17 febbraio 2015, Cultura - In evidenza - Recensioni

Gemelli diversi

di Massimo Cacciari

Benedetto Croce, trent’anni, intellettuale. E Giovanni Gentile, ventun anni, studente. Iniziano a scriversi nel 1896. Continuano fino al 1924. Un grande filosofo spiega cosa quel “Carteggio” finalmente pubblicato insegna sui due titani del Novecento italiano .

L’epistolario Croce-Gentile viene finalmente pubblicato riunendo le lettere di entrambi secondo la loro esatta datazione e permettendo così di “partecipare” all’intenso e spesso drammatico dialogo che dal 1896 al 1924 si svolse tra questi due protagonisti della cultura europea.

Dobbiamo quest’impresa all’editore Aragno, a Natalino Irti dell’Istituto italiano per gli studi storici e a Gennaro Sasso della Fondazione Gentile per gli studi filosofici, alle due curatrici Cinzia Cassani e Cecilia Castellani, alle famiglie e agli eredi dei due filosofi.

Il primo volume contiene le lettere tra il 1896 e il 1900. Sono quelle tra un giovane (Croce è del’66) e un giovanissimo (Gentile è del ’75); si potrebbero perciò credere lettere (tutte rigorosamente con il “lei” e, poi, il “voi”) che introducono soltanto a quella operosissima collaborazione, che farà della loro presenza un fattore decisivo (se non egemonico, come avverte Sasso nella sua Introduzione) per la cultura italiana del Novecento, e invece esse già ci portano in medias res, chiariscono motivi fondamentali di discussione e anche di aperto dissenso, rivelano i tratti di personalità ben diverse e per molti aspetti radicalmente lontane.

E soltanto la più stupida delle pedanterie accademiche può pensare che questi motivi possano far velo alla profonda stima reciproca e alla sincera amicizia.Anzi, proprio questo “accordo” tra l’amicizia, un comune sentire intorno alla esigenza inderogabile di un rinnovamento della cultura italiana e l’affiorare sempre più netto di motivi di sostanziale dissenso, rende queste lettere non solo una fonte indispensabile per lo studio della filosofia italiana, ma un’affascinante e inquietante testimonianza della vita di due spiriti liberi, profondamente radicati nella vita del proprio Paese e partecipi in pieno dei suoi drammi.

D’altra parte erano, per la ricerca di entrambi, anni decisivi. Croce scrive tra il ’95 e il 900 i cinque saggi sul materialismo storico e porta a termine l’”Estetica”; Gentile pubblica nel ’99 “La filosofia di Marx”, in cui, credo nient’affatto esagerando, Ugo Spirito vide il «germe sostanziale dell’attualismo». Dopo poco più che un decennio, con la memoria palermitana dell”11, “L’atto del pensare come atto puro”, seguita nel ’16 dalla “Teoria generale dello spirito come atto puro”, e la contemporanea conclusione della crociana “Filosofia dello Spirito”, si renderà pubblico un contrasto già tutto leggibile in questi primi anni del sodalizio. Contrasto a proposito dell’estetica.

Gentile e Croce svolgono la lezione di De Sanctis in direzioni fin dall’inizio divergenti: il primo con l’affermazione dell’assoluta indisgiungibilità di forma e contenuto (e sarà il metodo che poi egli terrà sempre, e particolarmente, in esplicita polemica con Croce, nei suoi stupendi saggi su Dante); il secondo distinguendo temi e argomenti, fatti, dalla forma in cui soltanto risiede il valore dell’opera. A proposito del rapporto tra storia e storiografia: per Gentile,a differenza che per Croce, risulta impossibile concepire la storia senza storiografia, e cioè separare il “fatto” dalla sua elaborazione e interpretazione. A proposito della pedagogia: Croce è critico nei confronti della riduzione operata da Gentile della pedagogia alla filosofia dello spirito, «all’unità dello spirito educato ed educatore». Tuttavia, a guardar bene, le differenze si riducono ad una sola, generalissima.

Fin dai suoi primi passi Gentile è filosofo rigorosamente sistematico, mosso da un anelito incrollabile alla unificazione del molteplice («intrepido unizzare» lo chiamò Gentile stesso, e Sasso lo cita); Croce mantiene intatta per tutta la vita la sua passione per quel particolare dove abita (nascondendosi?) il buon Dio, intende davvero nella sua filosofia «salvare il fenomeno», fin quasi a definirla un «nuovo positivismo»; la sua filosofia è da subito una radicale critica a ogni metafisica – e da subito, per lui, quella gentiliana ha, invece, proprio il timbro della metafisica o, “peggio”, della teologia.

Storicismi entrambi? Certo, ma Gentile parla di storia sub specie aeternitatis: la storia non è che l’attuarsi del pensiero che ponendosi nega in eterno il suo opposto inattuale, la natura, che tutto in eterno in sé conserva con eterna creazione. Questa eterna sintesi spirituale stringe in sé i millenni della storia del pensiero nell’istante della verità, che è non temporale, eterno. Sono le pagine centrali della “Logica”, e contrasto più netto con forma e contenuto della filosofia di Croce non si potrebbe immaginare.

Ma è proprio intorno al problema centrale del “Carteggio 1896-1900″, riguardante l’interpretazione del marxismo, che esso assume il suo aspetto più drammatico e di maggiore interesse. Il libro di Gentile su Marx (“La filosofia di Marx”, del 1899) è complesso e anche contraddittorio. Nella introduzione “inganna”; dà l’impressione di essere completamente d’accordo con Croce nel liquidare il significato filosofico dell’opera di Marx, parlandone come di uno «dei più sciagurati deviamenti del pensiero hegeliano», ma poi, nel serrato prosieguo dell’indagine, non solo, contra Croce, ne rivendica il carattere di «filosofia della storia», ma ne sviluppa le tesi con crescente e evidente “simpatia”. La straordinaria operazione del giovanissimo Gentile consiste in un’interpretazione rigorosamente idealistica del “materialismo” marxiano.

A lui non interessano affatto cadute tendenziali del saggio di profitto, sociologismi e economicismi. Marx è il filosofo della prassi, non della “materia”, ovvero della materia sempre creata-signata dal fare dell’uomo, del suo pensiero eternamente in atto. Ogni significato, ogni legge è determinazione dello spirito. E qui il dissidio “tra fratelli” si fa acutissimo, come sempre avviene nella vera guerra, quella civile. Gentile, pur essendo allora infinitamente più lontano di Croce dall’agone politico, concepisce l’atto del pensare come prassi trasformante; la cosa stessa non è che energia del pensare; a questa nessuna “sostanza”, nessuna “natura” va opposta. Gentile vive così la grande crisi dei fondamenti che coinvolge, a cavallo del secolo, filosofia, scienza, politica europee. Ne è consapevole e ne conosce le correnti e gli autori meno, molto meno di Croce, ma la porta dentro sé.

La dis-misura del suo idealismo è segno, sintomo e testimonianza della dis-misura dell’Epoca. E in questo contesto generale va letto anche l’Epistolario. Croce si allontana da Gentile per una differenza culturale di fondo: egli vuole conservare distinzione e misura. Come avvertisse in Gentile il futurismo imminente. L’ideale di Croce è quello goethiano condiviso da tanti grandi intellettuali europei, che vede in pericolo la libertà dello spirito nella “mobilitazione universale” che i tempi sembrano imporre.

Di questo Croce è nobilissima testimonianza il “Contributo alla critica di me stesso” del 1915. Gentile, invece, vuol far parte anima e corpo della “rivoluzione permanente” che avanza. Queste prime lettere già disegnano in nuce il destino dei due. Due facce inseparabili della tragedia d’Europa. E inseparabili anche, e forse soprattutto, per il modo in cui entrambi l’hanno affrontata. Con assoluto senso di responsabilità, “rei” fino in fondo di ciò che accadeva, per quanto diversamente possano aver pagato. Un tipo umano opposto a quello oggi dominante, quell’homo democraticus che sempre e ovunque si ritiene innocente, vittima di soprusi altrui, inesauribile domanda di diritti cui non corrisponde alcun dovere.

(“L’Espresso”, 16 gennaio 2015)

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