13 luglio 2014, Cultura - In evidenza - Recensioni

Hitler, si replica: nuovo viaggio dentro l’orrore

di Massimiliano Panarari

Lo scrittore Giuseppe Genna sulle tracce di Breivik, l’autore della strage in Norvegia che ricorda il creatore del nazismo.

Giuseppe Genna continua il suo viaggio al termine della notte. Dopo aver affrontato Hitler, lo scrittore milanese fa uscire “La vita umana sul pianeta Terra” (Strade blu Mondadori), dove ingaggia un corpo a corpo con un mostro criminale postmoderno. Anders Behring Breivik, il terrorista norvegese che il 22 luglio del 2011 si macchiò della strage di 69 giovani riuniti sull’isola di Utøya, nel lago Tyrifjorden a sud di Oslo, per una summer school del Partito laburista.

Questa nuova esplorazione dell’estremo e dell’orrore avviene mediante un «ufo letterario», un oggetto narrativo non identificato nel quale mescola auto-fiction (con l’autore che agisce dentro al suo romanzo-realtà) e non fiction. La biografia di questo figuro, squilibrato di estrema destra ma anche figlio idealtipico di un certo spirito di questi nostri tempi, diventa l’occasione per una disamina, inquieta e complicata, del capolinea a cui pare essere giunto l’Occidente.

«Ho preso le mosse da Claude Lanzmann, il realizzatore del documentario Shoah, dal teologo Emil Fackenheim e dalla sensazione che, inesorabilmente, tutto l’Occidente abbia finito per convertirsi in una vittoria postuma di Hitler» racconta Genna. «Come dimostra il caso di Breivik, nei fatti un cretino (proprio come lo fu il creatore del nazismo) che sfugge alle stesse categorie della psichiatria e produce un delirante testo di 1.500 pagine, che mi sono letto tutto, nel quale reinterpreta la storia europea secondo uno schema di stampo hitleriano. Non si tratta di un male seducente, ma di un personaggio vuoto che ci lancia una serie di interrogativi. Fa speculazione finanziaria perdendo soldi, e si sottopone a ripetuti interventi di chirurgia estetica. La sua fisiognomica cambia di continuo, dicendoci così che l’Occidente non possiede più un immaginario colletcollettivo condiviso. Ancora, avvelena le pallottole prima di spararle per conseguire implacabilmente la morte pure dei feriti. La sua è tecnica che appalesa una metafisica, esattamente come in Hitler».

È una figura che sembra partorita da un romanzo postmodernista, anche se tragicamente reale. «Il territorio spaziale e mentale in cui si muove Breivik è una sorta di western di frontiera, e per descriverlo ho fatto ricorso anche a quello che potremmo chiamare uno strano genere di noir». Ma come se ne esce? Solo con l’umanesimo, anche se bisognoso di quello che Genna definisce un «esercizio postdialettico». Nonché attraverso un evento reale, di prossima venuta, secondo l’autore di questo testo che corre a perdifiato tra pensieri e parole. Genna prova ad afferrare l’ineffabile. E alla fine profetizza un accadimento che non ha più nulla a che fare con l’Occidente conosciuto. E neppure con il pianeta Terra.

(“La Repubblica”, 6 giugno 2014)

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