4 luglio 2014, Cultura - Recensioni

Filosofia e guerra nel lavoro di Grégoire Chamayou

di Riccardo Antoniucci

Dopo aver in “Les chasses à l’homme” (2010) scritto la storia delle operazioni di caccia all’uomo, il giovane filosofo francese Grégoire Chamayou è passato con “Théorie du drone” ad analizzare gli effetti derivanti dalla nuova tecnologia militare del drone. Dividendo la sua analisi nella consueta tripartizione disciplinare foucaultiana (sapere, potere, sé), Chamayou ricostruisce il profilo non solo di una tecnologia militare, non solo di una tecnica di guerra, ma di un vero e proprio dispositivo di potere(-sapere) che assicura e rinforza la forma occidentale contemporanea di governo.

Chiunque abbia subito, una volta o l’altra, il fascino del celebre aforisma nietzscheano circa la necessità che la filosofia si trasformi un campo di battaglia non potrà non apprezzare l’ultimo lavoro di Grégoire Chamayou (Théorie du drone, La Fabrique, 2013)* quando dimostra che, specularmente, un campo di battaglia può fare da base per l’esercizio della attività filosofica.

Come il precedente Les chasses à l’homme (in italiano Le cacce all’uomo, Manifestolibri, 2010), anche questo lavoro si rifà a un approccio multidisciplinare, al limite tra la filosofia e il reportage giornalistico, che forse non sarebbe errato definire “inchiesta teorica” e che accresce l’interesse per l’attività di questo giovane filosofo classe 1976.

Al centro di Théorie du drone vi sono, com’è intuibile, le modalità di sviluppo della guerra contemporanea, analizzate allo scopo di trarne una teoria. Nel senso da dare a quest’ultimo termine sta tutto il lavoro del libro. Quello di Chamayou non è un manuale militare, infatti, né un trattato morale sulla guerra. Piuttosto, si tratta di un lavoro che si inscrive nel solco della Teoria del partigiano di Carl Schmitt: l’ipotesi, in una parola, consiste nell’affermare che, così come la guerra partigiana, o guerra di guerriglia, si è rivelata un paradigma del politico del Novecento, anche le nuove tecnologie militari introdotte in questo inizio di secolo incidono sulle forme della politica contemporanea.

La trasformazione tecnologica da registrare, in questo caso, è relativa all’introduzione e all’utilizzo massiccio di una nuova arma, il drone, capace di uccidere senza mettere in pericolo chi la utilizza.

Come si vede, la posta in gioco del volume oltrepassa la semplice analisi dell’ambito militare: questa teoria del drone vuole essere a tutti gli effetti una teoria politica. Ma in che forma? Certo, non nel senso inveterato, e anche profondamente moderno, del detto di Clausewitz per cui la politica è una guerra continuata con altri mezzi. Ma nemmeno nella forma di quel ribaltamento dialettico operato negli anni ’70 (registrato e definito concettualmente da Foucault in Bisogna difendere la società) per cui è la guerra a diventare una politica continuata con altri mezzi. Al contrario, la novità dell’analisi di Chamayou sta nell’affermare, contro e oltre la logica dialettica, che, se è vero che il nostro secolo di pax americana è lungi dal mettere in crisi il legame a doppio filo del politico e del militare, come vorrebbero i suoi apologeti (la fine della storia è sempre stata anche una pacificazione della storia), tuttavia questo legame si realizza oggi secondo una nuova “modalità di effettuazione”.

Per un singolare effetto di parallasse, infatti, in epoca contemporanea politica e guerra finiscono per coincidere; come a dire che “la politica è la guerra, la guerra è la politica” e tuttavia, nella loro coincidenza, si mostrano entrambe come una forma di un terzo elemento: la governamentalità neoliberista.

Chamayou premette alla sua analisi una dichiarazione di metodo materialista. Citando Simone Weil (p. 27) afferma che non sono i fini della guerra a interessargli, ma i mezzi, in quanto portatori di una necessità propria e autonoma rispetto alla logica teleologica. Il punto, infatti, non è fare della morale, giudicare la guerra, ma “dimostrare il meccanismo della violenza. Andare a vedere le armi e mostrare le loro peculiarità”. Questo perché una conoscenza della tecnica e dei materiali è il punto di partenza per una conoscenza del sapere politico che a essi ricorre: “non importa tanto cogliere il funzionamento tecnico dello strumento in sé, ma piuttosto di determinare, a partire dalle sue caratteristiche proprie, quali possano esserne le conseguenze applicative per l’azione di cui si fa strumento”. Perché i mezzi determinano la forma delle azioni.

Si capisce allora il senso di cosa sia questa “teoria” politica di un’arma: una teoria politica di un drone.

Per dare corpo a questa teoria, si deve “esporre cosa significa farla propria [l’arma-drone], cercare di capire quali effetti produce su chi la usa e su chi ne è l’obiettivo”. Ciò che si deve studiare, afferma Chamayou, è dunque il “rapporto di determinazione” (p. 28) tra l’arma, come infrastruttura materiale, e la “strategia” o, come si dice altre volte nel testo, l’“intenzionalità”, cioè il lato discorsivo da cui si producono le giustificazioni e le descrizioni di queste stesse tecnologie militari e che ne assicurano anche una totale applicabilità politica.

Di qui il serrato piano di analisi del saggio. Si tratta innanzitutto di capire cosa sia un drone, in altri termini di costituirne la genealogia all’interno della storia delle armi. In secondo luogo l’obiettivo è capire quali effetti questa nuova arma possa comportare nello scenario contemporaneo della guerra, cioè quali trasformazioni questo mezzo ingeneri nella materialità del conflitto e del combattimento. Infine, si tratta di determinare gli effetti del drone sul piano del sapere, cioè sul piano dei discorsi di giustificazione (ma anche di critica) del suo impiego come arma nello scenario di guerra. È questo passaggio, rivela Chamayou, che porta a rintracciare una vera e propria “necroetica” della guerra (cfr. cap. 3, pp. 177-197), cioè una trasformazione contemporanea della concezione della morte, dell’uccisione e della moralità legata a questi due ambiti.

La tesi è limpida: l’introduzione di questa nuova arma porta a una trasformazione non solo delle tecniche della guerra, ma anche del modo di concepirla. Il drone modifica il rapporto tra forze in campo, portando al massimo grado la disparità tra gli eserciti occidentali, detentori di mezzi tecnologici avanzati, e tutti gli altri eserciti o formazioni militari, che di questi mezzi non dispongono. Più dell’aviazione classica, più del napalm, il drone è l’arma che uccide senza esporre al pericolo di essere uccisi. Ma non solo: la trasformazione tecnologica produce un’eguale mutazione antropologica negli attori della guerra, cioè nei soldati. Che diventano ormai meri “operatori di guerra”, controllando da un ufficio climatizzato in Arizona l’arsenale esplosivo di un aereo telecomandato in volo sopra le montagne dell’Afghanistan.

Altra trasformazione è quella che riguarda il rapporto con il nemico e con la sua rappresentazione: l’individuo-nemico non è più un anello di una catena gerarchica, un elemento di un corpo transorganico e transindividuale organizzato (che ha un cuore, una testa e degli arti), ma diventa un “nodo” di una rete, con lo stesso valore di tutti gli altri nodi che la compongono (p.53).

Che cos’è, dunque, un drone; oppure si dovrebbe dire, con maggiore proprietà, che cosa può un drone. Riprendendo e radicalizzando l’analisi del dispositivo panottico di Michel Foucault (e non a caso il capitolo in questione si intitola Surveiller et anéantir) Chamayou propone di vedere nel drone una sorta di realizzazione meccanica del concetto di “occhio divino”. E tuttavia, surclassando il panottico, il drone mescola il principio della sorveglianza perenne (portato tra l’altro all’ennesima potenza tecnica) con quello della “punizione divina”, punizione dall’alto o punizione superiore (cfr. pp. 58-63). Un altro elemento di scarto rispetto all’architettura benthamiana è costituito dal fatto che il dispositivo del drone è caratterizzato dalla mancanza di una localizzazione determinata (la cella o la torre panottica), e quindi da un raggio d’azione potenzialmente totale sul pianeta. In secondo luogo, esso ha la possibilità di incidere direttamente, e perfino definitivamente sulla vita dei soggetti. Questa caratteristica è generalizzabile anche oltre il terreno militare, tanto che, andando al di là dei confini tracciati dall’analisi di Chamayou, si potrebbe sottolineare come la tecnologia del drone, anche quando non sia utilizzata in senso militare, contempli sempre un elemento di ingerenza nella vita degli individui (basti pensare al progetto di Amazon, reso noto di recente, di sviluppare un sistema di consegna dei pacchi sfruttando i droni).

Di fatto, ci dice Théorie du drone, dal punto di vista “speculativo” il drone realizza quella saldatura tra tecnologia di controllo e tecnologia biopolitica di gestione della popolazione che il Panopticon non era riuscito a rappresentare, e che Foucault non era mai riuscito a individuare. In altri termini, il drone aggiunge al principio della sorveglianza sociale quello della sorveglianza della condotta, di conoscenza della condotta (archiviazione dei dati filmati dai droni) e di modellizzazione della vita individuale (identificazione del nemico mediante caratteristiche pre-determinate) secondo un “principio di schematizzazione delle forme di vita” (cfr. p. 63).

Ma c’è ancora dell’altro, perché, nota Chamayou, al rilevamento e alla schematizzazione delle condotte, volto a identificare le condotte anomale e quindi “nemiche”, si aggiunge il principio di previsione degli sviluppi in termini di anomalia di qualunque comportamento: proprio quello che il Panopticon non riusciva a fare (pp. 65-66).

Ora, tutto questo insieme di tecnologie e di dispositivi va a costituire la base materiale di un sapere, di un insieme discorsivo con le sue logiche e le sue forme di espressione. Sistema di sapere che, in maniera davvero singolare, si chiama “analisi della forma di vita”: pattern of life analysis. Ma non solo, questo sistema discorsivo produce anche tutta una serie di rappresentazioni dei suoi oggetti e di discorsi che riguardano i rapporti dei soggetti militari (gli operatori piloti di drone) con sé stessi: si produce, insomma, una necroetica, fondata su una virtualizzazione del concetto di morte, speculare alla rimozione della corporeità del nemico. Certo, Chamayou precisa che questa virtualità è più complessa di una rimozione pura e semplice della morte del nemico (cfr. pp. 231 sgg.), in quanto la morte produce comunque degli effetti di ritorno sui soggetti uccisori (termine che traduce tueur e con cui si tenta di neutralizzare la connotazione morale dell’italiano “assassino”), visibili a livello psichico e sociale. Tuttavia resta il fatto che i contemporanei “operatori militari” non sono soggetti al rischio di vedere gli occhi di un uomo che muore.

Dividendo dunque la sua analisi nella consueta tripartizione disciplinare foucaultiana (sapere, potere, sé), Chamayou ricostruisce il profilo non solo di una tecnologia militare, non solo di una tecnica di guerra, ma di un vero e proprio dispositivo di potere(-sapere) che assicura e rinforza la forma occidentale contemporanea di governo.

(http://ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2014)

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