29 ottobre 2014, Cultura - Recensioni

Formidabile quel 1964

di Paolo di Paolo

L’autostrada. I primi topless. La Nutella e i juke-box. Storia di dodici mesi che hanno cambiato il paese.

Esistono anni che “pesano” più di altri, diventano simboli, segnano epoche, entrano nei libri di scuola come boe luminose: i punti fermi nelle interrogazioni di storia. Quando comincia questa o quella guerra? Quando inizia una crisi, cade quel muro, muore un papa, un uomo inciampa nell’America credendo sia l’India, un altro mette l’occhio dietro alla lente di un telescopio e un altro ancora, un piede sulla luna. Tutto il resto si perde nell’indistinto, è una sequenza buia di date immemorabili. Sapreste dire qualcosa del 1882? E di quel 1914 a cui Jean Echenoz dedica il nuovo romanzo, “14″, in uscita da noi in autunno – se non segnasse l’inizio della Grande Guerra? Ancora: del 1927, mettiamo, a meno che non sia l’anno di nascita di vostro nonno?

Lo scrittore americano Bill Bryson, che nella “Breve storia di quasi tutto” aveva condensato in un unico volume l’intera storia dell’universo, ha scelto un anno “qualunque” – il 1927 – e ne ha ricavato, come da un giacimento imprevisto, le oltre 500 pagine del suo nuovo libro. Si intitola “L’estate in cui accadde tutto!” e arriva da noi in libreria dal 4 settembre per Guanda, tradotto da Isabella C. Blum.

Si corre il rischio, leggendolo, di provare una insolita nostalgia per il “non vissuto”. Possibile che l’estate del ’27, all’apparenza tanto anonima, fosse invece così densa di eventi? Elettrica, scintillante come un romanzo di Fitzgerald.

Mentre Charles Lindbergh attraversa in volo l’Atlantico, gli Stati Uniti vivono un periodo di sorprendente benessere diffuso. Le case si riempiono di promesse di futuro e di elettrodomestici – fonografi, telefoni, automobili come la gloriosa T Ford. Brilla anche l’editoria: i giornali vendono 36 milioni di copie al giorno; gli editori stampano qualcosa come 110 milioni di libri l’anno.

Il lungo racconto di Bryson dimostra come grandi e piccoli – ma decisivi – cambiamenti possano nascondersi dietro i calendari meno celebrati. È ancora nel 1927, per esempio, che esplode la stella di Babe Ruth, trasformando per sempre il baseball. È nel ’27 che la settimana lavorativa per gli americani si riduce dalle 60 alle 48 ore settimanali, ridefinendo per sempre stili di vita e abitudini.

L’esperimento di Bryson fa venire voglia di rilanciare: nel Novecento italiano c’è un’annata meno in vista, senza grandi catastrofi né eventi clamorosi, in grado però di cambiare il volto del paese? Fatti che non corrono in superficie, ma passano sottoterra, come i vagoni di una metropolitana. La città, là fuori, alla luce, la ignora – mentre lei, instancabile, puntuale, collega quartieri e pezzi di vita, li mette in movimento. Da quando si mette in moto per la prima volta la linea rossa a Milano sono trascorsi cinquant’anni esatti. Sembrano pochi?

A Roma, dove era già attiva da qualche anno la linea blu, bisognerà aspettare il 1980 per avere quella rossa, e siamo ancora fermi lì (vedi inchiesta de “l’Espresso” del 14 agosto). Nel capoluogo lombardo il primo tratto di metrò richiede sette anni di lavori: Sesto Marelli-Lotto, 12 chilometri e mezzo, inaugurazione il 1 novembre del 1964 e di lì a poco un premio – il Compasso d’Oro – per la miglior segnaletica.

Neanche un mese prima, il presidente della Repubblica Antonio Segni e quello del Consiglio Aldo Moro avevano benedetto ufficialmente il completamento dell’Autostrada del Sole: 761 chilometri da Milano a Napoli passando per Bologna, migliaia di giornate lavorative, dalla posa della prima pietra nella primavera del 1956, e milioni di metri cubi di calcestruzzo.

L’Italia non sarà più la stessa. Solcata dalle Seicento – modello Fiat che nel ’64 raggiunge i due milioni di esemplari – l’A1 non accorcia solo distanze fisiche: «Nord e Sud si danno la mano» commenta trionfalmente la voce della Settimana Incom, il glorioso cinegiornale ormai agli sgoccioli per l’avanzata della televisione. Il piccolo schermo ha già compiuto dieci anni e sta raggiungendo anche le case più umili con i volti di Mike Bongiorno, Renato Rascel e Walter Chiari.

L’Italia del ’64 è un’Italia che prova a rinnovarsi, cammina sulla scia del boom economico, comincia a perdere vecchie certezze e a guadagnarne di nuove. Dal traforo del San Bernardo – il primo traforo stradale alpino inaugurato il 19 marzo – alla Nutella, che entra in commercio da figlia della Supercrema Ferrero per diventare uno dei prodotti dolciari più diffusi – ed esaltati – al mondo; dalla vaccinazione antipolio, la prima grande campagna di massa, con la zolletta di zucchero su cui l’ufficiale sanitario del comune faceva cadere una goccia di liquido rosso, alla nascita della Sip, che smista le telefonate degli italiani abbonati e installa cabine telefoniche anche nella provincia profonda.

I bar hanno così il telefono e il jukebox, che nell’anno del primo Festivalbar vive un’autentica esplosione: le hit sono “In ginocchio da te” di Morandi e, naturalmente, un paio di pezzi dei Beatles, pronti a mettere piede in Italia nel ’65 per una trionfale apparizione romana. Il festival di Sanremo lo vince “Non ho l’età”: la Cinquetti ha diciassette anni, è o fa l’ingenua, mentre Camilla Cederna sull’”Espresso” racconta le nuove teenager come ragazze annoiate dai vecchi moralismi, «le figlie che tante madri moderne non sanno come trattare», nervose e inquiete, sempre meno preoccupate dagli antichi tabù.

Spuntano sulle spiagge italiane, nel ’64, i primi topless: alcuni sindaci minacciano di far sorvolare con gli elicotteri gli stabilimenti balneari per punire l’oltraggio al comune senso pudore. Accusa per cui la scrittrice Milena Milani, scomparsa l’anno scorso, sarà condannata a pagare una multa di centomila lire e a scontare sei mesi di reclusione (sarà assolta nel ’67): pietra dello scandalo è il suo romanzo “La ragazza di nome Giulio”, su una donna dalla sessualità troppo disinvolta (“La Califfa” di Bevilacqua, pubblicata sempre nel ’64, è al confronto acqua fresca).

«Siamo rimasti dolorosamente stupiti che una donna, una nostra italiana, abbia osato tanto, e che una casa editrice si sia prestata a lanciare nel mercato librario tanta turpitudine » lamenta un recensore del mensile cattolico “La Madre”. Eppure, castità e verginità prematrimoniale non sono più (almeno nelle grandi città) il vecchio terribile fantasma che erano, anche se – spiega Cederna – il novanta per cento dei maschi preferisce sposare «ragazze ancora intatte ». Pier Paolo Pasolini, che nel ’64 porta al cinema il suo “Vangelo secondo Matteo”, l’anno prima aveva girato le spiagge italiane armato di microfono per raccogliere le risposte degli italiani sui temi legati alla sessualità. La “prima volta”, gli “invertiti”, la prostituzione.

In una scena di “Comizi d’amore”, nelle sale nel ’65, si vedono insieme tre grandi e battagliere giornaliste: è estate, il sole fa stringere gli occhi, Oriana Fallaci è in canottiera, Cederna ha un’imponente messa in piega, Adele Cambria un fazzoletto intorno alla testa; tutte e tre puntano il dito contro la disparità uomo-donna in ambito sessuale: la donna potrebbe pretendere uguaglianza ma spesso non ha coraggio, dicono. Quanto è lontano il ’68?

Intanto Nello Ajello, sempre per conto de “l’Espresso”, cerca di capire se qualcosa si muove, e quanto, nell’eterna, ingombrante famiglia italiana. Scopre così che le richieste di separazione hanno raggiunto nel ’64 ancora in corso la cifra più alta mai raggiunta in Italia: 11.227. Rispetto alla fedeltà coniugale, scrive Ajello, «l’italiano medio sta diventando agnostico»; l’avventura extraconiugale non è più un dramma e nemmeno l’idea della convivenza. La frase «stiamo insieme» va sostituendo il più formale e impegnativo «siamo fidanzati»: molte madri all’antica non approvano, figurarsi i padri.

Con “Matrimonio all’italiana” De Sica porta al cinema – interpreti Sophia Loren e Mastroianni – la Filumena Marturano di Eduardo, madrecoraggio a suo modo; tutt’altra – e forse più moderna – madre è la Vitti di “Deserto rosso”, alienata e depressa. Leone d’Oro a Venezia, primo film a colori di Antonioni (ma incasserà meno di “Per un pugno di dollari” di Leone), utile anche a mettere a fuoco le complicazioni dei rapporti generazionali, se Claudio Risé a fine estate ’64 parlava su questo giornale di «adulti ripiegati su sé stessi mentre declina il miracolo economico».

E i ragazzi? Il mercato guarda a loro, che «a pallone non giocano più» e riempiono spersonalizzate sale da bowling. L’Italia del ’64 è così: oscillante fra il vecchio e il nuovo, lanciata verso un futuro che non vedrà mai del tutto compiuto. C’è tutto ciò che rimpiangiamo e a cui in fondo siamo rimasti ancorati, senza troppi passi in avanti. Ciò che potevamo essere, anche.

Indro Montanelli va a intervistare per il “Corriere della Sera” il re dei frigoriferi Giovanni Borghi, un cumenda che sembra il nonno di Berlusconi. «On frigo l’è ona creatura, sa? Bisogna che la gh’abbia i al, prima de falla volà»: un self made man, che da Comerio è arrivato in pochi anni a girare il mondo, chiama per nome i suoi quattromila operai e parla con loro in milanese stretto. Odia le domeniche perché sono giorni senza lavoro, e in un anno si prende soltanto tre settimane di ferie per mettersi in macchina al seguito del Giro d’Italia. Vinto quell’anno dal francese Anquetil, mentre sul Bologna calcio infuriava il primo scandalo per doping: cinque giocatori risultati positivi al test dopo una partita con il Torino vinta 4 a 1.

Quanto alle partite letterarie, in attacco c’è il neovanguardista Gruppo ’63 – Balestrini, Sanguineti, Eco, Arbasino – contro la vecchia scuola di Bassani e Moravia. Che continua però a vendere (“La noia”, nel ’62, aveva superato rapidamente le 150mila copie) e su queste colonne cerca di spiegare che il romanzo è in crisi (ma lui ne scriverà ancora parecchi). «Crisi», di per sé, è una parola che lampeggia anche nelle cronache politiche: la morte di Togliatti (21 agosto) è un gran colpo per la sinistra, il governo Moro I, messo insieme con i socialisti, non dura neanche un anno, ma firma una vera rivoluzione: manda i libri gratis alle elementari e avvia la scuola media unica, che sarà frequentata anche dai figli dei lavoratori (nel ’50 gli studenti medi erano 390mila, passano nel ’64 a un milione e mezzo).

Moro intanto rimpasta e dà il cambio a sé stesso fino al ’68, ma tra un governo e l’altro, nel cuore della spensierata estate del ’64, mentre gli italiani seguivano gli europei di calcio, il comandante dell’Arma dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo sviluppava nell’ombra il cosiddetto “Piano Solo”. Lo avrebbero portato alla luce le inchieste di Jannuzzi e Scalfari per “l’Espresso” tre anni dopo: un golpe mancato, l’inquietante progetto militare di repressione preparato dall’Arma in caso di mancato accordo fra socialisti e democristiani. Golpe fallito, Moro riceve l’incarico dal presidente Segni, che ai primi di agosto, proprio durante un colloquio con Moro e Saragat, viene colpito da trombosi (si dimetterà a fine anno).

Il ministro del bilancio Giolitti (Antonio) spiega in un’intervista che «solo accelerando l’attuazione delle riforme si potrà ristabilire e assicurare al paese un elevato e costante sviluppo economico». Vi ricorda qualcosa?

Bill Bryson, L’estate in cui accadde di tutto,Guanda, 2014

(“L’Espresso”, 5 settembre 2014)

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