22 marzo 2011, Cultura - Recensioni

Entusiasmo e fanatismo: il fascino dei Catari

di Armando Torno

I catari devono il loro nome al greco kátharoi, che significa puri. Nel XII secolo si cominciarono così a chiamare alcune tendenze religiose che praticavano un forte ascetismo e credevano in una concezione dualistica, fondata su due principi originari: il Bene e il Male. E questo anche se il termine kátharoi circolava dai primi tempi del cristianesimo, giacché in tale modo si autodefinirono nel III secolo i seguaci del vescovo Novaziano, tanto che si trovano citati in un documento del Concilio di Nicea del 325. Nel medioevo si diffusero nell’Italia settentrionale (ma anche in Toscana), in Svizzera, nelle Fiandre, in Germania e nella Francia meridionale, dove si chiamarono albigesi, perché nella città di Albi – capoluogo del dipartimento del Tarn – ebbero il loro riferimento. La dottrina praticata, che tra l’altro considerava Cristo come un angelo dalle sembianze umane adottato da Dio, scatenò contro di essi predicatori quali Domenico di Guzmán e una crociata. La repressione fu dura e l’Inquisizione colpì senza particolari indulgenze gli ultimi cenacoli dopo la loro sconfitta.

Ora un libro di Elena Bonoldi Gattermayer, Il processo agli ultimi catari. Inquisitori, confessioni, storie (Jaca Book) ci porta direttamente nel cuore di questa fede clandestina della «Eglesia de Deu» attraverso i testi di numerosi interrogatori giacenti negli archivi vaticani e inediti in italiano. Un materiale dedicato alla fede rivoluzionaria dei catari che, tra l’altro, rifiutavano i beni materiali e le espressioni della carne. Un’opera che restituisce voce al funzionario (Guillame Autast) o a un medico notaio (Arnaud Teisseyre di Lordat), a un «giudeo battezzato» che si chiamava Baruch o alla nobile Béatrice de Planissoles. Non mancano nemmeno indagini sui lebbrosi e sui veleni e filtri da mettere nei pozzi, nelle fontane e nei fiumi per diffondere il contagio; né particolari rituali perduti, come quello che narra il ricordato Baruch. Sono sue parole: «Ai giudei battezzati che ritornano al giudaismo secondo la dottrina del Talmud sono tagliate le unghie delle mani e dei piedi, rasati i capelli, il corpo è lavato con l’acqua corrente secondo la Legge, come si purifica una donna straniera che sposa un giudeo. Noi pensiamo che il battesimo renda impuri quello che lo ricevono». A Pierre Maury di Montaillou, un fervido credente, l’inquisitore d’Aragona chiede: «Avete udito dire che Cristo ha mangiato, bevuto ed è morto poi crocefisso?»; egli risponde con una frase che compendia molte credenze dei catari: «No, egli non mangiò, ma si nutrì di grazia, sembrò che fosse stato crocefisso e quindi morto, ma lui come figlio di Dio non soffrì alcun dolore, e non morì realmente perché Dio non poteva fargli alcun male. Ed egli si lasciò fare tutto in apparenza». Un universo religioso riappare con il suo fascino, tra entusiasmi e fanatismi, testimoniato da cuori puri. E da qualche durezza ecclesiastica.

(“Il Corriere della sera”, 6.2.2011 pag.34)

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