29 gennaio 2011, Cultura

Fuga dalla libertà. Dostoevskij, le seduzioni del grande inquisitore

di Gustavo Zagrebelsky

A giudicare non sol dalla quantità, ma anche dalla qualità delle citazioni, delle sue interpretazioni letterarie, teatrali e cinematografiche la forza attrattiva della Leggenda del Grande Inquisitore contenuta ne “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij, a distanza di quasi un secolo e mezzo non è diminuita. Anzi, è cresciuta. E la ragione determinante è la forza con a quale essa solleva dal fondo questioni che sempre si rinnovano cl volgere delle epoche e non si possono eludere. La libertà di fronte al bene e al male; libertà come benedizione o maledizione; il nichilismo e la violenza; la felicità, l’infelicità degli esseri umani, cioè la natura del loro essere; il significato della vita e del sio esito nella morte; il dolore e la redenzione dal dolore e dal peccato; la religione e l’ateismo; il Cristianesimo, nella versione cattolico-romana, e il socialismo come strumenti di controllo delle coscienza e di livellamento della società. [...] Oggi, ora che ciò che allora si annunciava è davanti ai nostri occhi, pienamente dispiegato, la voce del Grande Inquisitore può essere ascoltata diversamente, al di sopra delle interpretazioni politiche, come una previsione, una profezia di sventura, se non come un annuncio apocalittico che riguarda tutti nel tempo presente.
Qui, per iniziare, assumiamo la Leggenda come un discorso generale sul governo. Da dove nasce l’obbedienza nel cuore degli esseri umani? Il grande Inquisitore ha una risposta, ed è spaventosa, disumana o forse troppo umana: l’obbedienza nasce dall’odio della libertà. Ma questa affermazione è generica. L’odio per la libertà è una caratteristica dei regimi fondati sulla ragion di Stato e sulla verità di Stato. Nella leggenda troviamo qualcosa di molto più impressionante, cioè dell’odio per la libertà non dei governanti, ma dei governati. Ciò di cui qui si parla è la “servitù volontaria”, non la servitù imposta con la coercizione delle volontà.

“Ragion di Stato e Ragion del volgo”

Il tempo in cui si situa l’azione narrata è il secolo XVI, in cui prende forma lo Stato moderno e si svla l’esistenza di una doppia legge e di una doppia morale, una ordinaria per i comuni motali e una straordinaria che riguarda i governanti, che curano i superiori interessi dello Stato: sopravvivenza, difesa, grandezza. Questi interessi stanno nel cuore del potere e devono sottrarsi alla vista del volgo, incapace di visioni autenticamente politiche. LA loro cura è riservata agli uomini di Stato, l cui compito non è di onorare la ragione comune, ma di seguire la Ragion di Stato. Coloro che conoscono gli arcana del potere, cioè gli iniziati alle arti del governo, sono quindi autorizzati, se occorre, ad affrancarsi dalla moralità comune dell’uomo medio e a proclamare quello che, in termini moderni, si dice lo “stato d’eccezione”.
La Ragion di Stato, dunque, è risorsa di chi sta al potere, al servizio di quell’entità metafisica che è lo Stato stesso, senza il quale gli esseri umani non possono vivere. Il popolo è legato alle leggi della sua morale, adatte a guidare i rapporti sociali. Ma c’è una sfera più alta, quella in cui opera il potere dello Stato. Qui vale una morale segreta, agli occhi della gente comune incomprensibile, anzi scandalosa. Il fine della mrale comune è la società virtuosa. Il fine della morale politica è anch’esso la virtù, ma è la virtù dello stato che esige, costi quel che costi, la rovina dei nemici.
Il Grande Inquisitore è anc’egli immerso nella distinzione tra coloro che conoscono la realtà del potere e coloro che l’ignorano. Ma, per legittimare il potere dei primi e la soggezione dei secondi, non si rivolge alla Ragion di Stato. Non c’è di mezzo, tra chi dispone del potere e chi al potere è sottoposto, lo Stato, questa entità sovrumana che ha le sue leggi oggettive e le sue astratte e fredde istituzioni. Per llInquisitore tutto è molto umano. Egli ha dalla sua quella che si potrebbe dire la ragion del volgo. Non deve salvaguardare lo Stato piegando i sudditi, non è nemmeno il teorico dei poteri eccezionali. Si appella non alla natura dello Stato, ma a quella degli uomini. Il suo è un governo benigno, non contro, ma per loro. La Ragion di Stato si risolve, in ultima istanza, nel governo della violenza orientata solo allo scopo.
La ragion del volgo si risolve non nella violenza, ma nella seduzione o, per usare l’espressione famosa di Tocqueville, in un “potere tutelare, assoluto, dettagliato, regolare, previdente e mite” che elimina la violenza dal proprio orizzonte. Il grande Inquisitore è un rassicuratore che vuole essere amico di tutti. Per questo, la sua morale è una sola, quella del volgo. Tanto gli inquisitori quanto i loro sudditi vi si devono piegare. La differenza è questa: i primi sono sofferenti perché consapevoli, i secondi felici perché ignari.
I primi sono, a loro modo, dei despoti-servitori, che stanno dalla parte di un’umanità innocente che nulla conosce se non il proprio meschino benessere. Il principe rinascimentale, che incarna la ragion di Stato, vede dappertutto potenziali nemici da spegnere; l’Inquisitore di D. vede dappertutto potenziali amici da blandire e da sedurre. Terrorizzare o lusingare, nell’esercizio del governo. Questa è una differenza fondamentale!

Ragion di Fede e ragion del volgo

La leggenda non parla di un inquisitore nel senso che la parola ha assunto nella storia dell’intolleranza cristiana verso i nemici della fede. Anche a questo riguardo si deve prendere la distanza. [...] Il fine, per tutte le inquisizioni al servizio del dogma, è la sconfitta dell’eresia. E’ un fine di natura spirituale: spegnere l’idea che semina dubbi, attentando all’unità della fede. E la maggior vittoria è l’abiura che riafferma la verità.
L’Inquisitore della leggenda non ha a che fare con verità ed eresie. Egli ha a che fare con la pasta di cui è fatta l’umanità, della quale è al servizio. Il suo compito non è correggere, ma assecondare. La sua grande trovata sta in questo: il potere può essere assoluto se non si propone di cambiare, punire, frenare la natura umana, ma se la rispetta così com’è e la si lascia sfogare. E’ un potere, certamente: ma è un potere amico, dalla parte dell’uomo comune.
Gli inquisitori potevano considerarsi agenti della carità cristiana. Il loro compito era la salvezza delle anime dei deviati, qualunque cosa comportasse: violenze, torture e condanne.
L’Inquisitore della nostra leggenda, invece, rifugge da ciò. Egli conosce la natura umana e ne ha pietà. Con i suoi mezzi l’accompagna. Non vuole risvegliarla alla verità, ma addormentarla sì, prima che s’affacci alla conoscenza del bene e del male, cioè alla libertà. Ancora una volta la ragione che lo muovo è quella “del volgo”. L’Inquisitore di D. viene prima di quelli della Santa Inquisizione: questi devono reprimere, quello si preoccupa di prevenire affinché reprimere non sia poi necessario.

Le conclusioni

Possiamo dire così: la ragione dellì’Inquisitore non è la ragion di Stato e neppure la ragione della fede. E’ la ragione del volgo. Si capisce anche perchè i suoi argomenti ci appaiono familiari e perchè a quel capitolo de I fratelli Karamazov ricorriamo spesso per riflettere sulla vita sociale e politica del tempo presente.

(articolo tratto da “La Repubblica” del 14 gennaio 2011, pag.44-45)

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