7 agosto 2010, Cultura

Eleganza e coraggio nel mondo della cultura

di Giulio Ferroni

Se la letteratura siciliana ha costituito una sorta di strada maestra della letteratura italiana del Novecento, un sostegno essenziale della sua vitalità nella parte finale del secolo è stato dato certamente da Elvira Giorgianni Sellerio, con la casa editrice fondata, con il nome del marito Enzo Sellerio, condotta da lei con intelligenza, sensibilità, signorilità. So che la chiamavano «donna Elvira»: ma io non potevo pensare a lei senza premettere al suo nome l’epiteto «signora», come subendo la suggestione di un’eleganza dai caratteri tutti siciliani, che sprigionava da un senso fortissimo del valore della cultura e dell’esperienza, non disgiunto da una certa diffidenza e da qualcosa di sotterraneamente malinconico: «signora» per la sua sicilianità o «sicilitudine» (per usare un termine caro al «suo» Leonardo Sciascia), per quella sicilitudine che negli ultimi decenni ha dato ancora grandi prove di sé, con personaggi anche eroici, non privi di pessimismo, di sdegno, di senso della sconfitta, ma sostenuti da una grande volontà di fare, di costruire modelli di umanità e di giustizia, alla ricerca di equilibri razionali pur nella lacerazione, nel confronto continuo con un mondo incorreggibile, condannato alla violenza e al caos.

I miei incontri con la signora Elvira risalgono ormai a molti anni fa, quando ho avuto modo di collaborare ad alcuni saggi pubblicati dalla casa editrice, e quando ancora attivamente operava Sciascia: e sono ancora molto affezionato a un libretto collettivo che curai allora per la collana «Prisma», Ambiguità del comico (1983), che mi ricorda ancora gli entusiasmi di quegli anni pur tanto difficili. Allora a Palermo, nei locali di via Siracusa, si affacciava talvolta Sciascia, con quella sua vigile curiosità che sembrava nascondersi sotto uno sdegnoso distacco. Elvira ha saputo ascoltare Sciascia fino in fondo, dando voce al respiro europeo e internazionale della sua cultura, facendo della «piccola» casa editrice un luogo di sperimentazione, di scoperta: verso scrittori «nuovi», che quella fucina editoriale ha tratto alla luce e ha imposto sulla scena letteraria e verso altre opere della tradizione moderna, trascurate, poco note e rimesse opportunamente in circolo (con attenzione particolare per una narrativa anche «amena», di buona leggibilità, ma piena di densità, di colore, di effetti combinatori, di vitalità linguistica). Anche dopo la scomparsa di Sciascia, vigile e attenta è rimasta la curiosità della signora Elvira, la sua passione per i libri, sempre rivolta a puntare sulla qualità, senza mai rinunciare, anche nei momenti di difficoltà, alla dignità e all’eleganza del proprio modello. Tra i grandi meriti della Sellerio c’è stata proprio la capacità di tenere fede al proprio marchio, a quello «sciasciano» sigillo di qualità, senza cedere alla sciatteria e all’involgarimento mediatico: e di questo impegno per la dignità della cultura la signora ha dato prova anche nel periodo in cui ha assunto una responsabilità «politica», con la carica di consigliere di amministrazione della Rai.

Della sua intelligenza e della sua eleganza restano testimoni tantissimi libri, soprattutto quelli de «La memoria», la collana degli inconfondibili libretti «blu» iniziata da Sciascia nel 1979, con Dalle parti degli infedeli (ma già l’anno precedente Sciascia aveva pubblicato per Sellerio uno dei suoi libri più discussi e problematici, L’affaire Moro). Guardo tra i miei libri e di Sellerio trovo tanti veri e propri classici del secondo Novecento, opere di mole piccola o media, ma impostesi appunto per la loro qualità, che spesso hanno fatto «scoprire» autori rivelatisi tra i più importanti dei nostri anni: ecco i siciliani e in primo luogo, davvero grande scoperta di Sciascia e della casa editrice, Gesualdo Bufalino, con i primi due romanzi capitali, Diceria dell’untore (1981) e Argo il cieco ovvero I sogni della memoria (1984), e poi, più recente, Andrea Camilleri, che ha iniziato nel 1992 con La stagione della caccia, ma si è imposto nel 1995 con Il birraio di Preston, a cui sono seguiti tanti libri di successo, che hanno costituito un’essenziale base economica per la casa editrice. Bufalino e Camilleri costituiscono due singolari casi siciliani e «selleriani», certo diversissimi tra loro, ma collegati dal fatto di essere stati scoperti dalla casa editrice quando erano già abbastanza avanti negli anni. Di altri importanti scrittori siciliani, affermatisi prima presso autori diversi, la Sellerio ha pubblicato opere di rilievo: da Consolo (con il formidabile Retablo, 1987) a Bonaviri (con uno dei suoi ultimi romanzi, Il vicolo blu, 2003, e la riedizione di varie opere precedenti, fino quella recentissima di L’enorme tempo, 2010). Se con questi (e altri) scrittori la Sellerio ha davvero segnato la presenza nazionale (e internazionale) della letteratura siciliana, non vanno trascurate altre presenze essenziali, come quelle del primo Tabucchi (Donna di Porto Pim, 1983, e Notturno indiano, 1984), e come la recente ripresa di vari libri di un autore che ha percorso gran parte del Novecento e che ora si sta riscoprendo proprio grazie a Sellerio, come Mario Soldati (da quel testo «fondante» che è stato nel 1935 America primo amore, riproposto nel 2003, alle vivacissime prose di Cinematografo, 2006). E quanti altri autori italiani e stranieri occorrerebbe ricordare, scovati con felice scelta tra i contemporanei e tratti alla luce tra le pieghe delle grandi letterature europee (da Luisa Adorno a Maria Messina, da Ramon Gómez de la Serna a Roberto Bolaño, da Manuel Vasquez Montalbán a Penelope Fitzgerald, ecc.)! E ancora non andrebbe trascurato il vasto settore della saggistica, dove hanno particolare rilievo la storiografia e l’antropologia. In tutti questi libri vive la presenza della signora Elvira, che sempre li ha seguiti da vicino, che non li ha mai trattati come indifferente merce, ma come esperienza viva, scommessa sul senso dello stare nel mondo. Con lei ci lascia una parte davvero preziosa della Sicilia moderna, di una persistente e determinata editoria di cultura: e speriamo davvero che il suo segno inconfondibile resti vivo nel futuro lavoro della casa editrice.

(Articolo tratto da “L’Unità” del 4 agosto 2010, pag.38-39)

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