah senza conoscere il suo pensiero e la sua azione, sulla cui vita grava l’ombra dei forni crematori e dell’annientamento degli Ebrei: «L’orrore che Auschwitz ha introdotto nella storia non sta solo nell’annientamento, né solo nel numero delle vittime, ma nell’offesa arrecata alla dignità della morte. L’idea che il cadavere meriti rispetto, e dunque l’idea della sepoltura, fa parte del patrimonio etico dell’umanità. L’odore nauseabondo che usciva dai camini dei forni crematori è il segno dell’oltraggio supremo che Auschwitz ha inferto alla dignità dei mortali».
Tutta la tradizione della filosofia tedesca, e anche della filosofia occidentale, va riletta da questo punto di vista che è una luce oscura per la compromissione di Heidegger con il partito nazional-socialista e il breve rettorato a Friburgo.
Di Cesare però scandaglia più a fondo: il valore di rinnovamento della filosofia heideggeriano non viene messo in dubbio, liberarsi della metafisica significava riscoprire l’Essere, ritornare ai greci, ancora prima di Socrate.
L’autrice sottolinea la continuità del pensiero filosofico tedesco con quello di Heidegger, per questo prende le mosse da un excursus su Lutero per approdare a Adolf Hitler, letto in chiave filosofica con un fondamento teologico-politico. Manca ancora una storia dell’antisemitismo nella filosofia occidentale: Kant aveva parlato di eutanasia dell’ebraismo e per lo stesso Hegel non vi era posto nella storia dell’Occidente per l’ebreo.
Nella filosofia elaborata da Heidegger si trova il termine “esserci” che sostituisce quello di soggetto nelle filosofie antecedenti e che conduce alla sostituzione dell’individuo a favore del popolo. Questo esserci non condivide con tutti gli esserci un mondo unico ma ciascun esserci si relaziona, sempre se lo si considera da un punto di vista ontologico, a più mondi diversi radicati sulla terra in cui sono nati. L’insieme di tutti gli esserci portano alla realizzazione dell’Essere.
A ben riflettere non esiste una base più esplicita per dare ragione filosofica alla disuguaglianza umana e dare adito al razzismo, in qualsiasi veste lo si voglia presentare.
Solo quattordici volte nei Quaderni neri ritorna il termine “Ebreo”, ma tale computo non è valido e sufficiente per affermare che per Martin Heidegger l’Ebreo e l’ebraismo fossero marginali. In realtà innumerevoli sono accenni agli ebrei espressi con circonlocuzioni e termini diversi. L’essenza dell’Ebreo è di essere Weltlos, privo del mondo e non appartenente al mondo. Così viene declinato il fondamento ontologico dell’antisemitismo del filosofo.
Gli ebrei perciò non appartengono a uno qualsiasi dei mondi, sono Weltlos, privi del mondo. Lo stesso Heidegger si spiega: l’elica dell’aereo è inanimata, non appartiene alla storia, quindi è Weltlos. Con riflessione trasposta: gli ebrei sono come l’elica, non appartengono alla storia e tantomeno al mondo. Neppure, e Di Cesare lo sottolinea costantemente, alla storia dell’Essere. Infatti gli ebrei vivono immersi negli “enti”, in quel mondo costituito da cose e oggetti con l’assoluta preclusione di giungere al contatto con l’Essere. Ebreo perciò equivale a impedimento alla storia dell’Essere: «sebbene sia la storia dell’Essere il paesaggio in cui l’Ebreo compare, se in quella storia non trova posto, se viene espulso dall’Essere, è perché, nella definizione dell’Ebreo, Heidegger non abbandona la metafisica. Tuttavia non fu l’ispiratore di Hitler ma cadde nella colpa di non aver compreso una realtà che si imponeva: Auschwitz è una rottura radicale nella storia».
Peraltro il filosofo non si allontanò molto dal pensiero e dall’azione concreta di Hitler. Favorendo non solo il massacro ma anche la scomparsa degli ebrei con le sue categorie di «fabbricazione di cadaveri», «dominio della tecnica» e simili non ci si può avvicinare Auschwitz e, di conseguenza, neppure comprendere il mondo.
I due principi che reggono la speculazione heideggeriana: la concezione destinale della storia e l’assunzione di un principio di comunità, aprono alla possibilità del Führerprinzip e dei legami con la terra e il sangue, consentendogli di esaltare «l’intima grandezza del nazionalsocialismo». Se filosoficamente gli ebrei sono nulla, verso questo stesso nulla vanno indirizzati.
La chiusura del saggio, in realtà un’apertura totale che delinea i parametri di fondo di altre ricerche sulla filosofia della Shoah, tira una riga netta che costringe a riflettere. E a riprendere tutta l’argomentazione svolta e dimostrata.
Di Cesare, citando Walter Benjamin, ripropone l’angelo della storia il cui sguardo è rivolto all’indietro sulle macerie, pur nell’occhio della tempesta: «La tempesta non spira dal paradiso, non lo solleva in alto. Il vento tagliente soffia gelido contro le sue ali e l’angelo resta immerso nelle brume della Foresta Nera».

(“L’Osservatore Romani”, 3 marzo 2015)

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