29 luglio 2014, Cultura - Recensioni

Ecco la guida al “femminaio” di Eugenio Montale

di Giuseppe Marcenaro

Nomi in codice: Volpe, Mosca, Gerti, Clizia… Un libro indaga sulle donne vicine al grande poeta. Tra molta ispirazione, tanti segreti e poco sesso.

Era nelle cose. Ci voleva qualcuno che compilasse, con speciosa iconografia, un catalogo delle donne di Eugenio Montale. Donne ispiratrici. Compagne di strada. Femmine ammirabili, angelicate e complici. Nella compilation (Giusi Baldissone, Le muse di Montale, Interlinea, pp. 120, euro 15) non vi sono scoop. Con diligenza accademica vengono elencate, una dopo l’altra, le figure femminili che hanno incrociato l’esistente di uno dei maggiori poeti italici del Novecento.

Senza sussulti, si evitano colpi al cuore e svelamenti clamorosi. Con l’uomo degli ossi di seppia non si è però mai certi. E qualcuno è sempre pronto a fargli le bucce, rinverdendo insane marachelle. Questo perché nella costruzione del proprio ingarbugliato femminaio, innocente fino in fondo Montale proprio non fu. Anzi, sornionamente depistando i critici, soprattutto a futura memoria, predisponendo letterine, potins, rebus e calembours vari, di mano sua intrecciò la ghirlanda delle ispiratrici. Diede luogo, chissà per quale sotterraneo impulso, alla leggenda delle muse collocando ciascuna femmina in un tratto di opera poetica. Cosa che connatura l’età dei versi e, a varia misura e titolo, ognuna di queste ispiratrici rende immortale. Santificando anche le donne della sua famiglia: mamma e sorella, comprese fedelissime domestiche.

Consentendo ovviamente la dovuta attenuante al mistero che avvolge la creazione poetica, sembra che, a ragion veduta, Montale abbia inventato, a proprio uso letterario, un personale sistema tolemaico al centro del quale si autopose, astro principe di un ideal gineceo. E in veste di poeta, il ben accorto Eusebio (il soprannome di confidenza del sommo Eugenio) si industriò a far ruotare attorno a sé donne-pianeta catalogate per modello: l’angelo stilnovista, la femme fatale, la complice. Tutti fantasmi che hanno sorretto la fragilità esistenziale dell’uomo Montale.

La costellazione di femmine cui aspirò l’uomo, e a cui si ispirò il poeta, secondo esegeti, andrebbe dalla «remota e misteriosa» Arletta o Annetta, alla superidentificata Volpe (Maria Luisa Spaziani). Con in mezzo, luminosissime, Gerti, Clizia (Irma Brandeis), la Mosca (Drusilla Tanzi) e sudamericane leopardate in un subisso tormentante su chi sia stata veramente la più inesplicabile e imprendibile del reame. Incluso l’astro celeberrimo, Dora Markus, che, nel pentagramma fantasmatico, c’è chi la vorrebbe a ogni costo «in carne e ossa», comunque identificabile soltanto dalle gambe, come si è da sempre vista nella notissima fotografia, scattata dall’austro-triestina maghetta Gerti Frankl Tolazzi, e inviata a Montale dal supercolto e supertutto Roberto Bazlen, detto Bobi, con un’esortazione da sembrare sfida: «Perché non ci scrivi (sulle gambe) una poesia?»…

Senza dimenticare, adesso, la dispettosa Esterina che, pur facendo rima con Zerlina, con Eusebio non intonò mai «Vorrei e non vorrei”». E squittendo maliziose allusioni, dopo oltre cinquant’anni dal tempo del celeberrimo tuffo quando i «vent’anni la minacciavano », confidava a uno dei suoi ultimi amici affinché, defunta, testimoniasse per lei la «verità di Esterina» nella più cruda e impietosa realtà: «Poveretto. Non poteva combinare niente». Nonostante il sidereo coro delle gatte cenerentole intonanti un’invitante serenata per il poeta: «Son più sorelle, son tutte belle, son tutte belle per far l’amor…». La sorte loro, poverette, non fu il talamo. E se qualcuna di quelle sante donne qualche vapeur lo percepì, il soprassalto lo provò non tra le lenzuola ma, verticismo del sesso virtuale, in endecasillabi sciolti.

Nel gran gioco poetico qualcuna delle falene si bruciò le ali. L’infatuazione la accecò. «Donna baciata non teme ventura»… «O non baciata»… Le femmine lasciate a bocca asciutta possono filtrare postume vendette. Per farsene un’idea basta dare un’occhiata all’epistolario di Eusebio con Clizia, al secolo Irma Brandeis. E decrittare, sapendolo fare, certi strali epistolari d’altra mittente. Magari dopo aver religiosamente ascoltato trasecolati le rievocazioni dell’incredibile Gerti con ancora nostalgici recrimini per ciò che non era avvenuto. O aver tentato di insidiare l’inscalfibile memoria di Lucia Rodocanachi, la négresse inconnue, fedelissima e segretissima traduttrice per conto terzi (i suoi amici letterati). L’ombra di Lucia, qual fantasma poetico, non affiora nell’opera in versi. Chissà perché mai il poeta non la fece salire sull’omnibus delle muse ispiratrici. Eppure se mai incomparabile confidenza stretta si stabilì tra un uomo e una donna fu tra quei due. Ma Lucia, peccato per lei, era soltanto una complice di crimini epistolari.

Dai versi montaliani, al cospetto del gran girone donnesco che sembrerebbe avergli affollato la vita, e che oggi, «Madamina il catalogo è questo…», ha trovato in Giusi Baldissone il suo Leporello, non sembra affiorino rancorose rivalse. Semmai possono scoccare acuminate frecce, intinte nel curaro, il cui femminil bersaglio, alluso ovviante, fa parte soltanto della parade di rompicapi per virtuosi dell’accademia. D’altra parte la poesia di Montale è esclusivamente la versione di Montale, in ogni caso gran vizir e demiurgo del corteggio muliebre. Certo ogni qualche tempo ripullulano bagliori che inquietano l’orizzonte. Si pubblicano nuove trouvailles, generalmente lettere vergate con l’inconfondibile montaliana grafia sismografica, che alludono, va a vedere un po’, a qualche altra ombra di femmineo sesso. S’accanisce così la morbosa curiosità, ripetizione di un Leitmotiv ipernoto: chi sarà la nuova donna del mistero?

La caccia prende da una scheggia di memoria, rievocante una giurassica gioventù, che l’ormai vecchio e glorificato poeta adombra in un verso qual sfizio o trappola per esegeti. La malizia poetica nasconde profili di donne, calembour e supposti grovigli amorosi. Versi-trappola che fanno rizzare le orecchie ai Maigret della vita del gran poeta, angustiandoli come chi stia davanti a un cruciverba senza schema, con il drammatico interrogativo del perché a Montale sia venuto in mente un microflirt di tanti anni avanti. Magari dal tempo in cui, appoggiato a una spalletta dell’Arno, in posa come un ganzo, in pantaloni bianchi e abbastanza piegone – così Montale appare in certe fotografie degli anni Trenta – finiva per somigliare a un don Giovanni. Con Bobi Bazlen nella parte di Cyrano che dal sottoscala insinuava: «Cos’è una poesia se non una promessa d’amore fatta un poco più vicino?».

E quel che il poeta semplicemente voleva dirci sull’emozione del ricordo, che tutti assale in età avanzata, diventa occasione di uno scandaglio impietoso su chi fosse l’ispiratrice della scheggia del senile abbandono; raccontando poi, per filo e per segno, chi mai sia stata la remota, di cui vengono non soltanto ispezionati tutti gli angolini della vita, ma anche quella dei genitori, parenti e affini, compreso albero genealogico al terzo e quarto grado. Senza trarre il classico ragno dal buco visto che i versi di Montale restano tal quali nella loro maestà, con il loro nostalgico rimpianto rivolto al tempo che se ne è andato.

Fortunatamente, e c’è da esserne certi, sono ancora molti i lettori della poesia di Montale. La amano per ciò che è, vivendola per l’estraniante abbandono di fronte al mistero della vita. Senza impellenti bisogni di spericolati apparati di note a pie’ di pagina, ossessivi voyeurismi, elenchi di donne & affini. La poesia di Montale salvata dai lettori.

Non certo da celebranti da sinedrio i quali, illudendosi di svelare il senso della poesia di Montale, la hanno trasformata in inerte corpo da tavolo necroscopico.

(“Il Venerdì”, 5 giugno 2014)

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