6 marzo 2012, Cultura

Giulio Girardi, teologo degli esclusi, pionere del dialogo tra cristiani e marxisti

di Valerio Gigante

“Gli esclusi riprendono la parola”: questa la frase che i suoi amici hanno deciso di porre di fronte all’altare, per il funerale di Giulio Girardi, celebrato il 28 febbraio scorso nel salone della Comunità cristiana di Base di San Paolo, di fronte a circa 200 persone.

Frase significativa, dal momento che Girardi ha speso una intera vita a favore degli esclusi ed affinché gli esclusi riprendessero la parola, nella Chiesa e nella società. Ma anche perché la condizione di escluso era stata, suo malgrado, anche quella che aveva dovuto subire Girardi stesso. Tra i più grandi teologi della generazione conciliare, Girardi aveva infatti vissuto la progressiva emarginazione dal mondo accademico; la sua promettente carriera ecclesiastica era stata ostacolata e poi definitivamente compromessa alla fine degli anni ’60 (tra i suoi più forti oppositori nella Curia vaticana, il card. Giovanni Benelli, sostituto alla Segreteria di Stato); la Congregazione dei Salesiani lo aveva allontanato; la Chiesa istituzionale aveva decretato nei suoi confronti una sorta di ostracismo; la teologia ufficiale ne aveva totalmente rimosso l’originalissimo contributo. Infine, negli ultimi anni della sua vita, Girardi era stato escluso, a causa della malattia che lo affliggeva anche da ciò che più rendeva ricca e significativa la sua vita: la scrittura e la possibilità di viaggiare, specie nella “sua” America Latina.

Nonostante tutto ciò, Giulio Girardi, morto ad 86 anni il 26 febbraio scorso, per il movimento conciliare, la Chiesa di base, la Teologia della Liberazione e la Teologia indigena, per i cristiani in dialogo con il marxismo e le culture della sinistra e per la Iglesia popular è stato tra i più saldi e rigorosi punti di riferimento teorico, tra i più avanzati e coraggiosi intellettuali, tra i più coerenti (nel pensiero e nella prassi) testimoni di una scelta di classe perfettamente incarnata nell’insegnamento evangelico e completamente dedita alla causa del riscatto degli oppressi e degli sfruttati.

Speranza nel Concilio

Nato a Il Cairo, nel 1926, si trasferisce con la famiglia in Francia, e vive a Parigi fino al 1931; poi è a Beirut, frequenta la scuola italiana retta dai domenicani. In seguito alla separazione dei genitori, nel 1937, si trasferisce con la madre e la sorella Yolanda ad Alessandria d’Egitto. Due anni dopo, matura la sua vocazione e viene in Italia, dove frequenta il seminario salesiano. Nel 1950 consegue il dottorato in filosofia; poi completa gli studi di Teologia presso l’Università Gregoriana di Roma (1951-1953) e presso l’Università Salesiana di Torino (1953-1955). E proprio a Torino, il 1º gennaio del 1955, viene ordinato prete.

Già docente (dal 1948) di Storia della Filosofia e di Metafisica presso l’Università Salesiana di Torino, dal 1960 Girardi ottiene le stesse cattedre anche all’Ateneo Salesiano di Roma. Il suo nome, in ambito accademico, acquista risonanza. Per questo, durante il Concilio, viene nominato perito per le problematiche dell’ateismo contemporaneo. Importantissimo fu il suo contributo alla stesura dello Schema XIII, che diede vita alla costituzione pastorale Gaudium et Spes. Girardi in quel periodo è senza dubbio il massimo esperto mondiale delle questioni legate all’ateismo ed allo studio del marxismo in ambito cattolico. Coniuga l’attività teorica (tra il 1962 ed il 1971 coordina, tra l’altro, la stesura dell’enciclopedia internazionale in quattro volumi L’ateismo contemporaneo) con la partecipazione attiva al dialogo tra cristiani e marxisti nei consessi internazionale, ma anche dentro le realtà di base che, in Italia e all’estero, iniziavano a declinare le novità conciliari nell’impegno politico. Inizia anche un’opera di diffusione a livello europeo della nascente Teologia della Liberazione. All’interno della comunità salesiana in quegli anni Girardi è legato da rapporti di amicizia e intensa collaborazione con alcuni confratelli, tra i quali José Ramos Regidor, Bruno Bellerate (l’amico che lo assistito negli ultimi anni della sua malattia), Giancarlo Milanesi e Gerard Lutte. Insieme a loro, e ad altri, cerca di elaborare una pedagogia scientifica, moderna, dinamica; sulla scia di don Bosco, certo, ma declinata sulle esigenze dei giovani delle periferie della società postindustriale. Un gruppo dinamico che produce documenti, elabora contributi teologici, pedagogici ed ecclesiali assai originali e che contesta i paludati vertici della congregazione. Lo chiamano il “gruppo dei manco venti”, per l’esiguo numero delle firme in calce ai loro documenti. Del gruppo fa parte anche Tarcisio Bertone, che farà poi scelte assai diverse dagli altri.

Nel 1966, intanto, usciva, per i tipi della Cittadella, l’opera destinata ad influenzare in maniera decisiva generazioni di intellettuali cattolici e di credenti: era Marxismo e cristianesimo, con la prefazione del card. Franz König, allora presidente del Segretariato dei non credenti (voluto da Paolo VI nel 1965 per realizzare concretamente lo spirito della Gaudium et Spes). Girardi, per la prima volta parlava del marxismo non come nemico, ma come di una filosofia ed una prassi con la quale era possibile, anche dal punto di vista teorico, individuare affinità di prospettive rispetto al pensiero ed alla escatologia cristiana. Di più: marxismo e cristianesimo erano per Girardi riconducibili allo stesso profondo umanesimo ed allo stesso anelito di riscatto dell’umanità oppressa e di lotta contro il sistema di dominio economico e sociale. Il marxismo poteva in questa prospettiva fornire anche al cristianesimo strumenti di analisi e conoscenza della realtà. Una visione profondamente in sintonia con la parte più matura del movimento conciliare. Ma, già negli anni immediatamente successivi al Vaticano II, forti si facevano le spinte verso la conservazione e l’emarginazione delle punte più avanzate in campo teologico, ecclesiale e pastorale del movimento che aveva prodotto il Concilio.

Paura del Concilio

Nel 1966, intanto, Gerard Lutte, entrava in contatto con i baraccati della borgata di Pratorotondo, a ridosso di via dei Prati Fiscali (periferia nord-est di Roma). Un migliaio di persone, per lo più assiepate in baracche di legno e cartone, immigrate dall’Abruzzo e da altre regioni meridionali, con cui Lutte inizia a celebrare l’eucarestia domenicale, evidenziando le ragioni sociali e politiche dell’emarginazione nella quale vivevano; tra esse, anche la speculazione edilizia della stessa congregazione salesiana. Infine, Lutte sceglie di andare a vivere con loro. Girardi, con Bellerate e Milanesi, sostiene la scelta di Lutte e partecipa attivamente a quell’esperienza.

Nel 1969, i salesiani espellono Girardi dalla Pontificia Università Salesiana per “divergenze ideologiche”. Insieme a lui viene cacciato anche Lutte, che pure potrà dopo molte vicissitudini continuare la sua attività a Pratorotondo.

Girardi, invece, va ad insegnare all’Università Cattolica di Parigi ed all’Istituto Lumen Vitae di Bruxelles. Ma viene presto espulso anche da lì (da Parigi nel 1973; l’anno successivo anche dall’ateneo di Bruxelles, dove incassa però il sostegno di François Houtart, Gustavo Gutierrez e Paulo Freire che si dimettono per solidarietà).

Nel 1972, a Santiago del Cile, nascono intanto i Cristiani per il Socialismo. Girardi vi aderisce con convinzione, contribuendo a dare le basi teoriche al movimento e a favorirne la diffusione in Europa e in Italia (il primo Convegno Nazionale si tenne a Bologna, nel settembre del 1973, nei giorni del golpe cileno). Da quella stagione usciranno importanti esponenti della sinistra cristiana, come Domenico Jervolino e Giovanni Russo Spena (che diventò segretario di Democrazia Proletaria e in seguito dirigente di Rifondazione Comunista), entrambi “discepoli” di Girardi. Nel 1977 il Vaticano sospende a divinis Girardi, che continua però il suo impegno accademico, teologico ed ecclesiale. La sua attività a favore dell’America Latina gli vale la nomina, nel 1974, di membro del Tribunale Russell II sull’America Latina e, dal 1976, anche del Tribunale Permanente dei Popoli. Insegna prima Filosofia della Storia presso l’Università di Lecce (1977-1978), poi Filosofia politica in quella di Sassari, dove resterà sino al 1996. A Torino, dalla collaborazione con il sindacato unitario dei metalmeccanici (Flm), cominciata nel 1975, nasce un’importante inchiesta sulla condizione operaia: Coscienza operaia oggi (De Donato, 1980).

America latina e oltre

Nel 1979 scoppia la Rivoluzione in Nicaragua. Per la prima volta nella storia latinoamericana la Chiesa di base contribuisce in maniera determinante al movimento popolare che porta alla caduta del dittatore Somoza. Quattro sacerdoti sono designati ministri, nonostante la ferma opposizione del Vaticano. Nel 1980, Girardi visita il Nicaragua e solidarizza con la rivoluzione sandinista. Per il suo lavoro a fianco della popolazione nicaraguense e per il suo contributo teorico alla rivoluzione il Fronte Sandinista gli assegnerà l’ordine Carlos Fonseca. Dal 1986 si reca annualmente a Cuba, per collaborare con diverse istituzioni culturali ed ecumeniche. Diventa amico di Fidel Castro (nel 1998, in occasione della visita di Giovanni Paolo II a Cuba, viene invitato dal lider maximo a fare un bilancio di quella visita, assieme a Frei Betto François Houtart e Pedro Ribeiro de Oliveira: ne nascerà uno storico reportage, pubblicato su Adista e il manifesto, v. Adista n. 18/98) e sostiene con i suoi scritti e la sua testimonianza la scelta socialista dell’isola caraibica (anni dopo farà lo stesso con il movimento zapatista e con la “rivoluzione bolivariana” di Hugo Chávez). Nel 1992 aderisce all’Assemblea del Popolo di Dio, il cui scopo è affiancare alle tradizionali tematiche della liberazione, la riscoperta delle origine etniche e indigene dei popoli sudamericani. Quell’anno, fortissimo diventa il suo impegno nel denunciare i crimini della “conquista”, che nei Paesi occidentali viene spacciata come “scoperta”, del Continente Latinoamericano, di cui si celebra il 500.mo anniversario. Negli anni ‘90 più critico e problematico diventa il suo rapporto con il marxismo e il comunismo storicamente realizzato, avvicinandosi piuttosto all’ideale della nonviolenza attiva. Continua ad occuparsi delle tematiche riguardanti l’educazione popolare, la difesa degli ecosistemi e delle culture indigene, mentre agli inizi del XXI secolo inizia a seguire con grande interesse il nascente movimento altermondialista, specie attraverso i Forum mondiali e continentali. In quegli anni inizia anche una intensa collaborazione con la Comunità di San Benedetto al Porto di Genova e con il suo storico fondatore ed animatore, don Andrea Gallo.

Ratzinger e l’anti Concilio

Nel 2005, con un appassionato testo pubblicato su Adista (v. Adista n.19/05) Girardi, reduce da diversi problemi di salute, aderisce a Noi Siamo Chiesa e propone un aggiornamento delle tematiche di impegno politico ed ecclesiale da lui coltivate in tanti anni di studio e di militanza. Tra i primissimi a denunciare i pericoli insiti nel pontificato di Benedetto XVI, nel 2006, assieme ad altri 14 teologi di fama internazionale, è promotore di un “Appello alla chiarezza”, che si schiera nettamente contro la beatificazione di Karol Wojtila.

Che Guevara visto da un cristiano è stato l’ultimo suo libro, pubblicato alla fine del 2005. In esso Girardi riflette, in una prospettiva cristiana, sul significato etico della scelta rivoluzionaria del grande guerrigliero argentino. «A noi cristiani – scrive Girardi – questo militante laico offre un aiuto insperato a comprendere il significato della nostra fede nel mondo di oggi, insegnandoci, con la sua ricerca, la sua vita e la sua morte, le tremende esigenze dell’amore».

In una delle sue ultime interviste, rilasciata alla nostra agenzia (v. Adista n. 4/06), Girardi ricostruiva lucidamente la parabola della Chiesa degli ultimi decenni: «C’è stata all’interno del Concilio una duplice tendenza tra forme di pensiero profondamente diverse ed anche, in qualche modo, contrapposte. Una prima linea faceva riferimento all’ecclesiocentrismo, ed era una tendenza minoritaria che in fondo era conservatrice, e manteneva fede al modello di Chiesa costantiniana. Un’altra tendenza era invece preoccupata che il Concilio fosse una parola nuova, più avanzata e in dialogo col mondo: una corrente che definirei “antropocentrica” nel senso che non si limiterà a mettere al centro della propria riflessione l’uomo in astratto, ma quella particolare qualità di uomini che sono i poveri, quella particolare qualità dei popoli che sono i popoli oppressi. Di fronte a queste due tendenze chiaramente definite, ed essendo quella ecclesiocentrica fortemente orientata e influenzata dalla Curia romana, devo dire che rifarsi al Concilio rimane qualcosa di ambiguo, come risulta evidente dai riferimenti al Concilio fatti in questi anni da Wojtyla e Ratzinger: entrambi si richiamano a quella esperienza nella sua dimensione esclusivamente ecclesiocentrica, per ribadire la fedeltà all’ortodossia. Ma c’è chi invece si rifà al Concilio nella sua versione antropocentrica e si ritiene incoraggiato a riprodurre e anzi a prolungare e approfondire le conclusioni del Concilio. E credo che su questa linea vada collocata la Teologia della Liberazione». «Dopo il Concilio è avvenuto un forte spostamento di settori della maggioranza conciliare, che sono andati ad ingrossare le file della minoranza conservatrice, divenuta sempre più repressiva nei confronti della linea progressista».

Dopo è arrivata la malattia, che ha certamente fiaccato il corpo, lasciando Girardi in un lungo silenzio (mai interrotto nemmeno in seguito ai pressanti inviti dei suoi amici più cari), ma che non ha affatto minato la forza del suo pensiero, l’attualità del suo contributo umano, teologico e politico ancora operante nei suoi tanti scritti, nell’azione e nella testimonianza di più di 50 anni di militanza per il Regno che si realizza nel riscatto degli esclusi e degli oppressi.

(“Adista notizie”, n.9 del 2012)

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